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Parlare d’identità di genere e sessualità a scuola: non è “teoria gender”

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Nell’ultimo periodo il famoso programma scolastico dal titolo Educazione gender ha generato molta preoccupazione e paura in tantissimi genitori. Tali preoccupazioni sono state subito sfruttate dai detrattori del ddl Zan per diffondere la bugia che a scuola verrà insegnato che il sesso biologico non è importante,  che la “teoria gender” spingerà ә giovani a diventare omosessuali o transgender.

Provate a cercare su un qualsiasi motore di ricerca le parole “gender” e “scuola”. Non a caso troverete innumerevoli articoli in difesa della famiglia tradizionale e sui presunti danni che la famigerata “teoria gender” provocherebbe allә bambinә. Cari genitori, non fatevi allarmare da chi non sa nemmeno di che cosa sta parlando. Non lasciatevi ingannare da chi sfrutta la vostra preoccupazione per ottenere la vostra visualizzazione alla propria pagina web.

Non esiste alcuna “teoria gender” e nessuno vuole imporre nulla nelle scuole. Tuttavia è vero che esistono delle linee guida del MIUR per la promozione della cultura del rispetto e dell’inclusione e per la lotta a pregiudizi, discriminazioni e violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. Proprio a questo scopo, l’art. 7 del ddl Zan istituiva una Giornata nazionale contro l’omobitransfobia sul modello della Giornata della Memoria. Si trattava dunque di un momento di commemorazione, informazione e riflessione “nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa”. Un momento che dunque non intaccava assolutamente il piano formativo e il normale svolgimento delle lezioni.

Teoria gender? No, si chiamano Gender Studies!

Dobbiamo innanzitutto capire che le espressioni “teoria gender” e “ideologia gender” hanno dietro un significato politico-ideologico. In ambito accademico, gli studi che analizzano il modo in cui gli eventi storici, culturali e sociali contribuiscono alla formazione dei ruoli tipicamente maschili e femminili nelle varie società sono chiamati Gender Studies.

I Gender Studies (o Studi di Genere) sono un approccio accademico interdisciplinare che riguarda i significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Pertanto abbracciano diversi aspetti della vita umana, soprattutto ciò che riguarda la produzione dell’identità e il rapporto tra individuo, società e cultura. Forniscono una nuova visione sui problemi attorno alla natura della sessualità, delle relazioni sociali e alla questione femminile. Una lettura “gender sensitive”, ovvero attenta agli aspetti di genere, è pertanto applicabile a qualunque branca sia delle scienze umanistiche, sia di quelle tradizionali. Inoltre sarebbe auspicabile e utile adottare quest’ottica anche negli insegnamenti scolastici (come già si fa in molte università!).

Teoria gender (dall’inglese Gender Theory) è invece una denominazione che indica una reinterpretazione complottistica e distorta dei Gender Studies. Il suo scopo è di delegittimare le istanze femministe e della comunità LGBTQ+. L’accusa che “l’ideologia gender” voglia indottrinare le giovani menti per eliminare le differenze tra uomini e donne proviene proprio da qui.

Educazione alla parità di genere

È ormai riconosciuto che il genere (il gender) è ciò che detta le opportunità e i limiti di una persona. Secondo la tradizione, gli uomini sarebbero forti e razionali, mentre le donne sarebbero deboli ed emotive. Di conseguenza, dai bambini ci aspettiamo che siano irrequieti, duri, coraggiosi, che amino lo sport, i giochi violenti e che preferiscano le materie scientifiche. Mentre dalle bambine ci aspettiamo che siano buone, che amino i giochi tranquilli, le faccende sentimentali, preferiscano le materie umanistiche e che non amino lo sport.

Sono infatti questi gli stereotipi culturali responsabili della concezione di mestieri tipicamente femminili (maestra, infermiera, badante, segretaria, modella ecc…) e di mestieri tipicamente maschili (medico, ingegnere, poliziotto, muratore ecc…). Per quanto riguarda le pari opportunità nell’istruzione, gli esperti parlano infatti di segregazione formativa. Si tratta del fenomeno che colloca le donne in aree di studio dalle scarse prospettive lavorative sul fronte STEM. Come leggiamo sul report di Save the Children:

“Non c’è un’adeguata valorizzazione del contributo delle donne alla scienza, con la conseguente assenza di modelli e di rappresentazione. Al contrario, la narrazione collettiva, anche dei media, è ancora troppo legata all’idea dello scienziato uomo autorevole e di successo.”

L’educazione alla parità di genere, l’abbattimento degli stereotipi e l’educazione non binaria hanno lo scopo di aiutare ә ragazzә a scegliere in modo consapevole la vita che desiderano per loro stessә. È infatti loro diritto fare qualsiasi mestiere e non rinunciare a niente in nome di normative sociali imposte dal patriarcato. Nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione, le linee guida del MIUR hanno l’obiettivo di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza dei diritti e dei doveri di una persona, per maturarne le competenze di cittadinanza. A tale scopo è fondamentale educare al rispetto e alla lotta contro ogni tipo di discriminazione.

Contro la violenza di genere

Nelle scuole è stato deciso di adottare materiali didattici che non solo aiutino a riconoscere gli stereotipi di genere, ma educhino anche al loro superamento. Inoltre sono state promosse iniziative che insegnino l’empatia, il riconoscimento delle emozioni e la risoluzione non violenta dei conflitti. Sono stati introdotti laboratori sul riconoscimento della violenza sulle donne, della violenza in base al genere e dell’omofobia. Gli studiosi affermano infatti che gli uomini che condividono e sostengono la cultura della superiorità maschile siano più inclini a diventare partner abusanti. E non solo: le donne che concepiscono se stesse con un ruolo passivo e sottoposto sono più inclini a subire violenza e a non denunciare.

Cos’è stato fatto a scuola finora?

Nonostante se ne parli solo da poco, in realtà è almeno dal 2013 che nelle scuole si parla d’identità di genere, comunità LGBTQ+ e si fa educazione sessuale. Come riporta il dossier dell’Associazione Pro Vita e Famiglia, da ben nove anni le singole scuole (e, si precisa, per iniziativa propria) si impegnano nell’inclusione, grazie all’attivazione di progetti e laboratori. Ad esempio, in molte scuole si è parlato di relazioni omosessuali, famiglie omogenitoriali, stereotipi di genere, identità non binarie, transizione di genere, empatia… Ma anche di sessualità e salute sessuale.

Sesso o sessualità?

La parola “sessualità” nel contesto scolastico genera molta ansia e preoccupazione, soprattutto se l’OMS consiglia di iniziare a parlarne già dall’asilo nido! Per questo motivo è essenziale imparare che “sesso” e “sessualità” non sono la stessa cosa e hanno significati diversi:

Il sesso è l’insieme delle caratteristiche biologiche che fanno di un essere umano una femmina o un maschio. Nel linguaggio comune questa parola indica anche l’attività sessuale.

La sessualità è invece un concetto più ampio che comprende l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, l’intimità e la riproduzione. Inoltre è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.

La sessualità è dunque un aspetto centrale dell’essere umano e ne regola la personalità, la comunicazione, i rapporti interpersonali. Soprattutto, la sessualità non è limitata a determinate fasce d’età, in quanto gli esseri umani nascono come esseri sessuali. Il che significa che anche ә bambinә hanno una sessualità. Quest’ultima affermazione vi avrà sicuramente fatto storcere il naso, ma tenete a mente la differenza spiegata prima tra sesso e sessualità. Ə bambinә, inoltre, hanno una sessualità diversa rispetto a quella degli adulti.

Lo sviluppo sessuale infantile ― non facciamoci spaventare dalla parola ― prevede quelle fasi che stanno alla base della costruzione dell’identità dellә bambinә. Ad esempio, queste fasi comprendono il desiderio di essere coccolatә, l’acquisizione di un’indipendenza limitata dalla figura genitoriale primaria, la consapevolezza del proprio corpo, capire che maschi e femmine sono diversә e hanno differenti ruoli di genere, fare domande sulla riproduzione (“da dove vengono i bambini?“), capire che esistono tabù.

L’importanza dell’educazione sessuale

Per timore che le menti dellә più giovani possano essere “traviate”, l’Italia è ancora uno dei pochi paesi europei a non prevedere l’educazione sessuale nelle scuole. A tal proposito, l’OMS consiglia di accompagnare lo sviluppo sessuale dellә bambinә fin dalla più tenera età, incoraggiando la collaborazione tra genitori e scuole. L’educazione sessuale deve essere naturalmente adeguata alle diverse fasce d’età. Ad esempio, nelle scuole dell’infanzia non verrà spiegato che cos’è un rapporto sessuale, bensì le differenze tra i corpi, come nascono ә bambinә, l’amore e l’affetto, dire sì o no e così via.

Questi insegnamenti hanno lo scopo di educare alla diversità, all’inclusione e al rispetto, di ritardare l’inizio dei rapporti sessuali e ridurre il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, oltre che di gravidanze indesiderate. Questo perché gli studi dimostrano che una maggiore conoscenza e consapevolezza sull’argomento offrono vantaggi maggiori rispetto a un’educazione fondata sull’astinenza, la paura e la proibizione. Dopotutto, lә adolescenti hanno svariate fonti dalle quali trarre informazioni sul sesso e una di quelle è, purtroppo, la pornografia. Un’educazione basata su proibizioni e tabù lә spingerà a cercare di nascosto le risposte alle loro domande, trovando molto spesso informazioni sbagliate, fuorvianti e degradanti soprattutto nei confronti delle donne.

L’amore per se stessә

Anche l’amore per se stessә fa parte della sfera della sessualità, così come il piacere e il desiderio, i quali comprendono tutto il bene che vogliamo per noi. L’innamoramento di sé è quel che Freud chiamava “investimento libidico primario”. Inoltre, nel saggio Il disagio della civiltà (1929) egli afferma quanto la civiltà sia costruita sulla rinuncia pulsionale, ovvero sul fatto che la propria libertà finisce dove comincia quella dell’altrә.

Anche la scuola esercita sullә alunnә questo tipo di pressione e può creare situazioni di disagio e malessere in tuttә ә ragazzә, che a volte vengono espresse con manifestazioni aggressive. Le iniziative promosse dalle scuole hanno infatti lo scopo di attenuare e prevenire i danni e i disagi all’interno del contesto scolastico. Non solo: educare all’ascolto delle proprie emozioni, al rispetto, all’inclusione, alla tolleranza, a riconoscere violenze e discriminazioni serve ad acquisire le fondamentali competenze di cittadinanza. Sì, anche questa è educazione civica!

Le proposte dal 2020

Nonostante i vari allarmismi sulla “teoria gender” nelle scuole, i reali progetti che di recente hanno interessato alcune scuole sono stati:

  • La proposta d’introduzione della Giornata nazionale contro l’omobitransfobia (bocciata).
  • L’organizzazione di incontri con personaggi di spicco della comunità LGBTQ+.
  • La lettura di autori LGBTQ+ (ad esempio romanzi, fiabe, film, opere teatrali).
  • L’attivazione di carriere alias.
  • L’adozione dell’asterisco (*) nelle circolari scolastiche.
  • L’installazione di bagni dal genere neutro (per le persone non binarie e transgender).
  • L’installazione di distributori d’assorbenti.
  • L’introduzione di giornate “gender swap”, cioè dedicate allo scambio di ruoli.

Ora, esaminando queste proposte, in che modo queste ultime vi arrecherebbero danno? Che ve ne importa se qualcunә vuole attivare una carriera alias o usare un altro bagno? Perché vietarlo? Non giocate la carta del “ci sono problemi più importanti”, perché non è giusto creare gerarchie. Vi ricordiamo che anche noi siamo cittadinә italianә, votiamo e paghiamo le tasse, pertanto abbiamo il diritto di essere ascoltatә. Quel che invece è illegittimo, è fare una distinzione tra cittadinә di serie A e cittadinә di serie B.

Dopo la bocciatura in Senato del luglio 2021, Simona Malpezzi, Monica Cirinnà e Alessandro Zan hanno ripresentato a palazzo Madama il ddl Zan. Così le piazze delle principali città italiane si sono riempite di tantissime persone che hanno manifestato dissenso e sdegno per la negazione del loro diritto di essere riconosciute. Ciononostante, per il centrodestra le priorità continuano a essere altre. È come se esistesse una sorta di gerarchia dei diritti umani (oltre che tra ә cittadinә). Così, un padre di famiglia è considerato più importante di chi riceve minacce di morte e pestaggi in base al suo orientamento sessuale. Non è ben chiaro perché in Senato alcune leggi vengano bocciate in base alla logica del “esistono problemi più gravi”… C’è forse un limite massimo al numero di leggi che il nostro Codice può contenere?

Asessualità: parliamone

Asessualità

Tutte le persone appartenenti ad una minoranza sanno quanto sia importante diffondere la conoscenza e la consapevolezza del proprio vissuto. Questo articolo nasce proprio con questo scopo: parliamo dell’asessualità con Fabrizio Bertini, persona asessuale ed attivista LGBTQIA+.

Cos’è l’asessualità?

L’asessualità è un orientamento sessuale definito dall’assenza di attrazione sessuale, cioè il desiderio istintivo di condividere un’attività sessuale di qualsivoglia genere.
L’asessualità è uno spettro in cui ogni persona ha il diritto di identificarsi dove e come crede, non è un tutto o nulla.
Alcune persone, ad esempio, riferiscono di provare attrazione sessuale più raramente o ad intensità minore della media (qui si parla di graysessualità), mentre le persone demisessuali provano attrazione sessuale ma prima di essa è presente un legame emotivo.

L’aromanticismo invece cos’è? Una persona asessuale è anche aromantica?

L’aromanticismo è un orientamento romantico (e non sessuale).
Le persone aromantiche non provano attrazione romantica. Questo non significa che disprezzino le relazioni umane in generale, semplicemente la loro mancanza di attrazione romantica può manifestarsi nel non desiderare una relazione.
Il movimento aro-ace (asessuale e aromantico) ha sfidato il tradizionale paradigma dell’inscindibilità dell’attrazione sessuale dall’attrazione romantica. Non per forza, infatti, gli orientamenti sessuali e quelli romantici procedono di pari passo.
Sembra inoltre che nel gruppo aro-ace ci sia una particolare indipendenza fra i due (solo il 20% delle persone asessuali si definisce anche aromantica).

Sex Positive, Neutral e Negative: di cosa si tratta?

Questi termini stanno ad indicare come le persone si pongono rispetto al sesso. Una persona asessuale infatti può possedere una libido, cioè il generico desiderio di intraprendere attività sessuale di qualsiasi genere.
Le persone asessuali Sex Positive possono provare piacere nel coinvolgersi in attività sessuali. Ciò può accadere per le ragioni più varie, ad esempio per vedere com’è, per divertimento, per scaricare lo stress ecc. ;
Le persone Sex Neutral si pongono in una posizione di indifferenza nei riguardi del rapporto sessuale; le persone Sex Negative evitano il sesso e possono arrivare ad avere repulsione per l’atto.
Nonostante ciò tuttə lə asessuali sono accomunatə dall’assenza di attrazione sessuale istintiva.

Tengo molto a specificare che nessunə deve spiegazioni su come vive queste dinamiche strettamente personali a meno che non scelga di farlo ed in quel caso è bene che ci si astenga dai giudizi perché è tutto legittimo finché non prevarica la libertà altrui di autodeterminazione e avviene tra persone adulte consenzienti.

L’asessualità e il desiderio ipoattivo sono la stessa cosa?

Il desiderio ipoattivo è una condizione clinica patologica che causa malessere alla persona interessata. La persona si sente a disagio nel non vivere il desiderio sessuale come vorrebbe.
Non può essere considerato in alcun modo sinonimo di asessualità in quanto quest’ultima è un orientamento sessuale, quindi non patologico. Il disagio provato da una persona asessuale nel vivere la sua identità è al massimo derivato da cause esterne, in primis dalla discriminazione sociale data da una cultura fortemente normativa e sessuocentrica.

Nel DDL ZAN articolo 1 comma c si legge: “per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi i sessi”.
Ciò esclude le persone asessuali. Qual è la tua opinione al riguardo?

È una grossa pecca il fatto che si escludessero lə asessuali.
Non sono tra lə più radicali che si sono dettə contentə che il decreto non sia passato, data l’esclusione della categoria. Penso sarebbe stato comunque un passo avanti per i diritti civili, una proposta sì incompleta ma eventualmente perfettibile una volta approvata.
Ma visto che è andata così spero si colga l’occasione per portare avanti qualcosa dal respiro universale la prossima volta.

A proposito di internet: quali sono i commenti che più spesso ricevi on line?

Ci sono persone che mi accusano di autoattribuzione ingiustificata dell’identità asessuale, nonché di aver scelto di astenermi dal sesso, come se l’orientamento sessuale fosse una scelta.
Ma è il comportamento sessuale ad essere una scelta, non l’orientamento. C’è chi ipotizza oscuri traumi reconditi e chi semplicemente ti taccia di “frigidità”.
Molti mi dicono che non ho trovato la persona giusta o che non sono in grado di eccitarmi, il che dimostra la totale ignoranza nella distinzione tra attrazione sessuale e libido.
C’è chi accusa gli asessuali di non essere in grado di innamorarsi o provare amore.
Succede che la gente si arroghi il diritto di dire che la tua è “solo” una relazione amicale, quasi a volerne minare l’importanza, come se amicizia e amore fossero cose nettamente distinte e il delta fosse dato solo dalla componente sessuale. Concezione della quale non discuto la validità per il vissuto di molte persone, ma che per me diventa molto rigida, omologante e conformistica.
Una problematica di quando si cerca di portare l’esperienza di un gruppo di individui (fosse anche quello statisticamente maggioritario) come verità assoluta, anziché riconoscere e di conseguenza valorizzare la variabilità individuale.
Tra i commenti più aberranti che ho letto rivolti alle persone asessuali c’è anche chi auspica (e in tristissimi casi concretizza) lo stupro riparatore.
Questa serie di commenti sono esemplificativi del concetto di afobia, l’avversione nei confronti dell’asessualità e delle persone che si identificano come asessuali.

Quali sono le discriminazioni che subisce la comunità asessuale?

La discriminazione maggiore che gli asessuali ricevono è il negazionismo.
Sono inoltre spesso accusate di “affamare” deliberatamente il partner, frustrandone egoisticamente i desideri. Assolutamente non vero, in ogni relazione bisogna definire i margini per potersi venire incontro sapendo che attrazione e comportamento sessuale sono cose differenti e che la comunicazione trasparente fa sempre la differenza.
Inoltre, è sempre giusto ribadire che il sesso anche in una relazione consolidata non è mai un diritto, bisogna sempre sincerarsi volta per volta che da parte dell’altra persona vi sia un consenso, che per altro è in qualsiasi momento revocabile.

L’asessualità è più diffusa tra persone di un genere specifico? È più difficile riconoscersi socialmente come asessuali se si è percepiti come uomini?

Per le persone genderqueer è possibile una sovrapposizione di unicità ma questo vale per tutte le persone della comunità LGBTQIA+ (se si varia lungo un asse può essere più probabile che si vari anche su altri, soprattutto se parliamo di dinamiche complesse come affettività e sessualità).
Si vocifera che ci siano più donne asessuali, però a questa stima sono molto forti le obiezioni che si basano sull’esistenza dei costrutti sociali di genere.

L’orientamento asessuale si pone in contrasto con la forte inclinazione alla sessualità selvaggia che si associa al genere maschile. Questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali gli uomini possono essere più restii a prendere consapevolezza di un eventuale orientamento asessuale, nonché a fare coming out.

È possibile fare un paragone tra la comunità transgender e la comunità asessuale. La comunità transgender subisce spesso una reazione dispregiativa da parte del grande pubblico, collegata anche al fatto che le persone trans vanno a scardinare il concetto di corrispondenza tra sesso assegnato e genere esperito. Allo stesso modo l’asessualità attenta alla normatività. Sei d’accordo?

Sì, molte delle reazioni destinate alla comunità asessuale sono di incredulità più che di genuina meraviglia, che seppur alla lunga irritante si potrebbe considerare come la risposta di primo acchito più umana di fronte a ciò che non si conosce.
Essendo la società in cui siamo immersi fortemente ipersessualizzata, non si concepisce l’idea che ci siano persone che sperimentano la realtà in modo diverso.
Tutto ciò che è differente può infatti suscitare “paura” e reazioni di intolleranza e rigetto da parte della maggioranza, che percepisce la differenza come minaccia alla validità dei propri schemi maggioritari.

Esistono etichette che definiresti superflue?

Le etichette non sarebbero necessarie se fosse validato qualunque vissuto purché non causi un danno allə prossimə, indipendentemente dalla sua frequenza statistica.
Purtroppo così non è e se una persona sente la necessità di porre le fondamenta per strutturare una propria identità le etichette possono essere il punto di partenza.
Non possono però essere un punto di arrivo, l’importante è che aprano orizzonti e non li limitino.
Solo alla persona spetta scegliere quale percorso seguire e di conseguenza come identificarsi.

In ultimo, come ti poni davanti agli stereotipi di genere e come si dovrebbe porre il mondo rispetto alle diversità?

Gli stereotipi di genere non scalfiscono minimamente l’integrità del mio essere, inteso nei termini del mio personale valore e dei miei personali valori.
Mi suscitano una “rabbia morale” perché li reputo una significativa ingiustizia della nostra società, perché subdola violazione dei diritti dell’individuo, nonché un’incredibile invalidazione di vissuti e di risorse.
Da un certo punto di vista, se il mio comportamento autodeterminato ha l’effetto di fare sberleffi di quello che la società si aspetterebbe da me, ben venga!

Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo bisogno di un paese che valorizzi le minoranze ancor più che un paese inclusivo, perché inclusione è a mio avviso un termine che esprime un approccio paternalisticamente asimmetrico che si concretizza in un’assimilazione nello schema maggioritario. Invece parlare di valorizzazione collima maggiormente con l’accoglienza dei vari spettri di diversità.
L’umanità, tuttavia, sembra non avere ancora imparato a generalizzare, traendo insegnamenti dai progressi compiuti in direzione antidiscriminatoria.
Non succede che con i passi avanti verso questa o quella minoranza si riesca a generalizzare sul fatto che la discriminazione alla fine non conviene a nessunə.
Ci si trova poi tuttə, indistintamente, a dover sostenere i costi della salute mentale e della discriminazione, dando un calcio alla possibilità di capitalizzare sulle risorse soggettive.

Per criteri assolutamente arbitrari e del tutto inutili si esclude una consistente fetta del potenziale apporto della variabilità umana. Anche volendo cinicamente tralasciare la dimensione etica, soffermandosi su quella prettamente utilitaristica, a che pro?
L’esclusione della diversità ostacola le persone nell’esprimersi e per questo limita il possibile apporto a favore della collettività di individui differenti.

 

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Pose: la serie tv che dà una casa alle persone transgender

pose

Pose è una serie televisiva statunitense dei registi Steven Canals, Ryan MurphyBrad Falchuk (se questi ultimi due nomi non vi sono nuovi, è perché li conoscete già: gli appassionati di horror e thriller li conosceranno per American Horror Story, mentre chi ama il musical li ricorderà per Glee).
La serie è ambientata a New York, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Qui, nei sobborghi di una città fatta di contrasti, in un periodo di espansione economica e possibilità, scendiamo i gradini che ci separano dalla magica e luccicante ball room.

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Nei primissimi minuti dell’episodio pilota vediamo le prove del Vogueing. Siamo immersi nel salotto di Casa Vandance, e conosciamo Candy, Lulu, Angel, Blanca e Madre Electra. Sono tutte donne transgender, che si aiutano a vicenda e condividono l’appartamento.
La sintonia in casa però sembra mancare: ci si scontra su quale sarà il tema da portare alla prossima ball.
Ma cos’è una Casa? Cos’è il Vogueing, ed una ball?

Pose: le case

Appartenere alla comunità LGBT negli anni ’80 non è facile, ed esserne orgogliosi lo è anche meno. Per questo i giovani cacciati dalle loro case, ripudiati dalle loro famiglie, evitati e colpevolizzati dalla società e dallo stato per la diffusione di una malattia allora mortale (l’AIDS), non hanno più niente.
Non hanno un letto, non hanno cibo, non hanno un futuro. Ma alcune persone si ribellano: sono le Madri. Donne della comunità LGBT che accolgono giovani che hanno bisogno di aiuto, creando così una Casa, una vera e propria famiglia i cui componenti si appoggiano l’uno all’altro, dandosi quella sicurezza e quel sostegno che gli è stato negato dai loro genitori biologici.
Ma le Case, oltre ad essere un porto sicuro, sono anche dei palchi di prova per le ball.

Le ball e il Vogueing

Una ball è una grande competizione in cui si sfidano due o più case. Le sfide sono dirette da un commentatore e giudicate da un’apposita giuria. Esistono molte categorie per le quali partecipare, sfilando (ma anche ballando!) e dando il meglio di sé.
Alcune di queste categorie sono a tema, e si va a giudicare lo stile, l’abbigliamento, l’atteggiamento.
Per altre si può accedere in base a chi si è, come nelle categorie Butch Queen o Male Figure.
Altre ancora sono tematiche, come la categoria Business Man, che anche solo per una falcata in passerella dà la possibilità alle comunità svantaggiate ed escluse dalla vita borghese e privilegiata, di poterne vestire i panni.
E ovviamente, in alcune categorie si balla. È il caso del Vogueing, stile di danza nato negli anni ’60 ed ispirato alle pose dei modelli nelle copertine della rivista Vogue.
(Qui un avvertimento: una volta iniziata la serie, la canzone Vogue di Madonna rischia di diventare il vostro brano preferito, se non lo è già).

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Pose: le persone

Durante la serie incontriamo esponenti di tante minoranze.
Tra queste, bellissima è la rappresentazione della comunità lesbica e del movimento ACT UP, gruppo per la consapevolezza e il sostegno per le persone con HIV. Di grande impatto le ricostruzioni di alcune proteste e le rappresentazioni della sofferenza e della schiacciante ingiustizia riservata ai malati.
La comunità regina della serie però resta quella trans. Si stima che l’imponente ricerca di casting dedicato alla serie abbia incluso più di 50 personaggi transgender.

I premi, non solo delle ball

La serie viene premiata come miglior show LGBTQ dell’anno nei Dorian Awards del 2019, e l’attore Billy Porter vince per la miglior performance dell’anno in una serie tv.
L’attrice che interpreta Blanca, Michaela Antonia Jaé Rodriguez, è la prima persona transgender sia ad essere nominata come miglior attrice agli Emmy Awards, sia a vincere il Golden Globe del 2022 come Miglior attrice in una serie drammatica.

Questa serie è magica.
Se vi sentite solə.
Se essere voi stessə senza vergogna vi sembra difficile, alcuni giorni stremante.
Se non avete fatto coming out perché avete paura.
Guardatela, e non potrete far altro che partecipare anche voi ad una categoria,
e la categoria è: VIVI, SFOGGIA,POSA!

Moda foto creata da freepik – it.freepik.com

3 Webinar per capire il NON binarismo di genere

NON binarismo di genere

Ci sono ancora tante persone che ignorano il significato di binarismo di genere, ma che  hanno una mentalità basata su questo. Non ti nascondo che le prime volte anche a me questo vocabolo suonava stranissimo,  quasi impossibile da associare all’essere umano.

Però qualcosa mi diceva che il binarismo può essere negativo! Infatti, perché dobbiamo ragionare sempre secondo un metodo binario? Bello o brutto, abile o disabile, eterosessuale o omosessuale. Ma veramente le persone sono classificabili in 2 modi a prescindere da tutto?

Il vocabolario on-line Treccani riporta questa definizione:

binarismo s. m. [der. dell’agg. binario; cfr. il fr. binarisme]. – In linguistica, teoria che riconduce i sistemi fonologici di una lingua a un numero limitato (circa una dozzina) di opposizioni fonologiche binarie, e che consente quindi che ogni forma sia definibile in funzione del principio binario (presenza o assenza di un tratto o carattere distintivo pertinente, come, per es., vocalico, consonantico, nasale, ecc.).

Perché non dovremmo vivere in un mondo NON binario? Se anche  tu non fossi a tuo agio, rimane il fatto che molte cose stanno cambiando in senso contrario; finanche alla declinazione dei sostantivi di professione per dare spazio all’inclusività.

È altamente probabile che sia solo il tuo bisogno di conoscere. Dipende dalla dominante concezione di sesso e genere nettamente distinti e classificati secondo femminile e mascolino: perché non dovresti affrancarti dal dualismo?

Ecco perché ti invito caldamente a seguire gli imminenti 3 Webinar  della miniserie “Non è mai troppo tardi – Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto binario”, organizzato da ArciAtea con la preziosa collaborazione di Progetto Genderqueer.

Il titolo è decisamente irriverente, ma gli incontri vogliono guidare i partecipanti verso riflessioni profonde. Lo scopo dell’iniziativa è traghettare i nativi binari nel dialogo e nella conoscenza delle tematiche LGBT+.

Intanto voglio proporti  un assaggio di ciò che ti aspetta lungo il cammino, riportando una breve intervista agli esponenti degli enti promotori, ArciAtea e Progetto Genderqueer.

ArciAtea e la religione sul NON binarismo

Per offrirti  un gustoso aperitivo in attesa dei Webinar  mi sono fatto aiutare da Giancarlo Striani di ArciAtea, uno dei fondatori e componente dell’Ufficio di Presidenza di ARCI Milano – Lodi – Monza e Brianza. Una persona risoluta e  amante del pensiero critico, pronta a rispondere alle mie poche, spinose domande sul NON binarismo.

Riccardo: Statisticamente è assodato che la concezione binaria della persona sia base di lancio perfetta per il missile della discriminazione di genere. Secondo ArciAtea quanto un aumento della laicità della società civile può contrastare il fenomeno?

Giancarlo: In Italia la partecipazione quali-quantitativa ai riti dei fedeli cattolici è in costante calo, ma non la presenza politica e mediatica della chiesa, come si è visto nello stop al ddl Zan. Dobbiamo quindi mobilitarci per affermare il principio che nella sfera privata siamo tutti diversi, ma nella sfera pubblica dobbiamo essere considerati tutti liberi e uguali, capaci di autodeterminarci.

Essere laici oggi significa rispettare tutte le credenze, religiose o meno, che però devono restare nella sfera privata, non pretendere di orientare la sfera pubblica: lo Stato deve essere laico, cioè non basarsi su principi indiscutibili imposti da qualcuno, tranne il principio di libertà e uguaglianza, fondamento della nostra Costituzione repubblicana.

Ma il significato del termine laicità è stato deformato, soprattutto dalla chiesa cattolica, che si è inventata che esisterebbe una laicità cattiva, “escludente”, e una laicità buona, “inclusiva”, guarda caso quella che consente i suoi privilegi e i suoi condizionamenti sulla società. In realtà la laicità della modernità si basa sull’etsi deus non daretur, indica che la società deve essere gestita “come se dio non fosse dato”, cioè su libere scelte, non su dogmi del tipo: “Dio lo vuole”, “la Natura lo vuole”, “il Capo lo vuole”, ecc.

Riccardo: Il passare del tempo porta le generazioni ad essere sempre più laiche ed agnostiche: in che modo questo può influire sulla tolleranza “del diverso”?

Giancarlo: Tutte le ricerche, anche quelle commissionate dalla Conferenza Episcopale, indicano che aumentano atei e agnostici (soprattutto tra i giovani), aumenta il pluralismo religioso (soprattutto per le migrazioni), la religione è vissuta più superficialmente anche dalla maggior parte di chi si dichiara ancora credente (religione a bassa intensità); inoltre, in tutte le confessioni religiose c’è chi si “radicalizza” e pretende di imporre agli altri la sua visione del mondo.

Per questi ultimi, oggi è più difficile sostenere che dobbiamo comportarci in un certo modo per ordine di una divinità; allora preferiscono dire che ce lo prescrive la “Natura”, intesa come essenza, come assoluto, quindi immodificabile. Invece la natura dovrebbe essere intesa come relazioni, come ambiente storicamente determinato, che ha sedimentato schemi cognitivi e comportamentali, spesso molto radicati e condizionanti, ma pur sempre modificabili con la lotta.

Non dobbiamo accontentarci della tolleranza nei confronti dei “diversi”. La libertà, l’uguaglianza, i diritti, o sono universali o non sono; altrimenti diventerebbero solo privilegi per alcuni. Le discriminazioni colpiscono più direttamente i “diversi” ma riguardano tutti, anche chi preferisce adottare comportamenti “tradizionali”; e i vari “diversi” devono giustamente rivendicare le loro specifiche identità, ma senza chiudersi in bolle autoreferenziali, senza auto-ghettizzarsi.

Riccardo: In quali termini i principi fondanti di ArciAtea sono contigui a quelli su cui si basa la mission del Progetto Genderqueer?

Giancarlo: ArciAtea aderisce al progetto teorico e politico dell’illuminismo, centrato sull’autodeterminazione dell’umanità, da cui discende il pensiero liberale (siamo formalmente liberi e uguali) e socialista (dobbiamo essere effettivamente liberi e uguali); ArciAtea promuove il razionalismo scientifico e la lotta intersezionale contro tutte le forme di oppressione.

Le diversità sono una ricchezza quando sono scelte, non quando ci vengono imposte. Per ArciAtea sostenere che dobbiamo comportarci “come se il sesso biologico non fosse dato” (etsi sexus non daretur) è un aspetto particolare del più generale principio di laicità. “Non si capisce” perché nascere con un pene o una vagina dovrebbe imporci dei ruoli; o meglio, abbiamo capito che richiederà tempo e fatica, ma lottando potremo spezzare questi stereotipi sedimentati da discriminazioni e oppressioni millenarie.

La democrazia non è solo una procedura elettorale e non è esportabile (come abbiamo drammaticamente visto in Iraq ed Afghanistan). La democrazia è partecipazione, è educazione reciproca, è una pedagogia circolare. Molti nativi binari, pur simpatizzando per il movimento LGBT+, hanno bisogno di conoscere meglio queste tematiche, di educarsi. Contribuire a farlo è un interesse reciproco di Progetto Genderqueer e di ArciAtea, e non è mai troppo tardi.

L’evoluzione NON binaria per Progetto Genderqueer

Ora vengo alle parole di Nathan Bonnì per Progetto Genderqueer, fondatore della piattaforma culturale dedicata ai percorsi dei transgender non medicalizzati e noto attivista di lungo corso, saggista e autore. Quale migliore interlocutore per discutere di mondo circostante.

Riccardo: Come pensi che sia cambiata nel corso degli ultimi decenni la tolleranza sociale nei confronti delle persone NON binarie? Ritieni che le forme di apertura della Chiesa nei confronti dell’identità di genere “non standard” stia alleviando lo stigma sociale?

Nathan: È un periodo ambivalentedo ambivalente: negli anni ’70 e ’80 c’era stata un’apertura verso i ruoli di genere non binari, e anche la moda e il costume si aprivano all’androginia.  Negli anni 90 c’è stato un periodo di retroguardia.

Non seguo molto ciò che dice la Chiesa Cattolica sulle persone transgender. So che ha contrastato fortemente il ddl Zan, causandone in buona parte il fallimento. Gli ultimi decenni, però, sono serviti ad un avanzamento non piccolo dei diritti LGBT e della conoscenza delle soggettività non eterosessuali e non cisgender, anche, banalmente, tramite le serie Tv di netflix e tramite i social media.

Sicuramente, le soggettività non binary sono ancora oppresse, e anche coloro che vogliono uscire dal binarismo, pur non essendo transgender o enby, non hanno poi, di fatto, questa grande libertà d’espressione. E’ ancora difficile, per un uomo, uscire dal modello di “maschile tossico” senza che ciò comporti l’identificazione come gay, né per una donna è ancora possibile uscire di casa con le gambe non depilate, ad esempio.

E anche nel mondo transgender, hanno cittadinanza, e ancora con grande difficoltà, solo coloro che percorrono l’iter canonico indicato nella legge 164/82.

Riccardo: Ultimamente la comunicazione commerciale è sempre più orientata all’accettazione di ciò che non è statisticamente maggioritario: astuzia di mercato o vera voglia di contribuire al cambiamento?

Nathan: Ci sono dei mercati di nicchia, ma questo non deve entusiasmare. Faccio un esempio: su Amazon è possibile comprare un Binder, tuttavia è difficilissimo trovare binder che vada bene ad una persona “curvy”.

E la moda strizza l’occhio all’androginia, ma è sempre un’androginia giovane, magra, priva di peli. E invece il non binarismo comprende tutti i tipi di corpi, giovani, vecchi, magri, grassi, pelosi e glabri, tatuati o non tatuati, ma anche corpi disabili. E la moda veicola una visione distorta e “sterile” di non binarismo.

Come partecipare ai Webinar

Il ciclo di Webinar per i nativi binari che vogliono dialogare e conoscere meglio le tematiche LGBT+ si compone di tre appuntamenti on-line.

Il primo incontro si terrà venerdì 17 dicembre 2021, alle ore 21, e affronterà il tema degli stereotipi di genere. Gli altri seguiranno con un intervallo di tre settimane circa.

È una occasione di incontro rivolta a tutti e tutte, anzi a tuttə! Non mancare di collegarti in diretta tramite Zoom, oppure in differita nel canale YouTube di ArciAtea.

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/86579489141?pwd=VXJub1RxN3ZZdjZTaGhTdDVoeXZvQT09

ID riunione: 865 7948 9141
Passcode: Binar1

L’importanza della carriera alias nelle scuole: la storia di Andrea

L'importanza della carriera alias nelle scuole

La storia di Andrea ha acceso un riflettore sull’importanza della carriera alias nelle scuole. Andrea, all’anagrafe Anna, è un ragazzo di 19 anni che, con coraggio e consapevolezza, sta seguendo un percorso di transizione di genere.  Andrea frequenta l’ultimo anno al liceo Cavour di Roma e la sua storia sta facendo molto discutere e riflettere. Il disagio di Andrea nasce dal non veder riconosciuta la sua identità di genere. Infatti, a scuola viene chiamato Anna, il nome che gli è stato dato alla nascita ma che non riflette l’identità che gli appartiene. L’essere chiamato con un nome che non sente suo e il dover usare il bagno delle ragazze sono ferite profonde che vengono inferte alla sua anima.

La battaglia di Andrea

La battaglia di Andrea è quella di moltissimi ragazzi e ragazze che, oltre a dover attraversare un percorso di accettazione di sé e cambiamento profondo, devono anche scontrarsi con una burocrazia ostile. È fondamentale che tutti gli istituti scolastici adottino al più presto il protocollo chiamato “carriera alias”.

Cosa è la carriera alias

La carriera alias è una proceduta adottata e riconosciuta dagli istituti scolastici che permette agli studenti e alle studentesse transgender di vedere riconosciuta la propria identità di genere. Questo significa ad esempio poter utilizzare il nome che si è scelto e non quello anagrafico. La storia di Andrea è balzata alle cronache dopo un suo duro sfogo, e il suo urlo di dolore non è passato inosservato. L’assessora alle pari opportunità lo ha contattato per fissare un incontro e parlare del suo caso. Anche il suo istituto scolastico presto gli darà audizione per ascoltare le sue esigenze e valutare delle possibili soluzioni. È molto importante che tutti gli istituti adottino al più presto questa procedura.

L’importanza della carriera alias nelle scuole

Nel nostro paese c’è ancora tanta disinformazione. La realtà è che non ci sono procedure per aiutare e supportare con mezzi adeguati i ragazzi e le ragazze transgender durante la fase di transizione. La scuola ricopre un ruolo fondamentale nella vita di ogni persona, un ruolo pari a quello delle famiglie. Fa male al cuore vedere come il nostro sistema sia ancora inadeguato a dare il supporto necessario a chi sta attraversando un cambiamento così importante dal punto di vista fisico ed emotivo. I segnali di apertura dell’assessora alle pari opportunità e della dirigente scolastica del liceo di Andrea ci fanno ben sperare per il futuro di questo ragazzo sensibile e coraggioso e di tutti gli altri e le altre che stanno facendo questo percorso. Ribadiamo l’importanza della carriera alias nelle scuole con la speranza che presto diventi una realtà.

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Coppia omogenitoriale? “unə dei due rinunci ai figli!”

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Le separazioni omogenitoriali

Siamo partiti dalle unioni civili e ci siamo sentiti immediatamente un Paese migliore, senza considerare che era solo una piccola pietra nel mare.

“Per l’unione civile non è prevista la fase di separazione, come in caso di divorzio nel matrimonio, bensì lo scioglimento.”

spiega l’avvocato Miri che tutela le persone lgbt ed è presidente anche di Rete Lenford.

Ecco, intervenire sulle separazioni delle famiglie omogenitoriali sarebbe un vero passo verso la civiltà.
In Italia,legalmente, i bambini hanno un solo genitore perchè le coppie dello stesso sesso non possono riconoscere i figli dalla nascita.

Non sono dati ufficiali, ma secondo una breve raccolta circa il 15% delle unioni civili si scioglie, dunque i figli nati dall’unione della coppia stessa, non sono della coppia, ma solo del genitore biologico.
Dal 2014  la giurisprudenza ha introdotto la stepchild adoption per le famiglie omogenitoriali, ma è altamente discriminante sia per i bambini che per le coppie omosessuali.

Per omogenitorialità si intende la relazione tra i componenti di una coppia omosessuale e i figli che crescono in quella coppia. Sia che i figli siano nati da una precedente relazione eterosessuale, sia che siano nati da un progetto della coppia stessa (facendo ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita).

Coppia omogenitoriale: il caso di Specie

Alessia Crocini e Chiara Pizzolo sono state insieme sette anni e hanno avuto un figlio, Levon. Quando la loro storia d’amore è finita, e si sono separate, hanno dovuto affrontare non pochi problemi burocratici.

Ogni volta che Alessia deve muoversi con Levon, ad esempio quando va all’estero, ha bisogno del consenso scritto di Chiara. Anche il percorso intrapreso della stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner), senza l’accordo di Chiara si risolverebbe in un nulla di fatto.
Alessia, non essendo il genitore biologico, come mamma non esiste.

(Per sentire  la storia raccontata dalle protagoniste, cliccate qui.)

Coppia omogenitoriale: la soluzione

La soluzione esiste ed è semplicemente applicabile:
riconoscere alla nascita entrambi i genitori, estendere il riconoscimento ai minori già nati, anche in caso di genitori oggi separati.
Le lacune immense del nostro sistema giuridico ledono i diritti degli esseri umani.
E’ forse arrivato il momento che qualcuno metta fine a questo scempio.