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Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

enbypost

Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore

Brevi, intensi, profondi: alcuni cortometraggi dal Mix Festival 2021

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Sarebbe facile fare dell’ironia su “lunghezza” e “intensità”. In effetti, i cortometraggi presentati al Mix Festival 2021 meritano considerazioni simili. In meno di mezz’ora (a volte, in pochi minuti) riescono a colpire, far sorridere, provocare e far riflettere.

illustrazione di Hyacinto Malauguriis

Abbiamo scelto e visionato alcune pellicole disponibili in streaming dal 17 al 19 settembre su Nexo +: una “sezione aggiunta” del Mix Festival che vuol forse compensare il minor numero di posti in presenza.

Ci ha colpito in primis The Cost of Living (13 min.; 2020; regia di Alice Trueman). Racconta la storia di Lily (Lily Loveless): bella e giovane, ma schiava di una routine ossessiva in cui persino i passi giornalieri sono contati. La ragione di tanto accanimento si spiega poi: Lily è terrorizzata dall’idea di morire. Vuol conservare una salute innaturalmente perfetta, per allontanare quello spettro. Ecco che tocca alla Morte (Genesis Lynea) presentarsi a lei per quello che è: irresistibile. Appare come una donna bella e magnetica, che invita Lily a lasciarsi andare alle emozioni e al movimento… a vivere davvero. Un sottile riferimento mitologico è presente nel narciso, il fiore con cui Ade attrasse la futura sposa Persefone (Inno a Demetra). Proprio a un soleggiato campo di narcisi approderà Lily…

Il tema mitologico è ancora più evidente in Eyes and Horns (6 min.; 2020; regia di Chaerin Im). Stavolta, si tratta del Minotauro, nella versione che Pablo Picasso volentieri ritraeva. Su uno sfondo blu, linee bianche s’intrecciano e si sciolgono a comporre non solo gli occhi e le corna del titolo, ma diversi intrecci di corpi maschili e femminili: in quella figura ibrida, sembrano essere nascoste tante forme, che si affannano a ricongiungersi. La pulsione del sesso viene ritratta come inesausta ed elettrica, persino bestiale, nella sua foga di ricomporre l’interezza originaria. La colonna sonora è ipnotica, potente, vibrante, con qualcosa di primitivo. Risuonano le percussioni, le corde, ma anche sorte di gemiti e sospiri. La colonna sonora ci guida all’interno di un rituale misterico, dal quale si uscirà col peso di una verità svelata per esperienza.

L’ibrido (uomo-toro, maschio-femmina) è bensì il Minotauro, ma sembrerebbe essere anche l’androgine del Simposio platonico. La virilità della figura taurina si scompone dunque in quella di un uomo e di una donna che lottano per ricongiungersi, in un amplesso in cui si mescolano desiderio e violenza. Cosa significa, a questo punto, essere maschio? Forse lottare contro una parte di sé? Rifiutare il femminile? O (al contrario) aspirare a comprenderlo in sé? Una cosa sola è certa, alla fine del film: questa tensione non si risolve mai.

Si torna dal mito alla storia con Why Did She Have to Tell the World? (25 min.; 2020; regia di Abbie Pobjoy). È un documentario biografico sulle vicende di Francesca Curtis e Phyllis Papps: scrittrici, femministe radicali, nonché prima coppia lesbica a fare un coming out televisivo in Australia. Era il 1970 e le esternazioni LGBT in pubblico non erano affatto comuni. Anzi: le interviste ai loro contemporanei mostrano quanto fossero “normali” e categorici il disgusto e il rifiuto verso l’omosessualità. Quella femminile, ancor prima che discriminata, era invisibile. La vita di Francesca e Phyllis divenne una continua lotta, dopo quella prima dichiarazione televisiva; ma fu anche il punto d’inizio del loro impegno per creare una comunità lesbica, in grado di offrire appoggio e confronto.

Il titolo del film riprende il commento di un familiare davanti alla comparsa della coppia: “Doveva proprio dirlo al mondo intero?!” Il finale del film documentario risponde tacitamente alla domanda: il referendum sull’approvazione del matrimonio egualitario in Australia vede il successo del “sì”. Le coppie come quella di Phyllis e Francesca possono vedersi riconosciute ufficialmente. Anche la madre di Phyllis, dopo una vita di rifiuto omofobo, ha votato “sì”. Ecco perché quel coming out andava fatto davanti “al mondo intero”.

Questo non significa però che la storia delle coppie omosessuali sarà un idillio, d’ora in poi. La vecchiaia, in particolare, propone sfide laddove si dovrebbero invece trovare sostegno e riposo. È quanto viene mostrato in Madame la Directrice (3 min.; 2019; regia di Michèle Massé). A dispetto del titolo francese, la vicenda è ambientata in Spagna.

Maria Valero Aluz è legalmente sposata con Rosa Arauzo. Data l’età avanzata di entrambe, cercano alloggio in una residenza per anziani. La direttrice rifiuta però la loro richiesta di risiedere nel medesimo appartamento, perché la loro relazione andrebbe “contro i suoi valori morali”. Il cortometraggio percorre la lettera di protesta e denuncia (pacata, ma decisa) scritta da Maria, che commemora anche la lunga lotta sua e di Rosa per poter vivere insieme. Non si faranno certo fermare da quest’ultimo ostacolo.

Il festival cinematografico non presenta solo coppie di ferro. A volte, il cammino di due persone che si amano termina prima della morte. Questo significa forse che l’amore è stato meno vero? Parrebbe questa la domanda sottesa a We Two (3 min.; 2020; regia di Grace Whitfield). Grace Carter e Lynsey Murrell interpretano una coppia lesbica che si sta dividendo. Quella che è stata la loro casa è ormai stata svuotata degli effetti personali. La situazione viene narrata da una successione di scene mute, apparentemente prive di un ordine cronologico. I fuggevoli incontri in corridoio, i volti contratti nella rabbia e nel dolore, i corpi intrecciati, le risa, i passi lungo le scale… tutti i momenti della vita comune e della separazione si succedono come flash di memoria. Le immagini sono volutamente poco nitide e dai colori spenti, come se si trattasse di filmini-ricordo alquanto vintage. Forse perché – quando è tutto finito – è difficile distinguere tra realtà e illusione, memoria e fantasia. La colonna sonora è elettronica e straniante, come quella di un film di fantascienza (il genere-simbolo della fusione tra reale e fantastico). Se un amore si spegne, è stato autentico? Eppure, è esistito. Quella casa non è stata sempre vuota e le immagini della vita non sono sempre state così sbiadite.

Di colori vivaci sembra invece essere fatta la vita di Shin-mi: giovane e bellissima ballerina in una discoteca di Seul, il “Come In”. Il nome è un evidente gioco di parole sul “coming out”, trasformato in un’espressione d’accoglienza. È una discoteca frequentata da persone LGBT e Shin-mi (la sua star) è transgender. Il film che la vede protagonista s’intitola God’s Daughter Dances (24 min.; 2020). Il titolo così peculiare allude certamente al suo lavoro, ma pare anche il versetto di un salmo mai scritto. Di divino c’è la forza che la danza riesce a infondere in Shin-mi: quando balla, trasforma in mosse i ricordi delle violenze paterne e il suo disperato desiderio di poter essere donna nel Paese in cui vive. Di tutta questa forza divina (più dionisiaca che biblica, invero) Shin-mi avrà assolutamente bisogno, quando dovrà presentarsi alla visita medica per il servizio militare obbligatorio…

Questi sono gli assaggi che proponiamo dal Mix Festival 2021. La loro qualità non ha deluso: sia per il livello abituale del festival cinematografico, sia perché il formato del cortometraggio non lascia spazio a sbavature o banalità. Questi film sono brevi, intensi, profondi – come sa esserlo l’amore.

 

Erica “Eric” Gazzoldi