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“Don’t Say Gay”: in Florida la sessualità è un tabù nelle scuole

Don't Say Gay

La controversa legislazione “Don’t Say Gay” vieta nelle scuole della Florida l’insegnamento della sessualità e dell’identità di genere

Il disegno di legge “Don’t Say Gay” – ancora non firmato – è al centro di numerose discussioni e manifestazioni in Florida. Il governatore repubblicano Ron DeSantis ha affermato che firmerà la nuova legge e che sarà ufficialmente vietato parlare di orientamento sessuale e identità di genere allə bambinə sotto i 10 anni. Ma già dal preambolo il disegno di legge è poco chiaro, infatti lo scopo della legge sarebbe quella di vietare le discussioni riguardo l’orientamento sessuale e l’identità di genere nelle scuole. Allo stesso tempo, nelle parti successive della legge non si parla di divietò, bensì di possibilità.

Proteggere lə bambinə. Ma da cosa esattamente?

Secondo i repubblicani, l’idea alla base di questa legislazione è proteggere lə bambinə da eventuali problemi che non sono capaci di elaborare in tenera età. Conoscere gli orientamenti sessuali e le identità di genere, però, non ci sembra essere un problema, piuttosto lo sarebbe non apprendere la diversità. Immaginate unə ragazzə che all’età di 14 anni – in piena pubertà – inizia a scoprire tramite i social più utilizzati dai teenagers che la realtà è diversa da quella che ha sempre appreso a scuola. Come reagirebbe? Possiamo immaginare per grandi linee due opzioni:

  • Chiede allə insegnanti di dare una spiegazione per capire meglio di cosa si tratta;
  • Rifiuta categoricamente la diversità perché non rientra nei suoi insegnamenti.

Entrambi i casi appena descritti possono essere causati da paura così come da curiosità. Per questo motivo il ruolo di unə insegnante è fondamentale, soprattutto se i genitori non sono in grado – per una serie di motivi differenti – di rispondere adeguatamente a determinate richieste da parte dellə figliə. È proprio in questo caso che entra in gioco la scuola, considerata da moltə una seconda casa proprio perché vi si trascorre più della metà della propria adolescenza.

Don’t Say Gay: rafforzare i diritti dei genitori

Il governatore repubblicano evidenzia anche la necessità di rendere più forti i diritti dei genitori, tanto che il nome effettivo della nuova legge sarebbe “Diritti dei genitori nell’istruzione”. Se le scuole non dovessero rispettare tali diritti, potranno senza alcun problema essere citate in giudizio. Lə numerosə attivistə hanno ribattezzato la legislazione con il nome “Don’t Say Gay”, proprio per questo Brandon Wolf, segretario di Equity Florida, continua a sostenere l’importanza di dover dare voce e valore alle famiglie LGBTQIA+.

Disney in sciopero contro la legge

I dipendenti della Walt Disney Company hanno dato il via ad una giornata di sciopero in tutti gli Stati Uniti contro la legislazione “Don’t Say Gay”. L’obiettivo era quello di attirare l’attenzione del colosso Disney, il quale, il seguito allo sciopero, ha rilasciato una dichiarazione sostenendo la comunità LGBTQIA+.

Disney+ stands by our LGBTQIA+ employees, colleagues, families, storytellers, and fans, and we strongly denounce all legislation that infringes on the basic human rights of people in the LGBTQIA+ community – especially legislation that targets and harms young people and their families. We strive to create a service that reflects the world in which we live, and our hope is to be a source for inclusive, empowering, and authentic stories that unite us in our shared humanity.

La dichiarazione, però, non risulta essere all’altezza della minaccia messa in atto dal disegno di legge. Per questo motivo, i dipendenti hanno pianificato una serie di brevi scioperi di 15 minuti per invitare la leadership di Walt Disney Company a prendere una posizione più forte. Con una lettera aperta, i dipendenti hanno dato voce alla loro comunità sottolineando due punti:

  • la necessità di fermare le donazioni politiche ad alcuni politici della Florida – in riferimento anche al governatore DeSantis;
  • attuare un piano di protezione della comunità LGBTQIA+ in merito alla legislazione.

Il disegno di legge non è ancora stato firmato, ma dal momento che il governatore DeSantis ha espresso la volontà di portarlo avanti, “Don’t Say Gay” potrebbe essere approvata e diventare legge a tutti gli effetti.

Leggi anche: Nomi unisex e neutri per persone non-binary: la lingua italiana chiede aiuto

 

La transfobia tiene ə civilə ucrainə in ostaggio in tempo di guerra

transfobia ucraina

L’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio scorso ha portato almeno un milione di civilə a fuggire dal paese per cercare asilo negli stati europei confinanti. Per alcune persone, tuttavia, la fuga dall’Ucraina risulta più difficile che per altre: il razzismo e la transfobia, infatti, tengono numerosə civilə in ostaggio nel paese invaso.

La transfobia in tempo di guerra

Negli ultimi giorni la comunità internazionale ha posto molta attenzione sul trattamento disumano subito dalle persone nere in fuga dall’Ucraina, respinte al confine con la Polonia a causa del colore della loro pelle. Poco si è parlato, invece, delle difficoltà riscontrate della comunità transgender ucraina nel lasciare il paese invaso a causa della mancanza di documenti che riflettano la loro identità di genere.

Zi Faámelu – donna transgender nata in Crimea e residente a Kyiv – spiega che il suo passaporto riporta ancora il sesso maschile assegnatole alla nascita, e che l’Ucraina al momento impedisce a tutti gli uomini in età da combattimento di lasciare il paese.

“È impossibile che le persone al confine ucraino mi lascino passare” – dice Faámelu – “È impossibile”.

La transfobia in tempo di pace

L’attacco russo ha notevolmente peggiorato la condizione della comunità transgender in Ucraina, ma anche in tempo di pace la situazione non è rosea.

Il processo per ottenere un documento in linea con la propria identità di genere in Ucraina è infatti lungo e complicato. Human Rights Watch riporta che fino a pochi anni fa coloro che volevano intraprendere questo percorso venivano sottopostə a un’ampia osservazione psichiatrica e a un intervento chirurgico di riassegnazione di genere.

Dal 2017 in avanti il processo è stato accorciato, ma la legge richiede ancora alle persone transgender ucraine di sottoporsi a diversi esami psichiatrici per ottenere i propri documenti.

“Non voglio affrontare questo procedimento. È umiliante ” – riporta Faámelu – “Ho deciso di tenere il mio passaporto, di mantenere il sesso maschile sul passaporto, e ora non posso lasciare questo paese”.

La paura del quotidiano

Faámelu racconta anche la paura che prova all’idea di uscire di casa. Oltre al timore dovuto alla pioggia di bombe e missili, ritiene di poter essere un bersaglio sia per l’esercito che per ə civilə armatə.

“Molte persone hanno armi e pistole… Può essere una scusa per esercitare violenza”.

Il caso di Faámelu non è l’unico.

Anche Nick – diciottenne non-binary con passaporto maschile – è chiamatə a difendere il suo paese, e si trova costrettə a nascondersi dalle autorità. Judis – donna transgender residente a circa 70 km da Kyiv – riporta invece che l’attacco alla città le impedisce l’accesso ai medicinali necessari per la sua transizione.

“Ho davvero paura. E non so per quanto tempo posso rimanere dove sono ora. Non ho nessun posto dove andare”.

 

Nomi unisex e neutri per persone non-binary: la lingua italiana chiede aiuto

nomi unisex

Il momento più critico prima della nascita di unə bambinə è la scelta del nome da attribuire. Nella maggior parte dei casi vengono scelti nomi sulla base del sesso dellə nasciturə, è vero però che esiste anche una percentuale – minore – della popolazione con un nome unisex.

Servono più nomi unisex, quelli di origine italiana sono davvero pochi

Poter scegliere un nome unisex fra quelli italiani non è molto semplice, in quanto non vi è una vasta scelta rispetto ai nomi che potremmo pensare in relazione al sesso maschile e/o femminile. Considerando quanto detto, è chiaro che la scelta da parte di un genitore o tutore ricadrà su un nome prettamente maschile o femminile e – soltanto in pochi casi – su un nome neutro. Occorrerebbe ampliare la lista di nomi unisex così da non dover ricorrere necessariamente ai soliti cinque nomi e rischiare di chiamarci tutti allo stesso modo. Tra l’altro, all’estero i nomi unisex sono molti di più rispetto a quelli che abbiamo a disposizione in Italia.

Alcuni nomi li conosciamo già, altri invece sono meno utilizzati e in italiano vengono per lo più attribuiti – per consuetudine – al sesso maschile piuttosto che a quello femminile. Andrea è sicuramente il nome italiano più utilizzato, ma non è sempre stato così semplice attribuire tale nome ad una figlia di sesso femminile. Infatti, in passato, il nome Andrea in questo caso doveva essere affiancato necessariamente da un nome marcatamente femminile. Comprendere il non-binarismo di genere è il primo passo fondamentale per mettere in atto sostanziali modifiche – burocratiche e sociali –  quando si parla di nomi unisex.

Perché è importante avere un nome neutro fin dalla nascita

Le persone non binary italiane lo sanno, è tutta questione di una burocrazia infinita. Chi vuole cambiare il proprio nome anagrafico deve ricorrere ad un atto amministrativo e scegliere finalmente il nome che più desidera per se stessə. Il regolamento per la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile (DPR 396 del 3/11/2000 modificato dal DPR n.54/2012) disciplina il cambio di nome in Italia. Per poter cambiare nome (o anche cognome) occorre rivolgersi alla Prefettura del proprio comune e compilare un modulo di richiesta. Sarà il Prefetto a decidere se la richiesta può essere accettata, e quindi la persona avrà diritto al cambio nome, oppure verrà rifiutata. In sostanza, cambiare nome non solo è una pratica che richiede tempo, ma in più non è per tutti!

L’anagrafe accetta raramente i nomi abbreviati come Roby, Vale, Lory e altri. Sarebbe, quindi, opportuno avere una scelta più ampia di nomi neutri, così come la possibilità di cambiare il proprio con più facilità. Forse scegliere nomi stranieri come Cameron, Leslie o Andy può andar bene? La risposta, purtroppo, è negativa. Anche i nomi stranieri potrebbero non essere accettati dalla Prefettura. Cambiare nome è quindi più difficile di un terno al Lotto.

 

A Berlino un memoriale per ricordare le vittime gay dei nazisti, di fronte al monumento in memoria della Shoah

memoriale vittime omosessuali nazismo

Denkmal für die im Nationalsozialismus verfolgten Homosexuellen, in tedesco. Per chi arriva nei pressi del Tiergarten non può di certo passare inosservato un memoriale così importante. Anzi, due. Il monumento berlinese – sempre aperto al pubblico e ad accesso libero – vuole ricordare tuttə coloro che tra il 1933 e il 1945 sono statə vittime delle atrocità commesse dai nazionalsocialisti.

Un parallelepipedo di cemento che si impone nel paesaggio berlinese

Una grande stele di cemento, un parallelepipedo per l’esattezza, alta quasi quattro metri e larga quasi due, è il progetto dal danese Michael Elmgreen e dal norvegese Ingar Dragset. Su di essa una targa commemorativa, scritta in inglese e in tedesco, ci ricorda che le persecuzioni degli omosessuali non sono terminate con la caduta del nazismo, ma sono perdurate nella Repubblica Federale e nella DDR. Una vicenda che sembra non vedere la fine e che la storia non riesce a riportarci numericamente: ad oggi, infatti, è ancora indefinito il numero di vittime omosessuali morte all’interno dei campi di concentramento.
Ciò che attira i visitatori è una piccola finestra incastrata sul parallelepipedo grigio. Chi incuriosito porgerà il suo sguardo all’interno, potrà osservare la proiezione – continua – di un video in cui persone dello stesso sesso si baciano appassionatamente.

Il sindaco di Berlino Klaus Wowereit inaugura il memoriale nel 2008

Era il 27 maggio 2008 quando Klaus Wowereit, allora sindaco della capitale tedesca, ha inaugurato il memoriale. Ad affiancarlo in un momento così importante, non solo per l’intera comunità lgbt mondiale, il ministro della Cultura Bernd Neumann e alcuni rappresentanti della comunità ebraica e tzigana. Wowereit è passato alla storia per aver inaugurato un monumento di tale portata, ma soprattutto perché prima della nomina a sindaco si è dichiarato omosessuale.
“Ich bin schwul, und das ist auch gut so!”
Sono omosessuale e va bene anche così! Queste le parole del sindaco tedesco in carica dal 2001 al 2014, un passo importante per la comunità lgbt internazionale.

Nessun sopravvissuto è stato presente all’inaugurazione

L’ultimo testimone sopravvissuto alle persecuzioni dei nazisti era il francese Pierre Seel, morto nel 2005. È stato autore di un’autobiografia dal titolo Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel pubblicata nel 1994. Seel ha raccontato la tragica storia attraverso gli occhi di un diciassettenne. Deportato e costretto a guardare con che atrocità i nazisti hanno tolto la vita al suo amante allora diciottenne: ancora vivo, divorato dai cani.  Gli omosessuali non venivano uccisi immediatamente, ma erano vittime di abusi e maltrattamenti continui. Inoltre, costretti a indossare come simbolo di riconoscimento un triangolo rosa. Fisicamente sfruttati per provare esperimenti medici: iniezioni ormonali, lobotomie e castrazioni erano solo alcuni dei maltrattamenti a cui erano sottoposti.
Quello di Berlino non è l’unico monumento in memoria delle vittime omosessuali
Tanti altri sono stati realizzati in Europa e oltre oceano. Sul sito internet di Arcigay è possibile trovare una lista di monumenti dedicati alle persone vittime di discriminazioni omofobe e persecuzioni – non soltanto durante il periodo nazista.

Come raggiungere il memoriale a Berlino

È possibile raggiungere il monumento dalla stazione U-Bahn e S-Bahn di Brandenburger Tor o dalla stazione U-Bahn e S-Bahn di Potsdamer Platz.

 

 

Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

enbypost

Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore

Parlare di diritti della comunità LGBTQ+ a distanza di cinquant’anni. Cosa è cambiato e dove

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Era il dicembre 1971 quando fu pubblicato il numero zero del mensile «Fuori!». La storia delle battaglie della comunità per i diritti della comunità LGBTQ+ festeggia nel 2021 i suoi primi cinquant’anni. Per celebrare questo primo traguardo la casa editrice Nero edizioni ha pubblicato un volume intitolato FUORI!!! 1971-1974 curato da Carlo Antonelli e Francesco Urbano Ragazzi.

Diritti della comunità LGBTQ+ cinquant’anni fa

Quando oggi si parla di comunità LGBTQ+ molti faticano a pensare alla storia del movimento, si pensa che tutto sia nato recentemente. Le sue origini risalgono infatti ai primi anni ’70 quando il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano distribuiva il mensile sopracitato al calar della notte per non essere riconosciuti. I nomi che aderirono a questo progetto furono tantissimi, spesso firmavano i loro pezzi con pseudonimi o nomi di fantasia. Inscindibile era infatti lo stretto legame che il movimento condivideva con quello operaio. Alcuni però firmarono con i loro nomi, si ricordano Pezzana, Cohen, Marco Pannella, Simone De Beauvoir e la stessa Fernanda Pivano che curava una rubrica intitolata “La pagina di Nanda”. Cinquant’anni fa tra pantaloni a zampa di elefante e ribellioni giovanili, nate sotto la spinta operaia, iniziava a diffondersi nella società italiana il tema del “diritto” anche se questo si muoveva di nascosto, quasi senza fare rumore. L’esigenza allora era quella di conoscere cosa stesse succedendo oltralpe.

Cosa accade oggi in altri stati e che noi non conosciamo

La nostra redazione ha incontrato Serena, un’attivista che negli anni si è spostata in diverse parti d’Europa e del mondo. Ci racconta di aver perseguito una spinta non solo lavorativa, ma anche dettata dal desiderio di conoscenza. Serena collabora e scrive per alcune riviste e attualmente si trova a Parigi. Attraverso uno schermo ci racconta dei suoi primi spostamenti tra Erasmus condotti in Germania, Olanda e un’esperienza alla Camera di Commercio in Sud Africa. Le chiediamo alcune considerazioni in merito all’Italia in relazione agli altri paesi su alcune delle questioni più spinose che arrovellano il dibattito pubblico.

Diritti della comunità LGBTQ+ e Linguaggio inclusivo

Questo argomento è molto complesso- dice Serena- a lungo ho discusso con persone che consideravano la lingua italiana come unica e assoluta, immutabile anche per la sua storicità e la sua portata. Quello che manca, e che non si ritrova anche lingue, è un sistema linguistico che possa essere davvero inclusivo. Continueremo a sostituire la desinenza finale con asterischi e schwa fino a quando questo paese non riconoscerà la portata della lingua. Sarebbe infatti necessario, infatti, rivalutare un’educazione linguistica sull’argomento che parta fin dai primi anni di vita dei bambini. Il vero problema è che si confonde ancora spesso l’identità di genere da quella sessuale.

Il DDL ZAN

Ho discusso con alcuni amici stranieri sull’attuale situazione giuridica italiana in tema di diritti. In Francia esiste una legge molto severa a riguardo dove l’identità di genere non solo viene legittimata, ma anche dove è possibile punire nel caso di discriminazione. Per quanto riguarda l’Olanda invece, paese che a mio avviso cela un pacato perbenismo sull’argomento, non esiste nessuna tutela. Avendo vissuto in queste ultime due città per lungo tempo, posso affermare che quello che ho notato è che in Italia oltre a mancare una vera e propria tutela dal punto di vista giurisdizionale, manca anche una partecipazione sociale. In Olanda, paese che si professa apertamente europeo, la situazione è ben peggiore che in Italia- racconta Serena.

Aggiunge tuttavia che la partecipazione degli italiani all’estero è più attiva e inclusiva, si tende infatti a guardare all’Italia con una nota di tristezza, in quanto siamo lontani, ma anche di rammarico poiché non si riesce, arrivati a questa altezza di tempo a parlare apertamente di tutele.

Violenza

Per quanto riguarda questo tema- dice Serena- in Italia e in Germania viene data poca attenzione al tema della violenza psicologica. Da donna mi è capitato di subire una serie di discriminazioni in diversi ambiti della vita. In particolare, durante la mia esperienza in Sud Africa avevo paura.

Non mi sentivo sicura a camminare in alcuni quartieri e questo non era dettato da una percezione europea che abbiamo di quello stato, ma proprio perché alcuni spostamenti mi erano vietati se non accompagnata da persone autoctone.

La nostra chiacchierata è durata circa due ore e i temi affrontati sono stati tanti. Concludiamo percependo come lo stato di diritti non solo non sia garantito nel nostro paese, ma anche come in altri paesi europei e non vi sia un profondo distacco tra ciò che siamo e quello che dovremmo essere.

L’uscita di questo libro non è solo fondamentale per comprendere quale evoluzione abbia avuto la comunità LGBTQ+ nel nostro paese, ma anche per capire quello che ancora manca e deve essere fatto in tema di diritti sociali e di identità. Solo quando avremo costruito una vera e propria educazione sull’argomento potremo definirci attivisti a 360, persone dunque consapevoli, che, come la società, cambia, così anche le tutele devono cambiare.

 

 

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Il testo del Maneskin parla del nuovo Olimpo

Torna-a-casa-dei-Maneskin

Il testo di Torna a casa dei Måneskin parla del nuovo Olimpo.  Il sound è piacevole, pulito e semplice. Dopo il terzo ascolto della canzone – la radio la mandava in onda ‘spesso’- una domanda comincia a prender posto in testa:


Torna a casa dei Maneskin: chi è Marlena?

Capisco che è un’entità generosa, vitale e imprevedibile, un’entità che, quando alzi lo sguardo oltre il naso, è probabile INCONTRARE ma raramente riconoscere.
Siamo educati a guardare per categorie e ciò che oggi spesso inquieta molti è non riuscire a leggere con le proprie categorie il reale. Marlena pare abiti proprio il mondo del rimosso e dell’innominato.
Forse Marlena è qualcosa che manca e a cui aneliamo.
Torna a casa dei Maneskin parla del nuovo Olimpo


“Perché la vita, senza te, non può essere perfetta”


Come l’Olimpo classico rispecchiava le aspirazioni di armonia del mondo classico,  anche l’Olimpo del postmoderno rispecchia la nostra ricerca di integrazione.  Perfezione è compimento e realizzazione, è aderenza tra idea e realtà. Cosa fare se invece il linguaggio, che disegna il reale, proprio non riesce a diventare la realtà?
Comincia la ricerca di un linguaggio che possa raccontare ciò che siamo. Fioriscono parole e desinenze con cui il ‘politicamente corretto’ cerca di correggere l’imperfezione che genera esclusione di pezzi di Noi e quindi del reale.
Allora è così: quando il linguaggio comprenderà la realtà, Marlena tornerà a casa?


Ma può il linguaggio compiere la realtà?

I tanti pezzi che ci compiono come persone, rendendoci ‘perfetti’, il nostro linguaggio non riesce proprio a indicarli senza paradossi e contraddizioni.


Cantano i Maneskin “Voglio arrivare fin dove l’occhio umano si interrompe”

Non parlo del ‘possiamo essere’ che il virtuale ci regala, ma della molteplicità tutta scritta sui e nei nostri Corpi. Ci hanno insegnato che siamo individui a cui la nostra identità è legata e da cui dipende, ma l’entità individuale non ce la fa a contenere il flusso che ci attraversa in ogni istante, nutrito dai nostri sensi e dalla nostra memoria corporea. Allora tutto quello che non è contenuto nel linguaggio, diventa desiderio e nostalgia, se non addirittura rimosso e demonizzato  e fatto dimorare nel calderone delle nostre paure come minaccia alla nostra ‘perfezione’.


La scorrettezza della Perfezione

Il nostro spazio, oggi, è così pieno di stimoli, di segni e di informazioni da sembrare sempre gravido della ‘grande soluzione’: il ritorno di Marlena a casa, l’azzeramento della distanza tra Noi e le parole che ci raccontano.
Una foglia è la foglia, non tutte le foglie, ma proprio ‘questa’ foglia. Noi vorremmo che il linguaggio ci riconoscesse non come categoria ma come entità pulsanti dell’esserci. Altrimenti

“…ho paura di sparire”


Eppure Lei non torna a casa.
Marlena è Dea che si palesa in ciò che stona, disturba la simmetria, spezza la linearità ed è politicamente, indecentemente scorretta perché imbarazzante per la maggioranza nonché per i nostri ego abituati al narcisismo che la società promulga a piene mani.

Eterno Horror vacui

Marlena è corpo e voce di ciò che di Noi il linguaggio non riesce a contenere.
Se Marlena tornasse a casa, varcata la soglia sparirebbe, sguscerebbe via.


Colpisce nel segno quel Refrain

E così, quel Refrain, si attacca ai nostri sensi, ed è il senso di mancanza e di un vuoto, eco di un’occasione perduta e di un destino irraggiungibile.
Credo che non sia il linguaggio a poter colmare quel vuoto, lo può solo lo sguardo dell’Altro,
non stiamo in una rete fitta di relazione, noi SIAMO quella rete e in questa rete ci sono due fili:
uno ti porta a casa, dove tutto ti rispecchia, e l’altro ti porta fuori a con-fonderti con l’Altro

“Nel dubbio che fosse morte oppure rinascita”


La morte forse è quella dell’Io, che diventa ‘NoiAltri’ frutto delle nostre relazioni e della storia molteplice che siamo.

Dedicato a chi dimentica di alzar lo sguardo oltre il naso e sceglie di non guardare l’Altro per la paura di perdersi nella meravigliosa imperfezione che siamo.

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Verso la carta d’identità per persone transgender ed enby con nome elettivo

carta-didentita-per-persone-transgender

“Il nome riceve, il nome non dà”– da ‘Il grande Sertao – J.Guimares Rosa
Novità a  Ravenna, forse un primo passo verso la carta d’identità per Persone transgender e non binary con nome elettivo. Parliamo dell’abbonamento ai trasporti con il nome elettivo al posto di quello anagrafico. È il primo comune in Italia in cui è stato possibile attuare questa misura, nonostante la legge stabilisca che l’identità di genere non può cambiare se non dopo aver avuto un cambio di sesso.


Può essere un primo passo verso la carta d’identità per persone transgender e non binary con nome elettivo?

Accesi consigli comunali tra sostenitori e detrattori con urla, minacce e anatemi?  a chi vuole condannare all’infelicità i diversi o a chi vuole minare la basi della famiglia? Con annessi ricorsi al Tar e bagarre mediatica?
No, è accaduto perché due interlocutori hanno parlato e trovato una soluzione:
da una parte un’associazione, “Affetti oltre il genere”, dall’altra la società dei trasporti urbani a Ravenna ‘Start Romagna’. Quest’ultima ha accolto l’istanza dell’associazione scaturita dall’impasse in cui si era trovata una persona femminile ma con nome anagrafico maschile sulla propria carta di identità. Il controllore non poteva prendere a causa  dell’incoerenza le sue generalità, e ciò ha innescato l’intervento dell’associazione che ha deciso di fare un’esplicita richiesta all’azienda dei trasporti.

La domanda determina la risposta: diritti di persone transgender e non binary nel vuoto legislativo.

La domanda che ha trovato una risposta qual’è stata? Perché esistono  persone che scelgono percorsi di autodeterminazione del genere?  oppure il fatto l’aspetto fisico non corrispondeva al genere indicato dalla carta di identità’ e che quindi era complicata l’identificazione della persona? La burocrazia davanti a questi ‘assurdi’ solitamente è sorda: finché la legge non cambia non è possibile avere un’identificazione sostitutiva, pur parzialmente, di quella anagrafica. Quindi la persona coinvolta, e con lei molte altre, avrebbe dovuto continuare a non poter avere un abbonamento coerente con il suo aspetto e accettare come inevitabile l’imbarazzo di dover dare spiegazioni davanti alla platea di un autobus pubblico.


L’associazione ha presentato l’istanza, la società dei trasporti ha ascoltato e hanno stipulato una convenzione.

“L’associazione “Affetti oltre il genere” erogherà gratuitamente una tessera, con la quale le persone transgender potranno recarsi alle biglietterie di Start per ottenere l’abbonamento che, in questo modo, verrà fornito con la foto abbinata al nome d’elezione. Sulla tessera dell’associazione verrà invece applicato un bollino argentato, leggibile dagli strumenti in dotazione ai controllori, che lo renderà a tutti gli effetti un documento di riconoscimento. Non ci sarà quindi bisogno di far sapere il nome presente all’anagrafe”
Che gioia leggere del potere del buonsenso. Dare ai cittadini transgender e non binary un abbonamento ai trasporti con nome elettivo è un precedente importante in Italia, dove tante resistenze e paure esistono sulla trasformazione del nostro lessico sociale e familiare in un’ottica inclusiva e realistica.

 

Perché il parlamento fatica a trovare spazio di confronto?

La rappresentanza istituzionale stenta a farsi guida etica per la comunità. Applicare una politica inclusiva per l’identità anagrafica rispettosa della scelta della persona è difficile da mettere in atto, a causa di tante, alcune volte pretestuose, resistenze.  Questo di Ravenna può davvero essere un passo verso la carta d’identità per persone transgender e non binary con nome elettivo.

Se pensiamo ai cambiamenti legislativi che hanno rivoluzionato i costumi del nostro paese – il divorzio, il diritto di famiglia o andando più indietro il voto alle donne – è evidente che oggi il parlamento è debole e incapace di farsi artefice e promotore di misure che toccano i fondamenti della nostra convivenza. Così molte istanze si trasformano per l’opinione pubblica in tormentoni, dietro i quali si dimentica che ci sono bisogni e diritti di persone a noi, in un modo o nell’altro, vicine.
Emerge, oggi più di ieri, come sia necessario costruire laboratori di convivenza che coinvolgono persone, associazioni e imprese. Non c’è possibilità di tirarsi indietro e delegare l’etica che regola il muoversi dell’individuo nella comunità e agevola l’incontro tra individui, sì diversi, ma che si muovono verso un comune fine: la felicità e il bene collettivo e inclusivo.


Una storia antica, che parla di politica e buonsenso.

Un gruppo di ciechi ha sentito che uno strano animale, chiamato elefante, era stato portato in città, ma nessuno di loro era a conoscenza della sua configurazione e forma. Per curiosità, hanno detto: “Dobbiamo ispezionarlo e conoscerlo al tocco, di cui siamo capaci”. Così lo cercarono e, quando lo trovarono, cercarono di provare a capire cosa fosse. Nel caso della prima persona, la cui mano era caduta sulla proboscide, disse: “Questo essere è come un grosso serpente”. A un altro la cui mano raggiungeva l’orecchio invece sembrava un ventaglio. Quanto a un’altra persona, la cui mano era sulla sua gamba pensò che l’elefante fosse un pilastro come un tronco d’albero. Il cieco che mise la mano su un fianco dell’animale disse che l’elefante era come un muro. Un altro che stava toccando la coda l’aveva descritta come una corda. L’ultima palpò la sua zanna, sostenendo che l’elefante è ciò che è duro, liscio e come una lancia.

Non si può negare l’esistenza dell’elefante solo perché non lo conosco, e neanche pretendere di carpire dell’elefante solo la parte a me più prossima. Bisogna mettere insieme i pezzi di tante prospettive diverse e disegnare insieme il nostro mondo condiviso.


Studio sulla marginalizzazione dei corpi grassi: Grassofobia e Fat Studies

Grassofobia-e-Fat-Studies

Grassofobia e Fat Studies: Neologismi

Lo studio sulla marginalizzazione dei corpi grassi (in italiano Grassofobia e “Fat Studies” in inglese) si concentra su un insieme di comportamenti dettati dal pregiudizio verso le persone grasse, in particolare l’odio e la marginalizzazione che i corpi meno perfetti subiscono. Questa disciplina sociale che studia ed analizza il modo in cui i corpi grassi vengono discriminati, risulta essere assai diffusa in altri paesi dove l’attivismo è molto più avanzato (UK, USA).

In Italia purtroppo il termine grassofobia (Fat Studies) non appare in nessun dizionario e il tema in sé viene ancora percepito come un problema minore. Non solo, online si trovano addirittura articoli nei quali al termine viene data la connotazione di “paura di ingrassare”(guyoverboard.com). Comprensibile, data l’etimologia della parola fobia. Tuttavia grassofobia e fat studies non si riferiscono solo a una paura, bensì a una forma di discriminazione.

Cosa diresti ad una persona grassa? La grassofobia (Fat Studies) e il modo di rivolgersi ai non magri

Uno dei principali  aspetti evidenziati dalla grassofobia (Fat Studies) è quello del linguaggio e i discorsi rivolti alle persone non in forma.  Molti di coloro che criticano gli individui corpulenti premettono di non avere alcun intento offensivo. Anzi ritengono di dover far notare come una dieta diversa da quella attuale o dell’attività fisica potrebbe migliorare  la vita. Perché, ovviamente  i magri lo sanno: i grassi sono solo dei pigri, golosi e poveri malati da curare. Danno per scontato che la condizione fisica non ottimale dei più rotondi sia causa di un semplice ed incontrollato appetito e di  una mancanza di volontà.

Risulta inutile  far notare che a monte vi possano essere molteplici motivi di diversa natura. In primis i diversi disturbi alimentari, ma anche quelli ormonali e le psicopatologie come il “Binge eating disorder” (“Disturbo da alimentazione compulsiva”).  Vi sono poi quelli che, non si limitano al ruolo di “buon samaritano”. Il loro modo di fare sfocia persino in derisione, e A volte addirittura in bullismo. Comportamenti che costituiscono gli ostacoli peggiori per chi realmente è affetto da una patologia.

Contribuiscono solo a peggiorare e fomentare la negatività. Eppure permeano la nostra società fin dall’infanzia. Lo impariamo fin da subito quando sentiamo termini come “grassoni” e  “chiattone” venire usati per prendere in giro persone in sovrappeso o obese. 

Prima di addentrarsi nella grassofobia (Fat Studies) bisogna domandarsi da dove derivi questa immagine della persona grassa. Come sia possibile, per esempio, che un bulimico non subisca la stessa gogna, ma anzi susciti pietà e comprensione?

Il mondo prima della grassofobia (Fat Studies). Quando la taglia XL era l’ideale di bellezza

Storicamente, la massa corporea ha sempre costituito la carta d’identità di chiunque. Fino a qualche secolo fa però la situazione era diversa. Grassofobia non esisteva né con l’accezione di Fat Studies, ma neanche con quella di paura. Fino al XVII secolo i chili in più  erano un simbolo di ricchezza e benessere. Una corporatura robusta indicava che, la persona era più facoltosa  della maggior parte della popolazione, perché aveva molto cibo a disposizione. Tanto è vero  che fino a metà del secolo scorso l’ideale di bellezza femminile era infatti quello di una donna formosa. Con le curve a simboleggiare la probabilità che avrebbe partorito figli sani e forti

Il cambiamento si ha con l‘industrializzazione, quando  alzandosi il tenore di vita di tutti, chiunque poteva permettersi beni di prima necessità. Il pensiero comune si adattò alla visione di un mondo nuovo, nel quale  quello che, fino a pochi anni prima era stato un lusso per pochi, era ora accessibile anche ai poveri. I quali ovviamente, non sapendo gestire questa improvvisa libertà, si abbandonavano all’eccesso. In meno di un secolo l’opinione pubblica verso i corpi grassi era cambiata. Fino al punto che l’industria della moda stessa capì che avrebbe ottenuto maggiori profitti investendo su un’immagine ideale di uomo e donna normopeso.

Con il tempo, a causa della continua estremizzazione del corpo, quel normopeso è diventato sottopeso. Un canone di bellezza irraggiungibile, tale che le poche modelle arrivate fin lì sono costrette a diete ed allenamenti disumani pur di mantenere percentuali di grasso ridicole nel corpo. Se non ci credi, prova a cercare su Google la giornata tipo di una modella Victoria’s Secret.

Grassofobia (Fat Studies) e atteggiamento verso i non grassi. Cosa diresti ad una persona magra?

Tutto ciò ha causato una sorta di privilegio dei magri. Non che i normopeso abbiano alcuna colpa, anzi. È solo che viviamo in una società dove le persone magre sono migliori o preferibili e traggono inconsciamente vantaggio da questi valori. Infatti, chi ha un corpo magro può comunque essere insoddisfatto, magari perché vorrebbe più forme o più muscoli; tuttavia, non verrà mai discriminato dalla società.

La Grassofobia e i Fat Studies” evidenziano come spesso i chili in eccesso possano portare anche ad una discriminazione in ambito professionale. Perché, per esempio magari una panza di un metro a prima vista non rispecchia l’immagine del marchio. Può avere ripercussioni  anche in campo medico, ogni qual volta viene effettuata una diagnosi superficiale basata solo sull’aspetto fisico. Fenomeni che, ovviamente non esulano dalla vita di tutti i giorni. In particolare ricevere insinuazioni sulla propria salute da perfetti sconosciuti, del tipo “Lo sai che mio cugino ha perso 40kg in 8 settimane con la dieta del segno zodiacale?”

Vi sono poi i media, per i quali pare non esistere altro oltre all’aspetto fisico che, persone famose e non, possono offrire. Dai quali questa esaltazione eccessiva dell’aspetto fisico è  naturalmente passata  ai social. Il luogo- non luogo dove tutti oggi dicono e scrivono la prima cosa che gli passa per la mente. La grassofobia (Fat Studies) devono in questo caso concentrarsi sui commenti sotto foto e post di persone che provano ad affrontare il tema dell’amare se stessi, il cosiddetto body positivity. A tal proposito, ecco una riflessione tratta dal blog “Abbatto i muri” di Eretica (articolo completo).

Scrive Giulia:

Quindi, secondo te (*commentatore*), sono “Orgogliose chiattone”, perché i chili in più automaticamente ti rendono un essere privo di dignità che non ha il diritto di replicare agli insulti e di affermare che sì, il suo corpo è fuori norma e sì, è ugualmente bello. Esseri malati ai quali non è data nemmeno la possibilità di avere una vita sessuale perché non possono “stare sopra”.

Un peso per la società, perché si “mangiano” denaro pubblico che potrebbe benissimo venire impiegato per curare persone che se lo meritano di più (…) Ho pensato alla mia cara amica che ha sofferto di disturbi alimentari ed ora è visibilmente sovrappeso, al modo in cui la gente la guarda quando si siede in autobus e occupa più spazio di quello che il pensare comune definisce “consono”.

Al percorso psicologico che da anni sta percorrendo per ritrovare la serenità e alle difficoltà che la preoccupano molto più dei chili in eccesso. Ho pensato a quella coinquilina meravigliosa e con un cuore grande che si era convinta di non essere abbastanza magra ed era arrivata a pesare quaranta chili. Ho pensato anche a quella che va in palestra tutti i giorni e che ha un corpo decisamente in forma e non si concede quasi nemmeno più un pezzo di cioccolata perché si vede sovrappeso e non si piace quando si guarda allo specchio.

E un poco ho pensato anche a me, a tutte le paranoie che da ex brutto anatroccolo mi sono fatta sul mio corpo: la pancetta, le gambe storte, le cosce robuste. Pensavo al fatto che sono normopeso, quasi magra (53.5 chili per 1.63m) e tuttavia non sono stata esente da commentini malevoli sul fatto che non ho il ventre piatto, o che forse “con un paio di chili in meno starei meglio”.

Grassofobia (Fat Studies) e attitudini. Devi per forza dire qualcosa?

Nella grassofobia (Fat Studies) una testimonianza come quella di Giulia è importante. Costituisce  una chiara prova di quello che succede quando chiunque prova a scrivere contro la marginalizzazione  dei corpi non perfetti. I quali, mi dispiace dirvelo, sono la stragrande maggioranza, inclusi il mio e probabilmente il tuo, caro lettore. Non solo, per alcune persone il raggiungimento di un corpo magro, inteso come quello che si vede sulle copertine dei giornali, è sempre più frequentemente un ideale al quale aspirare, ma è una meta che non verrà quasi mai raggiunta.

In effetti, la taglia 38 o 40 non è la taglia che rappresenta i corpi della maggior parte delle persone “comuni”, e per molti non lo è neppure la  44. Se vogliamo veramente fare quel passo in avanti come società, dobbiamo iniziare a trasmettere un’immagine coerente delle persone, di come siamo fatti fisicamente, non di cosa vorremmo idealmente. Citando di nuovo Giulia, “Je suis Charlie, certo, ma sei Charlie tu e quindi lo posso essere anche io.

Dobbiamo stare attenti al peso (visto che siamo in tema) che hanno le nostre parole'”. Esatto, laddove ci sembra di far del bene, spesso, faremmo meglio a riflettere se non sia meglio tacere. Perché in fin dei conti, senza conoscere veramente qualcuno, tutto ciò che diciamo è una supposizione. Per noi potrebbe essere semplicemente una battuta, per chi soffre del disturbo da alimentazione compulsiva costituisce invece motivo di sofferenza.

L’abbiamo capito, a stento e dopo un ddl durato appena un anno (a tal proposito vi segnalo l’articolo che EnbyPost ha scritto su DDL Zan), con la discriminazione razziale ed omotransfobica. E’ giunta l’ora di capirlo anche con la grassofobia (Fat Studies). E infine, non c’è momento migliore per interiorizzare che è compito di ognuno evitare qualunque tipo di discriminazione.  Perché un domani potrebbe capitare a noi.

 

Editing: Elena Stanley

Molestie a domicilio: quando rispondere al telefono ti rende una vittima

molestie

Non è mai facile realizzare di essere vittima di molestie, specialmente se la voce dall’altra parte del telefono conosce bene te e la tua cartella clinica. Può sembrare strano, ma purtroppo non lo è.

L’intera vicenda viene denunciata da Noemi De Vitis, giovane studentessa salentina che qualche giorno fa ha vissuto sulla sua pelle una situazione a dir poco disgustosa.

“Sono stata chiamata da un numero privato. [..] Si è presentato come il dott. Francesco Lirante o Licante.”

Questo medico, sbucato dal nulla, si presenta come un ginecologo dell’Ospedale di Tricase (Lecce). Conosce la data e il luogo di nascita di Noemi. Riferisce alla giovane informazioni sensibili riguardo ad un’infezione genitale di cui non era stata avvertita. Noemi decide di fidarsi, nonostante i sospetti.

“Ho pensato che fosse tutto ok, specialmente perchè sapeva il fatto suo in questo campo e spiegava in modo molto sicuro i perchè e i come”

La conversazione tra i due va avanti e la ragazza fornisce sempre più dati reali riguardanti le sue condizioni di salute. Tra qualche domanda “classica”, che qualsiasi medico farebbe, ed eccessivi quesiti di troppo sulla sua vita sessuale nascono i primi sospetti.

“[…] Ai miei continui dubbi sul perché dover dare certe info mi ha risposto che era per capire meglio da cosa fosse causata questa infiammazione. Le sue parole hanno confermato la maggior parte dei miei sintomi.”

Il colmo arriva quando il “dottore” richiede una consulenza su zoom, invitando la paziente a “far vedere le grazie”, per aiutarlo nel formulare la diagnosi.

Queste sono, a tutti gli effetti, molestie.

Una volta rifiutatasi di proseguire ed aver contattato l’ospedale di riferimento, Noemi scopre con orrore che nessuno sa nulla di questo fantomatico medico. Prova a ricontattarlo nel tentativo di smascherarlo, ma non riceve risposta.
Arriva così la decisione di raccontare la sua esperienza sul web, nella speranza di avvertire e sensibilizzare chi potrebbe essere più fragile e permettere a questo soggetto di molestarlǝ ed estorcere loro informazioni o immagini private.

Le stories di Noemi rimbalzano sugli schermi di tutta Italia e raccolgono altre agghiaccianti testimonianze.

In un solo giorno il bilancio dellǝ testimonǝ si alza a ben 25 ragazzǝ nella sola regione Puglia.

Tempo un paio di giorni e diventano più di 250 in tutta Italia, oltre a maggiorenni include delle minorenni.

Leggiamo le parole di chi si è vistǝ telefonare al lavoro, chi è statǝ contattatǝ nel cuore della notte, chi si è sentitǝ riassumere per filo e per segno la sua situazione clinica e di chi, mentre cercava di denunciare, si è sentitǝ dire che “finché non riceve minacce di morte denunciare è una perdita di tempo”.

Il comun denominatore è uno solo: questa persona conosce fin troppo bene la vita di questǝ poverǝ ragazzǝ e purtroppo c’è chi si è fidato.

Le voci corrono: il caso è ora nazionale.

Dopo i numerosi esposti la Polizia Postale e la Procura della Repubblica di Lecce iniziano a muoversi e sono finalmente sulle tracce del famoso molestatore. Secondo le indagini l’uomo sta agendo da agosto inoltrato ed ha adescato tra tuttǝ le vittime anche numerosǝ minorenni. Si presuppone che abbia hackerato i database di numerosi ospedali e laboratori di analisi, al fine di reperire varie cartelle cliniche.

Se anche tu ti ritrovi in una situazione simile e ricevi molestie di qualsiasi genere, fisiche o verbali, rivolgiti alle Forze dell’Ordine o al 1522, numero per contattare il Centro Antiviolenza più vicino a te.

Ricorda: non sei solǝ!