Com’è noto, uno dei tasti più dolenti per qualsiasi persona queer è conciliare sessualità e spiritualità. Se è difficile per le persone cis-etero, che corrispondono alla “norma”, figuriamoci per chi “esce dai binari”!
Eppure, anche il mondo delle religioni riserva sorprese inclusive, più o meno recenti. Quella che segue è una carrellata dei “percorsi alternativi” disponibili per anime queer che non vogliono rinunciare alla ricerca del “trascendente”.

Spiritualità queer e inclusiva nel Cristianesimo
Cominciamo dal Cristianesimo, che certamente interessa a moltǝ italianǝ, per ovvi motivi. Abbiamo intervistato persone LGBT appartenenti a differenti confessioni e disponibili a condividere la propria esperienza con noi.
Gianni Geraci, cattolico, è cresciuto negli anni Sessanta, in una famiglia assai comune. Ha appreso la pratica religiosa dalla madre. Ha continuato a frequentare la chiesa e l’oratorio anche da adolescente, impegnandosi nel coro e come educatore. Può sembrare paradossale, ma questa scelta controcorrente rispetto a quelle dei suoi compagni fu dovuta in buona parte alla sua omosessualità: gli ambienti religiosi lo sottraevano ai discorsi a sfondo sessuale, facendolo così sentire meno “diverso”. In questo senso, la storia di Gianni è la storia di tanti uomini gay cattolici della sua età. Non ha mai cambiato religione, ma ha sentito costantemente il bisogno di approfondire i contenuti della fede grazie allo studio e di impegnarsi per contribuire a un rinnovamento della Chiesa. In particolare, si è iscritto come uditore ai corsi di Teologia dell’Università di Lugano.
Tra le figure che hanno formato la sua fede, c’è Carlo Maria Martini. Apprezza la teologia tomista, per la sua capacità di parlare in modo razionale di temi religiosi. La “teologia delle realtà terrene” l’ha portato a comprendere come realizzare la sua sequela evangelica “attraverso” la sua omosessualità. Il suo bagaglio di cultura teologia è enorme. Fra i teologi contemporanei che apprezza, menzioniamo Paolo Gamberini e Annamaria Corallo. Ovviamente, la sua ricerca l’ha portato a incontrare Marcela Althaus Reid, la fondatrice della teologia queer.
Da anni, s’impegna nel Guado milanese, un’associazione di cristiani omosessuali. Ha partecipato al pellegrinaggio giubilare organizzato da alcunǝ fedeli LGBTQ+, rendendosi conto di essere uno dei leader dichiaratamente LGBT della galassia che fa riferimento a quel tipo di esperienza di fede. Tra le figure ancora più rilevanti, menziona Innocenzo Pontillo, presidente dell’associazione “La Tenda di Gionata”. Ha ricordato Luigi Testa, autore di Via Crucis di un ragazzo gay (2024, Castelvecchi Editore). Francesco Lepore è invece un ex-sacerdote omosessuale: lavorava alla Segreteria di Stato del Vaticano; ha poi chiesto la riduzione allo stato laicale e ha abbandonato il cattolicesimo. “Le cose che scrive, però, sono molto ben documentate e hanno da insegnare moltissimo a tantissime persone credenti” afferma Geraci.
Come lui, Enrico Proserpio è nato e cresciuto in una famiglia cattolica. I suoi genitori non erano particolarmente religiosi, ma gli hanno fatto seguire il consueto percorso sacramentale dal Battesimo alla Confermazione, con tanto di catechismo e frequentazione dell’oratorio. Ha cominciato a mettere in dubbio la propria religione fin dall’adolescenza, attraversando anche un periodo di ateismo. Il suo interesse si concentrava sulle vie esoteriche e alternative alla “religione ufficiale”, nonché sul Buddhismo. All’età di 28 anni, è stato iniziato alla Massoneria, in una Loggia della GLDI di Como di Rito Scozzese Antico e Accettato. Proprio grazie ai “fratelli”, ha conosciuto il Martinismo: un ordine di ispirazione cristiana, fondato sul pensiero di Jacques Martines de Pasqually e Louis-Claude de Saint-Martin. Si è riavvicinato così al Cristianesimo, anche grazie all’incontro con Monsignor Armando Theodoro Corino, un Vescovo ortodosso. All’interno dell’Ortodossia, è stato ordinato prima diacono, poi presbitero, nonché consacrato monaco. Quella che chiamiamo “Ortodossia” è una versione del Cristianesimo basata sui canoni e sui dogmi stabiliti nei concili ecumenici del primo millennio dell’era cristiana. È nata infatti dal famoso Scisma d’Oriente del 1054.
L’Ortodossia è fortemente chiusa e conservatrice rispetto alle questioni LGBT. Tuttavia, in Europa Occidentale, alcuni cristiani ortodossi non sono d’accordo con tale chiusura; in alcune chiese “ortodosse non canoniche” ci sono addirittura preti o vescovi che fanno coming out. Proserpio, da parte sua, ha frequentato associazioni LGBT ed è favorevole alle rivendicazioni dei diritti civili delle persone LGBT.
Luigia Sasso, come i succitati, ha ricevuto un’educazione cattolica. Vivendo in un paese piccolo, ha trovato naturale impegnarsi come volontaria in parrocchia, visto che conosceva praticamente tutte le persone coinvolte nelle attività. Ha vissuto un allontanamento progressivo dagli ambienti religiosi. A 40 anni, si è innamorata di una donna. Ha iniziato a crescere con lei le due figlie e a praticare attivismo in ambito LGBT, cose che le hanno procurato non poche noie proprio per la mentalità religiosa che la circondava. Si è trasferita in città per evitare queste discriminazioni a sé e alle bambine. Ha iniziato a contestare apertamente la religione, prima d’incontrare Padre Jonathan: un pastore grazie al quale Luigia si è avvicinata alla Chiesa Valdese di Verona.
Attualmente, però, Luigia non fa parte di alcuna Chiesa. Si è avvicinata a un’arte olistica dell’antico Giappone, che soddisfa il suo bisogno di spiritualità. Il suo orientamento sessuale e il suo attivismo LGBT hanno avuto un peso non indifferente nelle sue scelte religiose: anche ai valdesi si era avvicinata per via delle sue aspettative sulla loro inclusività (rivelatesi poi irrealistiche). Per esempio, nella comunità valdese di Verona, non ci sono leader che abbiano fatto coming out.
Mario Bonfanti è nato in Brianza: area di prevalenza cattolica, ma con una coloritura calvinista proveniente dalla Svizzera. La sua famiglia era praticante, ma con un certo senso critico attento alle innovazioni del Concilio Vaticano II. Bonfanti è rimasto fedele al cattolicesimo finché (poco più che ventenne) ha iniziato a scontrarsi con le discrepanze tra gli ideali evangelici e le pratiche religiose che aveva appreso. Questo senso di disagio l’ha portato ad abbandonare l’abito carmelitano. Nel 2012, ha abbandonato la Chiesa cattolica per dissenso verso i suoi dogmi e perché “non potevo più essere connivente con una organizzazione basata su un potere gerarchico oppressivo, misogino ed omofobo” (testuali parole). Ora, è formalmente pastore nella Metropolitan Community Church (MCC), ma non si riconosce completamente in alcuna confessione. Ritiene che ogni religione vada superata e che ognunǝ debba trovare il proprio cammino spirituale, per diventare sempre più umanǝ e compassionevole. Allo stesso modo, non ama etichette come “etero” o “gay”, ma ritiene che la spiritualità debba essere un percorso il più possibile inclusivo, in grado di abbracciare tutte le sfumature dell’esperienza umana, forme di sessualità incluse. Per lui, “trascendenza” vuol dire superare le divisioni per rendersi conto di far parte di un Tutto.
Prima d’incontrare la MCC, Bonfanti ha frequentato realtà cristiane sedicenti inclusive, ma omofobe sul piano dei fatti, dalle quali si è allontanato. Per la MCC, invece, è normale avere leader dichiaratamente LGBT, visto che è nata proprio come “spazio sicuro” per lǝ cristianǝ queer.
Madre Teodora Tosatti è cresciuta in una famiglia sostanzialmente agnostica sul piano religioso. A diciassette anni, è divenuta cristiana consapevolmente, ma respingendone la versione moralistica che conosceva. Non ha mai cambiato religione, ma ripetutamente modificato le proprie scelte ecclesiali. È passata dal cattolicesimo alla Chiesa valdese, per poi abbracciare quella cristiana vetero-cattolica: la Chiesa che non accetta i dogmi dell’infallibilità papale e della giurisdizione universale del Pontefice, proclamati nel 1870. I vetero-cattolici mantengono la tradizione spirituale e liturgica cattolica, ma sono indipendenti da Roma: questo permette loro l’ordinazione sacerdotale delle donne, come la stessa Madre Teodora, che è vescova. Per far parte del clero vetero-cattolico, si richiede espressamente di non avere preclusioni di carattere omotransfobico. I testi biblici non ostacolano questo atteggiamento inclusivo, perché la Chiesa vetero-cattolica li legge contestualizzandoli storicamente e la loro applicazione ne preserva l’essenza, rispondendo però alle istanze di oggi. I vetero-cattolici sono spesso attivi anche nel movimento LGBT e hanno anche leader dichiaratamente queer, fino ai gradi più alti della gerarchia. Il matrimonio è celebrato fra persone di qualsiasi sesso e genere.
Spiritualità queer e inclusiva nell’Ebraismo
Di un percorso in seno all’Ebraismo parla Raffaele Yona Ladu: anche lui cresciuto in seno al cattolicesimo, ma con la sensazione che la religione fosse un peso. Ha tentato successivamente un percorso di studi teologici valdesi a Roma, ma senza completarlo. Attualmente, è appassionato di storia delle religioni, il che gli permette di approcciarsi ad esse con senso critico. Ha abbandonato la Chiesa cattolica anche per reagire allo scandalo della copertura dei preti pedofili, vedendo come la giustizia in questo campo venisse intralciata di proposito. Lui è un ebreo umanista: aderisce cioè a un approccio all’Ebraismo che sottolinea la fede in se stessi e negli altri umani come veicolo per migliorare il mondo. È altresì un approccio molto inclusivo verso le persone LGBT e non solo. In particolare, non esige la circoncisione, né alcun tipo di chirurgia genitale imposta.
Ladu ha frequentato associazioni LGBT. Attualmente, non è molto attivo in questo ambito, ma le questioni LGBT impregnano profondamente la sua concezione del mondo, delle persone e della società. La Società per l’Ebraismo Umanistico (SHJ) ha sostenuto il matrimonio egualitario, ed ha “ordinato” dei rabbini gay, lesbiche e trans. Comunque si interpretino i passi biblici che sembrano proscrivere gli orientamenti sessuali e le identità di genere minoritari, l’SHJ li considera dei semplici retaggi del passato, non direttive per l’oggi.
In Italia, non ci sono comunità ebraiche umanistiche. In Nordamerica, però, non mancano rabbini LGBT+ ed è un fenomeno che non riguarda solo gli ebrei umanistici, ma anche altre denominazioni.
Allah Loves Equality: esperienza queer e Islam
Per quanto riguarda la spiritualità queer nell’ambito dell’Islam, non si può certo scordare il progetto intitolato Allah Loves Equality. Si tratta di un documentario indipendente, realizzato da Wajahat Abbas Kazmi. Quest’ultimo, originario del Pakistan, collabora con Amnesty International per realizzare progetti nell’ambito dei diritti umani. In particolare, come regista, ha realizzato documentari come questo sulle minoranze e lotta a fianco delle persone LGBT nel mondo musulmano. Allah Loves Equality racconta una realtà fatta di nascondimento e difficoltà a vivere la propria sessualità, ma anche di desiderio di non rinunciare alla propria esperienza di credenti. Il documentario si concentra in particolare sulla situazione pakistana. Qui, incontriamo la figura di Qasim Iqbal, ricercatore e direttore del centro Naz: un’associazione che si occupa sia dei diritti delle minoranze LGBT, sia di diffondere informazioni e contribuire alla prevenzione dell’AIDS. Al contrario di molti connazionali, Iqbal non fa mistero della propria omosessualità. Non sono tutti così fortunati, però. Tuttora, in Pakistan, esiste una legge che punisce gli atti omosessuali, risalente al 1860: allora, il Paese era una colonia britannica e doveva rispettare questa legge, come tutti i sudditi della Corona. L’inserimento delle norme islamiche nella Costituzione non ha certo edulcorato le pene previste. Allo stesso tempo, è raro che esse vengano applicate: il “reato di sodomia” è difficile da provare e i contatti fisici tra uomini sono anche più diffusi e accettati in Pakistan di quelli fra uomo e donna.
La situazione delle persone transgender è ancora più complessa. Nel subcontinente indiano, esse sono riconosciute da secoli col nome di hijra, termine traducibile imperfettamente come “terzo sesso”. Anticamente, erano ritenute un dono divino e ricoprivano anche alte cariche a corte in epoca moghul. Ciò non vale più attualmente: le hijra sono spesso oggetto di disprezzo e ad alto rischio di subire stupri. Per questo, esistono Wajood (= “esistenza”), un’ONG che si occupa di sostenere le persone transgender che vengono rifiutate dalla famiglia e dalla società, e un’organizzazione simile, la Khawaja Sira Society. Tra i suoi membri, c’è Esha: una donna hijra che ha trovato nella propria religione un motivo di forza, visto che si è sentita abbandonata da tutti, ma non da Dio. Le persone LGBT musulmane rappresentate dal documentario sono infatti accomunate dalla convinzione che Allah le ami esattamente come sono e come Lui stesso le ha create. Si tratta più di una convinzione personale che di un movimento o di una confessione, ma va diffondendosi.
Allah Loves Equality, attualmente, si trova a spezzoni su YouTube. È possibile anche reperire il libro che racconta i retroscena del documentario: Michele Benini – Elena De Piccoli – Wajahat Abbas Kazmi, Allah Loves Equality. Si può essere gay e musulmani?, Milano 2018, TAM Editore.
Buddhismo Zen e mondo queer
Parlando di spiritualità queer, non si possono certo dimenticare le possibilità offerte dal Buddhismo Zen. In Italia, esistono i templi fondati dal Maestro Tetsugen Serra. Cresciuto in una famiglia cattolica per tradizione, ha poi attraversato una profonda trasformazione personale. Il suo, più che un cambio di religione, è stato un approfondimento del suo rapporto con la vita e la realtà: si è distaccato dalle strutture mentali instillate in lui dall’infanzia per adottare uno sguardo più libero e autentico sul mondo. Attualmente, segue la via del Buddhismo Zen Soto, una delle principali scuole giapponesi. Le sue radici risalgono al maestro cinese Dōngshān Liángjiè (in Giappone: Tōzan Ryōkai) e si sono poi sviluppate in Giappone attraverso il maestro Dōgen nel XIII secolo. Lo Zen Soto pone l’accento sulla pratica dello zazen (meditazione seduta) come realizzazione del risveglio, qui e ora, senza un fine da raggiungere. È una via di silenzio, di attenzione e di accettazione profonda della realtà così com’è.
Per sua natura, la via dello Zen Soto non esclude nessuno, quindi neppure le persone queer. I pregiudizi di qualsiasi tipo sono considerati strutture mentali che creano separazioni e scissioni, mentre invece la pratica induce ad accogliere la persona nella sua interezza. Alcuni praticanti zen, nella linea della “compassione” e del “non-nuocere”, sono impegnati socialmente e politicamente. All’interno della comunità del Maestro Tetsugen, ci sono anche persone LGBT+ con ruoli di guida, insegnamento o responsabilità. L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono ininfluenti, in questo ambito: ciò che conta sono la profondità della pratica, l’etica personale e la disponibilità al servizio.
Spiritualità queer in ambito pagano e politeista
Ad aprire le porte alle persone queer sono anche le religioni che etichettiamo come “neopagane”, ovvero moderne rivisitazioni dei politeismi. In particolare, è interessante la testimonianza di Davide Marrè, sacerdote wiccan. È cresciuto in una famiglia sostanzialmente cattolica, ma non religiosissima e con una nonna atea o “pagana a modo suo”. Questioni come l’omosessualità e il divorzio hanno spinto Marrè ad allontanarsi dal cattolicesimo. Era un ateo piuttosto convinto, prima di approdare alla religione neopagana detta Wicca, che qualcuno chiama “stregoneria contemporanea”. È interessato anche ad altri esoterismi e ad altre religioni, come l’Induismo, il Buddhismo, l’Ebraismo e la religione popolare cinese, senza però aderire ad alcuna di esse.
La tradizione wiccan a cui appartiene è quella gardneriano-alexandriana. La prima parte del termine deriva da Gerald Gardner (1884-1964), il fondatore della Wicca. La seconda si riferisce all’esoterista britannico Alex Sanders (1926-1988). Marrè, per l’esattezza, è un Gran Sacerdote di III grado della congrega semilanuta. È apertamente gay e vedovo del compianto Paolo, anche lui sacerdote di III grado. Insieme, avevano fondato una famiglia non certo tradizionale, che comprendeva la loro congrega, gli amici e i cani. Il Circolo dei Trivi, sua comunità di riferimento, partecipa regolarmente da diversi anni al Milano Pride, insieme al Cerchio Druidico Italiano. Dall’omofobia attribuita a Gardner a oggi, sono stati quindi fatti notevoli passi avanti, anche se è impossibile costruire un discorso univoco per il mondo neopagano. A favore dell’accoglienza delle persone omosessuali nella religione si espresse anche Doreen Valiente (1922-1999), una dei pilastri storici della Wicca, nel suo volume The Rebirth of Witchcraft.
D’impronta nettamente “lesbica” si dice che sia il culto Dianico, un neopaganesimo riservato alle donne. In realtà, l’attrazione verso le altre donne non è un requisito d’ingresso: è semplicemente una caratteristica di molte fedeli, apertamente riconosciuta e accettata. Più difficile è il discorso riguardante le persone transgender, che possono incontrare difficoltà di ammissione a comunità monosessuali. Per chi volesse approfondire il rapporto fra neopaganesimi e mondo LGBT, si consigliano due volumi: Janet e Stewart Farrar – Gavin Bone, Il Sentiero Pagano, Sossano 2016, Anguana Edizioni; Athame. Stregoneria contemporanea, Anno XXI, N. 41, 31 gennaio 2024, Phanes Publishing.
Concludiamo con una curiosità proveniente invece da un politeismo d’origine antica, l’Induismo. Uno dei figli di Shiva si chiama Skanda: non ha mai preso moglie, si dedica esclusivamente all’arte militare ed è la divinità d’elezione degli uomini omosessuali, perché il suo culto è proibito alle donne. Tuttavia, pare che in India si sia insistito soprattutto sulla funzione rituale dell’omosessualità, più che su quella sentimentale e sociale. Per approfondire queste e altre notizie sulla sessualità nell’Induismo, si consiglia: Alain Daniélou, Śiva e Dioniso, Roma 1980, Astrolabio-Ubaldini Editore.
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