Skip to content

ddl zan

Parlare d’identità di genere e sessualità a scuola: non è “teoria gender”

teoria gender educazione sessuale scuola

Nell’ultimo periodo il famoso programma scolastico dal titolo Educazione gender ha generato molta preoccupazione e paura in tantissimi genitori. Tali preoccupazioni sono state subito sfruttate dai detrattori del ddl Zan per diffondere la bugia che a scuola verrà insegnato che il sesso biologico non è importante,  che la “teoria gender” spingerà ә giovani a diventare omosessuali o transgender.

Provate a cercare su un qualsiasi motore di ricerca le parole “gender” e “scuola”. Non a caso troverete innumerevoli articoli in difesa della famiglia tradizionale e sui presunti danni che la famigerata “teoria gender” provocherebbe allә bambinә. Cari genitori, non fatevi allarmare da chi non sa nemmeno di che cosa sta parlando. Non lasciatevi ingannare da chi sfrutta la vostra preoccupazione per ottenere la vostra visualizzazione alla propria pagina web.

Non esiste alcuna “teoria gender” e nessuno vuole imporre nulla nelle scuole. Tuttavia è vero che esistono delle linee guida del MIUR per la promozione della cultura del rispetto e dell’inclusione e per la lotta a pregiudizi, discriminazioni e violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. Proprio a questo scopo, l’art. 7 del ddl Zan istituiva una Giornata nazionale contro l’omobitransfobia sul modello della Giornata della Memoria. Si trattava dunque di un momento di commemorazione, informazione e riflessione “nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa”. Un momento che dunque non intaccava assolutamente il piano formativo e il normale svolgimento delle lezioni.

Teoria gender? No, si chiamano Gender Studies!

Dobbiamo innanzitutto capire che le espressioni “teoria gender” e “ideologia gender” hanno dietro un significato politico-ideologico. In ambito accademico, gli studi che analizzano il modo in cui gli eventi storici, culturali e sociali contribuiscono alla formazione dei ruoli tipicamente maschili e femminili nelle varie società sono chiamati Gender Studies.

I Gender Studies (o Studi di Genere) sono un approccio accademico interdisciplinare che riguarda i significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Pertanto abbracciano diversi aspetti della vita umana, soprattutto ciò che riguarda la produzione dell’identità e il rapporto tra individuo, società e cultura. Forniscono una nuova visione sui problemi attorno alla natura della sessualità, delle relazioni sociali e alla questione femminile. Una lettura “gender sensitive”, ovvero attenta agli aspetti di genere, è pertanto applicabile a qualunque branca sia delle scienze umanistiche, sia di quelle tradizionali. Inoltre sarebbe auspicabile e utile adottare quest’ottica anche negli insegnamenti scolastici (come già si fa in molte università!).

Teoria gender (dall’inglese Gender Theory) è invece una denominazione che indica una reinterpretazione complottistica e distorta dei Gender Studies. Il suo scopo è di delegittimare le istanze femministe e della comunità LGBTQ+. L’accusa che “l’ideologia gender” voglia indottrinare le giovani menti per eliminare le differenze tra uomini e donne proviene proprio da qui.

Educazione alla parità di genere

È ormai riconosciuto che il genere (il gender) è ciò che detta le opportunità e i limiti di una persona. Secondo la tradizione, gli uomini sarebbero forti e razionali, mentre le donne sarebbero deboli ed emotive. Di conseguenza, dai bambini ci aspettiamo che siano irrequieti, duri, coraggiosi, che amino lo sport, i giochi violenti e che preferiscano le materie scientifiche. Mentre dalle bambine ci aspettiamo che siano buone, che amino i giochi tranquilli, le faccende sentimentali, preferiscano le materie umanistiche e che non amino lo sport.

Sono infatti questi gli stereotipi culturali responsabili della concezione di mestieri tipicamente femminili (maestra, infermiera, badante, segretaria, modella ecc…) e di mestieri tipicamente maschili (medico, ingegnere, poliziotto, muratore ecc…). Per quanto riguarda le pari opportunità nell’istruzione, gli esperti parlano infatti di segregazione formativa. Si tratta del fenomeno che colloca le donne in aree di studio dalle scarse prospettive lavorative sul fronte STEM. Come leggiamo sul report di Save the Children:

“Non c’è un’adeguata valorizzazione del contributo delle donne alla scienza, con la conseguente assenza di modelli e di rappresentazione. Al contrario, la narrazione collettiva, anche dei media, è ancora troppo legata all’idea dello scienziato uomo autorevole e di successo.”

L’educazione alla parità di genere, l’abbattimento degli stereotipi e l’educazione non binaria hanno lo scopo di aiutare ә ragazzә a scegliere in modo consapevole la vita che desiderano per loro stessә. È infatti loro diritto fare qualsiasi mestiere e non rinunciare a niente in nome di normative sociali imposte dal patriarcato. Nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione, le linee guida del MIUR hanno l’obiettivo di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza dei diritti e dei doveri di una persona, per maturarne le competenze di cittadinanza. A tale scopo è fondamentale educare al rispetto e alla lotta contro ogni tipo di discriminazione.

Contro la violenza di genere

Nelle scuole è stato deciso di adottare materiali didattici che non solo aiutino a riconoscere gli stereotipi di genere, ma educhino anche al loro superamento. Inoltre sono state promosse iniziative che insegnino l’empatia, il riconoscimento delle emozioni e la risoluzione non violenta dei conflitti. Sono stati introdotti laboratori sul riconoscimento della violenza sulle donne, della violenza in base al genere e dell’omofobia. Gli studiosi affermano infatti che gli uomini che condividono e sostengono la cultura della superiorità maschile siano più inclini a diventare partner abusanti. E non solo: le donne che concepiscono se stesse con un ruolo passivo e sottoposto sono più inclini a subire violenza e a non denunciare.

Cos’è stato fatto a scuola finora?

Nonostante se ne parli solo da poco, in realtà è almeno dal 2013 che nelle scuole si parla d’identità di genere, comunità LGBTQ+ e si fa educazione sessuale. Come riporta il dossier dell’Associazione Pro Vita e Famiglia, da ben nove anni le singole scuole (e, si precisa, per iniziativa propria) si impegnano nell’inclusione, grazie all’attivazione di progetti e laboratori. Ad esempio, in molte scuole si è parlato di relazioni omosessuali, famiglie omogenitoriali, stereotipi di genere, identità non binarie, transizione di genere, empatia… Ma anche di sessualità e salute sessuale.

Sesso o sessualità?

La parola “sessualità” nel contesto scolastico genera molta ansia e preoccupazione, soprattutto se l’OMS consiglia di iniziare a parlarne già dall’asilo nido! Per questo motivo è essenziale imparare che “sesso” e “sessualità” non sono la stessa cosa e hanno significati diversi:

Il sesso è l’insieme delle caratteristiche biologiche che fanno di un essere umano una femmina o un maschio. Nel linguaggio comune questa parola indica anche l’attività sessuale.

La sessualità è invece un concetto più ampio che comprende l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, l’intimità e la riproduzione. Inoltre è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.

La sessualità è dunque un aspetto centrale dell’essere umano e ne regola la personalità, la comunicazione, i rapporti interpersonali. Soprattutto, la sessualità non è limitata a determinate fasce d’età, in quanto gli esseri umani nascono come esseri sessuali. Il che significa che anche ә bambinә hanno una sessualità. Quest’ultima affermazione vi avrà sicuramente fatto storcere il naso, ma tenete a mente la differenza spiegata prima tra sesso e sessualità. Ə bambinә, inoltre, hanno una sessualità diversa rispetto a quella degli adulti.

Lo sviluppo sessuale infantile ― non facciamoci spaventare dalla parola ― prevede quelle fasi che stanno alla base della costruzione dell’identità dellә bambinә. Ad esempio, queste fasi comprendono il desiderio di essere coccolatә, l’acquisizione di un’indipendenza limitata dalla figura genitoriale primaria, la consapevolezza del proprio corpo, capire che maschi e femmine sono diversә e hanno differenti ruoli di genere, fare domande sulla riproduzione (“da dove vengono i bambini?“), capire che esistono tabù.

L’importanza dell’educazione sessuale

Per timore che le menti dellә più giovani possano essere “traviate”, l’Italia è ancora uno dei pochi paesi europei a non prevedere l’educazione sessuale nelle scuole. A tal proposito, l’OMS consiglia di accompagnare lo sviluppo sessuale dellә bambinә fin dalla più tenera età, incoraggiando la collaborazione tra genitori e scuole. L’educazione sessuale deve essere naturalmente adeguata alle diverse fasce d’età. Ad esempio, nelle scuole dell’infanzia non verrà spiegato che cos’è un rapporto sessuale, bensì le differenze tra i corpi, come nascono ә bambinә, l’amore e l’affetto, dire sì o no e così via.

Questi insegnamenti hanno lo scopo di educare alla diversità, all’inclusione e al rispetto, di ritardare l’inizio dei rapporti sessuali e ridurre il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, oltre che di gravidanze indesiderate. Questo perché gli studi dimostrano che una maggiore conoscenza e consapevolezza sull’argomento offrono vantaggi maggiori rispetto a un’educazione fondata sull’astinenza, la paura e la proibizione. Dopotutto, lә adolescenti hanno svariate fonti dalle quali trarre informazioni sul sesso e una di quelle è, purtroppo, la pornografia. Un’educazione basata su proibizioni e tabù lә spingerà a cercare di nascosto le risposte alle loro domande, trovando molto spesso informazioni sbagliate, fuorvianti e degradanti soprattutto nei confronti delle donne.

L’amore per se stessә

Anche l’amore per se stessә fa parte della sfera della sessualità, così come il piacere e il desiderio, i quali comprendono tutto il bene che vogliamo per noi. L’innamoramento di sé è quel che Freud chiamava “investimento libidico primario”. Inoltre, nel saggio Il disagio della civiltà (1929) egli afferma quanto la civiltà sia costruita sulla rinuncia pulsionale, ovvero sul fatto che la propria libertà finisce dove comincia quella dell’altrә.

Anche la scuola esercita sullә alunnә questo tipo di pressione e può creare situazioni di disagio e malessere in tuttә ә ragazzә, che a volte vengono espresse con manifestazioni aggressive. Le iniziative promosse dalle scuole hanno infatti lo scopo di attenuare e prevenire i danni e i disagi all’interno del contesto scolastico. Non solo: educare all’ascolto delle proprie emozioni, al rispetto, all’inclusione, alla tolleranza, a riconoscere violenze e discriminazioni serve ad acquisire le fondamentali competenze di cittadinanza. Sì, anche questa è educazione civica!

Le proposte dal 2020

Nonostante i vari allarmismi sulla “teoria gender” nelle scuole, i reali progetti che di recente hanno interessato alcune scuole sono stati:

  • La proposta d’introduzione della Giornata nazionale contro l’omobitransfobia (bocciata).
  • L’organizzazione di incontri con personaggi di spicco della comunità LGBTQ+.
  • La lettura di autori LGBTQ+ (ad esempio romanzi, fiabe, film, opere teatrali).
  • L’attivazione di carriere alias.
  • L’adozione dell’asterisco (*) nelle circolari scolastiche.
  • L’installazione di bagni dal genere neutro (per le persone non binarie e transgender).
  • L’installazione di distributori d’assorbenti.
  • L’introduzione di giornate “gender swap”, cioè dedicate allo scambio di ruoli.

Ora, esaminando queste proposte, in che modo queste ultime vi arrecherebbero danno? Che ve ne importa se qualcunә vuole attivare una carriera alias o usare un altro bagno? Perché vietarlo? Non giocate la carta del “ci sono problemi più importanti”, perché non è giusto creare gerarchie. Vi ricordiamo che anche noi siamo cittadinә italianә, votiamo e paghiamo le tasse, pertanto abbiamo il diritto di essere ascoltatә. Quel che invece è illegittimo, è fare una distinzione tra cittadinә di serie A e cittadinә di serie B.

Dopo la bocciatura in Senato del luglio 2021, Simona Malpezzi, Monica Cirinnà e Alessandro Zan hanno ripresentato a palazzo Madama il ddl Zan. Così le piazze delle principali città italiane si sono riempite di tantissime persone che hanno manifestato dissenso e sdegno per la negazione del loro diritto di essere riconosciute. Ciononostante, per il centrodestra le priorità continuano a essere altre. È come se esistesse una sorta di gerarchia dei diritti umani (oltre che tra ә cittadinә). Così, un padre di famiglia è considerato più importante di chi riceve minacce di morte e pestaggi in base al suo orientamento sessuale. Non è ben chiaro perché in Senato alcune leggi vengano bocciate in base alla logica del “esistono problemi più gravi”… C’è forse un limite massimo al numero di leggi che il nostro Codice può contenere?

Ddl Zan: di come si barattano i like con i diritti umani

ddl-zan

È il ddl Zan che, già approvato alla Camera nel novembre 2020, oggi è stato definitivamente silurato.
Ma andiamo indietro di qualche mese e partiamo dalle fondamenta.

Il disegno di legge Zan

Il ddl Zan è un testo unificato, figlio di diverse  proposte di legge presentate alla Camera dallo stesso Alessandro Zan, da cui il disegno prende il nome, da Ivan Scalfarotto, da Laura Boldrini, da Mario Perantoni (M5s) e da Giusi Bartolozzi (Fi), accomunati dall’applicazione della legge Mancino per quel che riguarda la discriminazione e l’istigazione (non la propaganda) ai reati dettati dall’odio omofobico.

Il testo è composto da 10 articoli in base al cui contenuto i reati collegati all’omofobia verrebbero equiparati a quelli sanciti dall’articolo 604 bis del codice penale che contrasta il razzismo e l’odio su base religiosa, punendo con la reclusione fino a quattro anni le discriminazioni basate sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.

Trattasi di un disegno di legge trasversale, e dopo parecchio tempo è riuscito ad approdare in Parlamento.
La prima proposta di legge sul tema, è del 2013, il dl Scalfarotto, di cui lo stesso Zan era ultimo firmatario.

Le visioni e il tentativo di mediare sul Ddl Zan

In questi mesi si è discusso molto del disegno in questione.
Dai social ai salotti tv, dalle dirette IG alle newsletter dei politici più in voga.
La destra asseriva e lo asserisce tutt’oggi, che la legge in questione va ad introdurre un reato d’opinione.
Asserendo ciò è stata sempre in bilico la votazione del dl, infatti non rappresenta una stranezza il fatto che sia stata bloccata, oggi.
Nello specifico venivano messi in discussione alcuni articoli del disegno, quali:

L’articolo 1 sulla definizione di identità di genere, definita come “l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso biologico” e “indipendentemente dall’ aver concluso un percorso di transizione”

Per questo articolo la compagine riformista di Matteo Renzi, propone di tornare alla definizione del dl Scalfarotto per non rischiare di avere  troppe posizioni contro nel momento in cui si andrà a votare, ovvero ovvero aggiungendo le parole “o fondati sull’omofobia o sulla transfobia, oltre al tema della disabilità, e rivedendo conseguentemente l’articolato”.

– L’articolo 4  del Zan, tratta del pluralismo di idee e della libertà di scelta:  “ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Lo schieramento riformista dell’ex presidente del Consiglio, evidenzia come si stesse minando la libertà di espressione, che è già tutelata dalla Costituzione.

-Nell’articolo 7, infine, è la Giornata Mondiale contro l’omostransfobia  a far discutere: “La Repubblica riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei principi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione”.

Italia Viva, propone di aggiungere “nel rispetto della piena autonomia scolastica”.

Nessuno ha pensato al numero dei voti…

Intanto parte una gogna mediatica che nemmeno Mussolini.
Tutti addosso al partito riformista di Renzi, che in realtà aveva proposto accorgimenti tesi a non impattare con i numeri in Parlamento troppo esigui per portare avanti il disegno.

Il Partito Democratico di Letta, affiancato dai pentastellati, si defila e si batte affinché il disegno di legge non si smuovesse di una virgola.
Salvini e Meloni danno sfogo a tutte le loro più grandi frustrazioni, ma il leader della Lega sottolinea che se deve votare una legge contro odio e discriminazione non ha problemi, ma non voterà una legge che mini la libertà di opinione.

In tutto questo trambusto, però, hanno dimenticato, tutti, che per approvare un disegno di legge ci vogliono i numeri.
Dopo tutto questo tira e molla, arriviamo ad oggi.

L’epilogo del Ddl Zan

ll voto segreto in Senato di oggi, sul Ddl Zan  ha significato prestare il fianco ai franchi tiratori, che, ovviamente come già aveva anticipato Matteo Renzi, hanno agito indisturbati.
Nel segreto del voto, il Senato ha approvato (con 154 voti a favore) la richiesta di non passaggio agli articoli del Ddl Zan, la cosiddetta ‘tagliola’ presentata da circa 20 senatori di Lega e Fratelli d’Italia.
Italia Viva, ha votato convintamente NO contro la tagliola, mentre invece pare che i 23 voti a favore registrati in più, vadano ricercati tra i Dem e i grillini.

Il segretario del Pd ha parlato di mediazione, ha difeso i diritti umani solo nei salotti televisivi, poi li ha dimenticati lì, impegnato com’è a rincorrere i pentastellati che non votarono neanche la legge sulle unioni civili.
I riformisti volevano il voto palese, è bene sottolinearlo.
Nessuno sarebbe potuto sfuggire alle proprie responsabilità.

Le opinioni lasciano il tempo che trovano

Oggi l’Italia perde l’opportunità di fare un passo verso la civiltà.
L’Italia rimane ancora indietro, e sceglie di farlo convintamente.
Oggi l’Italia sceglie di mettere il colore di un partito prima di un diritto civile.
Le battaglie di diritto non possono trasformarsi in opinione di partito.
Mediare sulla legge sarebbe stata la decisione giusta?
Forse sì, lo sarebbe stato.
Per riconsegnare un diritto nelle mani di chi lo avrebbe dovuto avere già, a prescindere da una legge creata ad hoc.
Non ha vinto nessuno, oggi.
Abbiamo perso tutti.
Abbiamo calpestato la dignità di tutte quelle persone che sognavano, finalmente, di avere una tutela legale.
E per cosa? Per sentir urlare la Ferragni da instagram? O per indignarci a comando?
La politica, quella vera, fa le cose. La politica media e trova soluzioni. Non baratta un like per un diritto umano.