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Schwa: cosa significa la petizione contro il suo uso?

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In questi giorni il web si è infiammato dopo la petizione lanciata da Massimo Arcangeli, Ordinario di linguistica italiana dell’Università di Cagliari. La preoccupazione del professore è nata dopo un documento pubblicato dal Ministero dell’Università in cui sono presenti le desinenze inclusive -ә ed -з (es. professorә ). Lui la chiama “grammatica intermittente” perché nel testo l’uso degli schwa non risponde a regole chiare.

È vero che nel documento sono presenti casi di concordanza incoerente tra articoli, sostantivi e aggettivi (es. le candidatз). Tuttavia precisiamo che gli schwa non sono la soluzione definitiva, ma un modo per sperimentare una lingua più inclusiva. Sono tanti i miglioramenti che possono essere fatti ed è lecito avere dubbi. Peccato che, invece di proporre soluzioni alternative, Arcangeli abbia preferito porre fine alla questione lanciando una petizione contro lo schwa. A parer suo, l’uso della “e” capovolta sarebbe una pretesa avanzata da

“una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un’intera comunità di parlanti e scriventi”.

Inoltre, cercando di toccare il cuore delle persone più sensibili, il professore prende le parti delle persone neurodivergenti o con DSA. Secondo lui, l’uso di schwa in un testo potrebbe infatti causare loro “seri danni”… Peccato che la comunità di persone neurodivergenti l’abbia considerata una difesa non richiesta in una lettera aperta! Anzi, tale premura nei loro confronti è stata considerata soltanto una strumentalizzazione.

Lo schwa è un’imposizione?

Assolutamente no! Il tutto è partito per iniziativa del Ministero dell’Università che aveva semplicemente deciso di usare la desinenza in -ә per riferirsi allә destinatariә. Tuttavia troviamo curioso che il Prof. Arcangeli abbia deciso di difendere la libertà dellә parlanti con una petizione contro l’utilizzo di una possibilità linguistica a loro disposizione. Insomma, non riuscendo a uscirne vincitore in una discussione su Facebook, il professore ha pensato bene di servirsi del proprio potere e influenza per cercare di imbavagliare a sua volta lә “seguaci della neolingua” con un atto pubblico. Ma tuttә noi ci chiediamo: che cosa pensa di ottenere una volta raggiunte le 25.000 firme? Pensa forse di poter mettere al bando l’odiato fonema?

Come sicuramente le persone firmatarie sapranno, la lingua di un popolo non si cambia a suon di riforme. Non sparirono i prestiti stranieri dall’italiano durante Ventennio, figuriamoci lo schwa nell’era di internet. Per questo motivo non sarà certo una petizione contro la “e” capovolta a impedirne l’uso a chi vuole utilizzarla. L’obiettivo è forse vietare la variante nelle comunicazioni ufficiali delle istituzioni? Potrebbero riuscirci, per il momento… Ma in futuro chissà?

Il cambiamento fa paura

Nel testo della petizione leggiamo di “pericolosa deriva”, “riformare”, “promotori”, “politicamente corretto”, “danni” e “perbenismo”… Tutti termini che danno a questo atto di censura il sapore di una politica che pensa al ‘bene’ della maggioranza ai danni delle minoranze. Una politica che mette il bene di moltә davanti a quello di tuttә.

Come se non bastasse, nel testo di Arcangeli leggiamo persino che le proposte inclusive non sarebbero in realtà “motivate da reali richieste di cambiamento”. A questo punto ci chiediamo davvero su quale pianeta viva il professore. L’inclusione nella lingua è un tema che al momento sta interessando molti paesi nel mondo. Guardiamo ad esempio la Svezia, che aveva approvato ufficialmente l’uso del pronome agènere hen già nel 2014! (A tal proposito vi consigliamo l’intervista fatta a Cesco Reale, membro dell’Associazione Mondiale dei Poliglotti).

Citando le parole di Alessio Giordano:

“È evidente che non si è ancora riusciti a mostrare con sufficiente chiarezza che sempre più persone vivono quotidianamente il disagio, se non la frustrazione, di abitare una lingua che non offre loro la possibilità di parlare di sé”

Mentre il mondo della cultura si preoccupa di difendere il diritto a esprimersi, in Italia un gruppo di intellettuali è contrario e lancia una petizione. Tutto questo dimostra quanto il nostro paese sia ancora chiuso al cambiamento culturale.

Sfondo foto creata da rawpixel.com – it.freepik.com

Moda genderless: la libertà d’espressione affronta gli stereotipi di genere

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Sono giorni nei quali è impossibile non provare un senso di rabbia e frustrazione. La “tagliola” approvata dal Senato per il ddl Zan suscita inevitabilmente un sentimento di sconforto placato unicamente dalla speranza e dalla volontà di lottare fino alla fine per la difesa dei diritti di tuttǝ noi. Diritti che negli ultimi anni hanno fortunatamente assistito al loro riconoscimento da un numero sempre maggiore di settori che offrono il loro contributo in tema di inclusività introducendo nella vita quotidiana degli atteggiamenti che mirano a esaltare e difendere la libertà d’espressione. Il termine genderless si diffonde con una frequenza sempre maggiore nei campi più disparati e tra questi non resta esclusa la moda. 

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Moda Genderless di Giulia Rosa

Moda genderless: dalle lontane origini al Roma Film Fest 2021!

Ai più sarà noto il termine unisex per indicare quegli abiti adatti indistintamente a uomini e donne. Da tempo, invece, si è affermato l’impiego della parola genderless, letteralmente “che non ha genere”.

Il principio della moda genderless è quello di proporre dei capi d’abbigliamento in grado di oltrepassare i limiti imposti dall’identificazione di genere. Offrire, quindi, un modo nuovo di esprimersi anche attraverso gli abiti. 

Le origini sono da collocare cronologicamente al XVIII secolo, il secondo dopoguerra ha poi mostrato ulteriori atti d’emancipazione rappresentati, ad esempio, dal lancio della giacca Armani, un capo né maschile né femminile nato dall’affermarsi di una diffusa volontà delle donne di smettere di “vestirsi da donne” e degli uomini “da uomini”.

 Un principio, quest’ultimo, che trova tra i suoi iniziatori personaggi come David Bowie e che non smette di essere ribadito da personaggǝ pubblicǝ che colgono le occasioni proposte dalla vita mondana per porsi come difensorǝ di una cultura inclusiva. 

Nel settore della moda, negli ultimi anni colossi come H&M e Zara hanno dato il via a un fenomeno accolto dai più illustri esponenti del settore. Fu Gucci nel 2015 a proporre uno stile genderless tramite il quale affrontare gli stereotipi, ma non solo. 

Sangiovanni e i Maneskin a sostegno del gender fluid!

Il Roma Film Fest tenutosi di recente è soltanto una delle manifestazioni che può fare d’esempio a quanto fino ad ora esposto. La comparsa sul red carpet di Sangiovanni, voce finalista della scorsa edizione di Amici,  ha attirato particolare attenzione. Il giovane cantante ha sfoggiato una lunga gonna nera che si fa simbolo della necessità di difendere uno stile genderless. Sin dall’esordio, il cantante ha manifestato la sua sensibilità nei confronti del tema mostrando smalti e abiti i cui colori sarebbero tradizionalmente considerati “femminili”. 

I Maneskin, poi, con il loro debutto al Festival di Sanremo hanno dato il via a un percorso, già anticipato, di esaltazione della libertà individuale proponendo outfit fluidi attraverso i quali ognuno dei membri della band manifesta la propria personalità senza necessariamente portare con se un’etichetta.

La loro carriera in continua ascesa, che in questi ultimi giorni vede addirittura la partecipazione al Tonight Show di Jimmy Fallon, appare incentrata su concetti che in Italia, purtroppo, sembrano essere venuti meno. 

Impossibile non considerare tragicomico che in Italia siano settori come lo spettacolo, il beauty e la moda a offrire sostegno a dei valori fondamentali come la difesa dei diritti civili, come la libertà d’espressione; a sostenere la possibilità e il diritto di essere ciò che si è, senza filtri imposti da categorizzazioni imposte da una società poco inclusiva, in momenti nei quali la politica esulta alla vittoria dell’odio.

Sex Education: una serie anche nostra

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Sex Education è una serie televisiva britannica del 2019 arrivata alla terza stagione.
Nel corso degli episodi seguiamo le vicende dei due protagonisti, Otis e Mev, e dei lori amici e compagni del liceo Moordale. I ragazzi nel corso del tempo si troveranno ad esplorare la sessualità abbandonando la retorica della soppressione degli istinti e dei non detti, preferendo una narrazione più schietta, approfondita ed accogliente verso la diversità.


Sex Education: il personaggio di Cal

Nella terza stagione incontriamo il personaggio di Cal, non binary che in lingua inglese adotta i pronomi They/Them. Cal fin da subito entra in conflitto con la politica restrittiva di una scuola che nemmeno concepisce il concetto di non binarietà.
Cercano di imporlə una divisa scolastica che non lə mette a suo agio, non sanno cosa fare quando la scelta di dividere il corridoio o le classi secondo i due generi maschile e femminile non può (e non deve) adattarsi a ləi.
Non solo, Cal si trova a dover difendere la sua identità anche nella vita privata, quando il suo ragazzo Jackson non lə comprende a fondo e ha difficoltà nel non considerarlə una femmina.
Di grande impatto anche una scena nel finale di stagione, quando Cal si trova ad insegnare l’uso di un binder ad unə compagnə di scuola anch’essə non binary, Layla, occupatə nel compiere i primi passi alla scoperta del suo vero io.
Molti di di noi sicuramente avrebbero voluto unə Cal accanto in questa fase della vita.
Come non citare in ultimo lo splendido dito medio alzato contro la preside, durante un saggio che avrebbe avuto come fulcro un anacronistico ritorno all’ortodossia educativa e che invece diventa un canto liberatorio celebrante la sessualità.

L’artista che interpreta il personaggio di Cal è Dua Saleh, musicista di Minneapolis originariə del Sudan. Anche nella vita reale Dua si identifica come persona non binaria, e così come il suo alter ego “rompe gli schemi e tutte le regole”, militando in associazioni LGBT fin da giovanissimə nonostante un ambiente familiare religioso e reticente ad accogliere la sua identità.

La rappresentazione della comunità enby

Quanto è importante la rappresentazione della comunità non binary al grande pubblico?
Risposta breve: tanto.
Possiamo però arrischiarci nel fare qualche altra riflessione.
La rappresentazione nei media di massa di una comunità risulta fondamentale per palesare l’esistenza della comunità stessa. Se non si parla di qualcosa, quella cosa non esiste. In barba al pensiero tutto piccolo borghese, votato alla vergogna ed alla falsa modestia, che promette la libertà di poter fare tutto e di poter essere ciò che si è ma solo nel segreto delle proprie quattro mura, come se il mondo fosse una sfera sorda ed imperturbabile, da privare di quelle persone coraggiose che vogliono vivere la loro vera identità alla luce del sole.
Come se la nostra identità fosse un capriccio, una sciocca vanteria messa su per condire un’interiorità vuota. Incredibile doverlo dire, ma non è così.
Alle spalle di una persona che si distacca dal binarismo di genere c’è tanto coraggio, tanta consapevolezza, e purtroppo per molti di noi, tanta sofferenza.

Nella speranza che lə nostrə beniaminə ritorni più forte e più in gamba di prima nella quarta stagione, ci auguriamo che la rappresentazione della comunità abbia sempre più peso in futuro.