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A scuola con la gonna: la scelta dei ragazzi canadesi

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Andare a  scuola con la gonna è la scelta dei ragazzi canadesi contro il retaggio culturale legato all’abbigliamento. Fra questi ragazzi c’è Colin Renauld è uno studente canadese molto sensibile al tema del sessismo e della discriminazione nei confronti delle donne.

Questa sua sensibilità lo ha spinto a seguire un nuovo movimento che si è diffuso fra i giovani nel suo paese. Questa nuova forma di attivismo spinge i ragazzi ad andare a scuola ogni mercoledì indossando una gonna.

Lo scopo di questa attività è combattere l’ipersessualizzazione del corpo femminile e superare i canoni che stabiliscono a priori cosa è opportuno indossare in base al proprio sesso.

A scuola con la gonna: la storia di Colin

Colin ha abbracciato la causa e si è presentato a scuola indossando una gonna. Nonostante l’Istituto Villa Maria abbia adottato dal 2015 una politica di uniformi miste, Colin all’entrata è stato fermato da un inserviente e accompagnato dal preside perché il suo abbigliamento risultava inappropriato.

A mettere fine all’imbarazzante situazione ci ha pensato un’assistente del preside. La responsabile ha infatti ribadito che l’istituto Villa Maria è una scuola inclusiva che consente agli studenti e alle studentesse la libertà di scegliere se indossare gonne o pantaloni. Il maldestro inserviente ha porto le sue scuse a Colin e la questione non ha avuto ulteriori conseguenze.

Il movimento al quale ha aderito Colin si sta diffondendo molto velocemente fra i ragazzi di altri istituti ed il fenomeno è in costante crescita. La cosa veramente importante è il messaggio di inclusione ed empatia che accompagna questa storia.

Un’iniziativa antisessista per ispirare le nuove generazioni

È fondamentale comprendere l’importanza di rendere consapevoli le nuove generazioni circa la gravità delle discriminazioni sessuali e di alcuni codici e comportamenti non appropriati. Solo da questa consapevolezza si possono porre le basi contro ogni forma di violenza, abuso e discriminazione.

Sarebbe molto bello importare questo modello di scuola inclusiva e aperta al dialogo anche nel nostro paese dove purtroppo i tabù legati al sesso sono ancora molto radicati nella nostra cultura. Solo aprendo la propria mente ed eliminando pregiudizi e preconcetti si può veramente questo tipo di violenza e abuso.

Se non si combatte il retaggio culturale che è alla base di certi comportamenti non si riuscirà mai a raggiungere un piena consapevolezza su certi temi.

Per questa ragione è importante impedire che il pregiudizio si insinui nella mente dei bambini e delle bambine si dalla più tenera età. In questo le famiglie ma soprattutto la scuola hanno un importanza vitale.

Solo combattendo il retaggio culturale si può eliminare il problema alla fonte.

Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

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Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore

“Insicure e poco spavalde”: un gender gap che non avrà mai fine!

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“Rischio di dire una cosa impopolare ma vale la pena chiedersi se non ci siano differenze strutturali tra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo”.

Lo ha detto lo  storico Barbero ad un’intervista su La Stampa.
Inutile dire che quanto detto ha spinto il 90% della popolazione italiana a twittare funestamente contro di lui.

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Gender Gap, immagine di Freepik

Questo a testimonianza che non si tratta solo di “truce femminismo”, anzi.
Si tratta di comprendere ciò che si dice, prima che lo si faccia.
Ma andiamo in ordine di tempo, e facciamo qualche passo indietro.

Che cos’è il gender gap?

Andiamo per definizioni.
Il gender gap è quel divario generazionale e di opinione che  ruota intorno al genere dell’individuo.
Lo si potrebbe sintetizzare con “disparità di genere”.

Ognuno di noi è a conoscenza, però, dell’articolo 51,primo comma, della Costituzione Italiana tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Se andiamo proprio alle origini invece:  la legge n. 903 del 1977 ha affermato il principio di parità, o meglio di non discriminazione, estendendolo alla disciplina dei rapporti di lavoro in tutti i suoi aspetti e nei momenti preliminari alla costituzione dei medesimi.

Quindi questo sta a significare che non è una questione di ignoranza, nel senso di ignorare, ma è un retaggio storico e culturale che l’uomo, l’istituzione o chi per esso, si porta dietro dalle generazioni e dagli usi precedenti o passati che siano.

Il Global Genter Gap Index

Il Global Genter Gap Index viene calcolato ogni anno a far data dal 2006,  e va a studiare il divario di genere ed il suo crescere o diminuire, prendendo in considerazione  quattro diverse dimensioni: partecipazione e opportunità economiche, istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico.

Un po’ di numeri sul gender gap

Assodate tutta una serie di informazioni necessarie per affrontare l’argomento con criticità vi riporto dei numeri secondo me molto interessanti, che dimostrano quanto il gender gap, sostanzialmente, non abbia nessuna possibilità di essere ridotto e quindi eliminato.

In Italia  1 manager su 3 e è donna è guadagna circa il 33% in meno rispetto ad un suo collega uomo, il dato si attesta tra i peggiori rispetto all’Italia, sono a Cipro e in Ungheria.
L’unico paese in cui la percentuale dei manager veste di rosa, è la Lituania.
L’Italia si trova al penultimo posto della classifica europea.

Il fenomeno del gender gap però si affianca a quello del gender pay gap, relativo ai salari.
Sempre in Italia, tra uomo e donna nella stessa posizione lavorativa c’è un gap di 15 euro in più per il salario maschile.

Spostiamoci sul mondo politico…

Il 19,7% dal Quirinale ai banchi dei Consigli Comunali, è donna. Tutto il resto è uomo.
Dal 1948 ad oggi, solo nel 2014 si è avuto un governo diviso esattamente a metà, il 50% era rosa l’altro 50% no.

Ma allontaniamoci un attimo da numeri e percentuali che ci danno la triste testimonianza che nonostante ci troviamo nell’epoca delle macchine elettriche, siamo rimasti al 1948 per tutto il resto.
E’ il patriarcato, il sistema sociale in cui sguazza l’Italia.

Quel metodo di vita, per il quale gli uomini detengono  il poter e chiaramente sono preferiti in ogni ruolo di leadership, che sia politica, morale, sociale, lavorativa.
Nel 2021 sono a capo di uno studio, ma la realtà dei fatti è che il capo non sono mai io.

Questo non vuol dire, però, non raccontarlo e non far sì  che ogni donna, attraverso la divulgazione e l’informazione,  capisca quanto il suo valore debba essere un plus valore e non una normalità.
Sarebbe inutile fare un strabordante elenco nel quale vi cito tutte le donne di successo, perché il mondo sa e conosce bene.

Però..

se Barbero è tanto convinto che le donne non siano spavalde, o che siano insicure, beh lo aspetto per un caffè.