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patrick zaki

Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

enbypost

Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore

Patrick Zaki: quando essere libero non basta

Patrick Zaki Libero

Patrick Zaki è finalmente libero, ma purtroppo la sua libertà non basta.

La notizia della scarcerazione dell’attivista egiziano iscritto all’Università di Bologna è arrivata come un fulmine a ciel sereno martedì 7 dicembre, poco dopo mezzogiorno. Dopo quasi due anni, infatti, Patrick Zaki è uscito dal carcere e  ha potuto riabbracciare la sua famiglia. Ma – nonostante la sincera commozione della comunità internazionale – la libertà di Patrick non è abbastanza.

Chi è Patrick Zaki

Al momento del suo arresto – il 7 febbraio 2020 – Patrick Zaki aveva da poco iniziato il Master Erasmus Mundus GEMMA in Studi di Genere e delle Donne presso l’Università di Bologna. In Egitto, suo paese natale, collaborava come ricercatore per l’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), un’associazione non governativa nata nel 2002 che si occupa di tutelare le libertà fondamentali nel paese.

Nel settembre 2019, Zaki aveva denunciato l’aumento delle violazioni dei diritti umani nei confronti della comunità LGBTQIA+ in Egitto a partire dal 2017. In un suo articolo pubblicato su OpenDemocracy,  aveva infatti raccontato le rappresaglie della polizia contro coloro che avevano esposto bandiere arcobaleno al concerto della rock band libanese Mashrou’ Leila, il cui front man è gay dichiarato. Altro articolo importante del ricercatore – sempre datato 2019 – è quello che ritrae la situazione dei cristiani in Egitto perseguitati dall’ISIS, pubblicato sulla rivista on line Darraj.

Le accuse e l’arresto a Patrick Zaki

Proprio per il suo impegno a difesa dei diritti umani, sul ricercatore pendeva un mandato d’arresto in Egitto dal settembre 2019. Mandato del quale Zaki era del tutto ignaro.

Il 7 febbraio 2020 – appena atterrato all’aeroporto del Cairo – Patrick Zaki è stato così preso in custodia dalla polizia egiziana, la quale lo ha minacciato, picchiato e sottoposto a scosse elettriche. Infine la stessa polizia lo ha accusato di: istigazione alla violenza, alle proteste, al terrorismo, e gestione di un account social considerato contro la sicurezza pubblica.

Il ricercatore egiziano ha quindi passato 668 giorni giorni di reclusione nelle carceri di Mansura e Tora.  Quasi due anni senza poter ricevere visite da parte dei suoi familiari e in condizioni igieniche precarie, aggravatesi ulteriormente dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19.

Quando essere libero non basta

La notizia della liberazione dell’attivista egiziano dopo i 22 mesi di detenzione è stata accolta con urla di gioia da parte della famiglia, e con enorme sollievo da tutta la comunità internazionale.

Ma nonostante Patrick Zaki sia libero, questa libertà non basta.

Come hanno riferito i suoi avvocati al termine dell’udienza a Mansura, infatti, Zaki non è ancora stato assolto dalle accuse. Il primo febbraio 2022 si terrà un altro processo. Amr Abdelwahab – amico di Zaki e membro del movimento Patrick Libero – si dice preoccupato che possano arrestarlo nuovamente con ulteriori capi d’accusa.

Abdelwahab cita infatti il meccanismo della cosiddetta ‘porta girevole’. Questo termine si riferisce ad una pratica ampiamente denunciata da organizzazioni come Amnesty InternationalHuman Rights Watch, attraverso la quale la magistratura egiziana incarcera una persona poche ore dopo che è sopraggiunto il rilascio, l’assoluzione o il termine dei due anni di detenzione preventiva previsti dalla legge. Queste pratiche giudiziarie, afferma Abdelwahab, non sono altro che un modo per “imbavagliare e tenere dietro le sbarre le voci critiche contro il governo”.

Non è ancora finita

“Sappiamo bene che non è ancora finita”, commenta Giovanni Molari, rettore dell’Alma Mater di Bologna.

E ha ragione.

Finché l’attivista non sarà assolto da tutte le accuse e potrà godere pienamente di tutti i suoi diritti, la questione è solamente rimandata. In attesa di una decisione del nostro governo sull’ipotetica cittadinanza italiana a Patrick Zaki, è necessario continuare a lottare affinché la sua libertà sia effettiva, e non solamente fisica.

Al tempo stesso, è necessario portare avanti le istanze di tuttə ə altrə prigionierə di coscienza: difensorə dei diritti umani, giornalistə, avvocatə e attivistə politicə finitə in carcere solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti fondamentali. Secondo la International Federation of Journalists (IFJ), nel solo 2021 sono statə arrestatə 365 giornalistə in tutto il mondo, e 45 sono statə uccisə.

Non bisogna poi dimenticare poi chi ha incontrato la morte per essersi espostə troppo, e continuare a chiedere giustizia.

Sempre.

Spazio foto creata da fabrikasimf – it.freepik.com

Edited: Pamela Resta