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A scuola con la gonna: la scelta dei ragazzi canadesi

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Andare a  scuola con la gonna è la scelta dei ragazzi canadesi contro il retaggio culturale legato all’abbigliamento. Fra questi ragazzi c’è Colin Renauld è uno studente canadese molto sensibile al tema del sessismo e della discriminazione nei confronti delle donne.

Questa sua sensibilità lo ha spinto a seguire un nuovo movimento che si è diffuso fra i giovani nel suo paese. Questa nuova forma di attivismo spinge i ragazzi ad andare a scuola ogni mercoledì indossando una gonna.

Lo scopo di questa attività è combattere l’ipersessualizzazione del corpo femminile e superare i canoni che stabiliscono a priori cosa è opportuno indossare in base al proprio sesso.

A scuola con la gonna: la storia di Colin

Colin ha abbracciato la causa e si è presentato a scuola indossando una gonna. Nonostante l’Istituto Villa Maria abbia adottato dal 2015 una politica di uniformi miste, Colin all’entrata è stato fermato da un inserviente e accompagnato dal preside perché il suo abbigliamento risultava inappropriato.

A mettere fine all’imbarazzante situazione ci ha pensato un’assistente del preside. La responsabile ha infatti ribadito che l’istituto Villa Maria è una scuola inclusiva che consente agli studenti e alle studentesse la libertà di scegliere se indossare gonne o pantaloni. Il maldestro inserviente ha porto le sue scuse a Colin e la questione non ha avuto ulteriori conseguenze.

Il movimento al quale ha aderito Colin si sta diffondendo molto velocemente fra i ragazzi di altri istituti ed il fenomeno è in costante crescita. La cosa veramente importante è il messaggio di inclusione ed empatia che accompagna questa storia.

Un’iniziativa antisessista per ispirare le nuove generazioni

È fondamentale comprendere l’importanza di rendere consapevoli le nuove generazioni circa la gravità delle discriminazioni sessuali e di alcuni codici e comportamenti non appropriati. Solo da questa consapevolezza si possono porre le basi contro ogni forma di violenza, abuso e discriminazione.

Sarebbe molto bello importare questo modello di scuola inclusiva e aperta al dialogo anche nel nostro paese dove purtroppo i tabù legati al sesso sono ancora molto radicati nella nostra cultura. Solo aprendo la propria mente ed eliminando pregiudizi e preconcetti si può veramente questo tipo di violenza e abuso.

Se non si combatte il retaggio culturale che è alla base di certi comportamenti non si riuscirà mai a raggiungere un piena consapevolezza su certi temi.

Per questa ragione è importante impedire che il pregiudizio si insinui nella mente dei bambini e delle bambine si dalla più tenera età. In questo le famiglie ma soprattutto la scuola hanno un importanza vitale.

Solo combattendo il retaggio culturale si può eliminare il problema alla fonte.

Childfree: una scelta che ad oggi è ancora uno stigma

Childfree Lunadigas

Essere childfree è una scelta che ad oggi rappresenta ancora uno stigma. Posso affermare sulla mia stessa pelle che scegliere di non diventare madre mi ha sempre fatto sentire giudicata o non compresa. Quando mi chiedono se ho figli e rispondo no, dall’altra parte vedo imbarazzo e compassione. Quando spiego che la mia è stata una scelta e non un problema biologico, sento il giudizio della persona che ho di fronte pesare come un macigno. La mia scelta di non diventare genitore è stata consapevole. La maternità non è una tappa obbligata e soprattutto non è uno status. Mettere al mondo una vita, prendersi cura di una creatura e farla diventare una persona adulta è una responsabilità immensa. Io non me la sono sentita e per fortuna non mi sono mai pentita della mia scelta.

Childfree: oggi, essere una donna senza figli è ancora uno stigma?

Purtroppo, a questa domanda dobbiamo rispondere in modo affermativo. La scelta di non diventare genitore espone soprattutto le donne a giudizi, discriminazione e paternalismi. Chi fa questa scelta di vita deve subire costantemente battutine di familiari e conoscenti fino a vere e proprie discriminazioni sul piano lavorativo. La verità è che questo tipo di scelta non è ancora stata accettata a livello culturale dalla nostra società.

Il progetto Lunàdigas

Lunàdigas ha creato un progetto proprio per dare voce alle donne che hanno scelto consapevolmente di non avere figli creando per loro uno spazio protetto dove parlare e confrontarsi. Il progetto da voce non solo alle donne ma anche a persone non binarie che non possono o non vogliono avere figli. Quello che emerge dal progetto Lunàdigas è una realtà amara dove soprattutto le donne sono un bersaglio per la loro scelta di non diventare madri. La cosa più triste è che spesso le critiche anche se a volte velate e sottili, arrivano da altre donne.  Quello che emerge è che nel nostro paese è ancora in uso l’etichettare le donne secondo determinati stereotipi sessisti. Se non lavoriamo su questi stereotipi sarà molto difficile vivere in una società in cui si possa accettare senza giudicare una scelta di vita così intima e personale.

 

Ageismo: la discriminazione silenziosa

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L’ageismo è una discriminazione silenziosa. Tuttavia, è talmente radicato nella nostra cultura da non riuscire a comprenderne la portata. Ma cosa significa ageismo? Il termine deriva dalla parola inglese “ageism” e riguarda il pregiudizio ai danni di una persona in ragione della sua età. Nella nostra società le persone anziane vengono lentamente escluse dalle opportunità di lavoro, dall’accesso a determinate cure e dalla vita sociale. Questa realtà si comprende facilmente, viviamo in una società che esalta giovinezza, bellezza e perfezione. Tutto ciò che non risponde alle regole imposte dalla nostra cultura viene discriminato, basti pensare ad esempio a come si tende a giudicare le persone anche solo per via del loro peso.

Le donne e il diritto di vivere e amare in età matura

Questa forma di discriminazione si amplia ancora di più quando parliamo delle donne. Infatti, mentre gli uomini con l’avanzare del tempo possono ancora avere fascino e godere di una certa reputazione dovuta all’esperienza, questo non vale per le donne. Quando il ruolo di mogli e madri si esaurisce, le donne diventano invisibili, relegate in un angolo. I pregiudizi sull’età diventano feroci quando parliamo di donne che, dopo un divorzio o essere rimaste vedove, decidono di riaprire il proprio cuore e vivere un amore in età matura.

“Ancora donne” il progetto sull’amore in età matura

Le bravissime registe Stéphanie Chaut e Veronique Reymond sono le autrici di “Ancora donne, quando l’amore non ha età” un documentario unico nel suo genere. Questa opera narra la storia di cinque donne fra i sessanta e i settantacinque anni alle prese con l’amore e la solitudine in età matura. Questo documentario ci mostra le difficoltà delle donne di una certa età di rimettersi in gioco in amore e combattere contro i pregiudizi della società.

Ageismo: l’importanza di dare voce alle esigenze delle persone anziane

Oggi, grazie alla medicina, abbiamo un’aspettativa di vita più lunga e sarebbe importante permettere alle persone anziane di vivere in modo sereno e appagante la terza età. Il lavoro culturale da intraprendere nella nostra società è immenso. Bisogna superare tabù come quello della percezione dell’amore e del sesso in età matura e anche comprendere che dopo i sessantacinque anni le persone hanno ancora molto da offrire. Chi ha il privilegio di vivere in età matura ha un bagaglio di esperienza che è importantissimo condividere con le nuove generazioni. Abbiamo tanto da imparare dalle persone anziane.

Non giudicare. Il primo passo per una società inclusiva

È veramente crudele discriminare qualcuno solo per la sua età anagrafica senza tenere conto delle sue esigenze, dei suoi sentimenti e di quanto sia in grado di offrire. Il primo passo da fare è evitare giudizi che potrebbero ferire la sensibilità altrui. Bisogna cercare di andare più a fondo e cambiare prospettiva, solo in questo modo si potrà piano piano sensibilizzare la società su un tema così delicato che prima o poi riguarderà ogni persona.

 

Signorini e l’aborto: l’ennesima dichiarazione di cui non avevamo bisogno.

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Alfonso Signorini è contrario all’aborto.
(E a noi purtroppo deve interessare)

Così, già per come è scritta, questa frase riassume la pochezza che spesso riesce a risiedere e, purtroppo, a manifestarsi in alcune persone e, soprattutto, attraverso certi canali mediatici con un potere di ritorno ancora troppo grande.

Questa, che tanti chiamano una semplice opinione, purtroppo deve interessarci.
Questa, che per alcuni rimane un’idea, un libero sentire e basta, è in realtà una condanna.

Sale sul patibolo, ogni volta in cui si sentono/si leggono parole simili, la libertà delle donne di decidere del proprio corpo. Si pone, come fosse un giro di perle, il cappio al collo ad un’intera categoria per il semplice piacere di parlare, di dire la propria.

“Difendo la libertà di pensiero”,
la replica di Signorini alle critiche di questi giorni.

Ma qui, “caro” Alfonso, non si tratta di libertà di pensiero, né di libertà di espressione (come invece ha spiegato il conduttore nelle dichiarazioni successive a quella fatta in prima serata durante il GF VIP),
e questo per il semplice fatto che non può esserci alcuna libertà in una dichiarazione che vuole negarne un’altra. Questo mai.

La realtà è che, in un momento storico come il nostro, in cui proprio in questi giorni si vede negata la disponibilità del proprio corpo alle donne polacche, alle donne americane, alle donne e basta, dichiarazioni simili non sono semplicemente da condannare, ma sono da riconoscere per ciò che sono: sintomi di un tempo malato, infetto.

Una società nella quale, ad oggi, non è ancora garantita la possibilità di abortire e di farlo in sicurezza, nel rispetto della decisione (sofferta o meno) di una persona, è una società che vuole arginare la determinazione di sé delle donne, che vuole comprimere la sfera di diritto e di salute, fino ad assoggettarla alla propria “moralità”, fino a farla scomparire.

Aborto in Italia: quando il diritto alla salute c’è ma non si pratica.

Non serve cercare nel mondo esempi di questa dittatura sanitaria (stavolta effettiva e non di matrice complottista) quando basta guardare dentro casa propria: in Italia gli obiettori di coscienza negli ospedali pubblici sono l’82,8% e questi sono dati diretti dell’ultima relazione del ministero della salute in riferimento all’attuazione della Legge 194/78
(relazione ministeriale di attuazione della legge 194/78 tutela sociale e interruzione volontaria di gravidanza dati 2019 e preliminari 2020).

Questo dato fotografa un’oppressione, coglie l’immagine di tutti i dolori propri delle donne non assistite, ferite e umiliate (nella migliore delle ipotesi) da personale medico e sanitario pubblico.
Un aborto negato è un aborto che diventa clandestino, è una pratica e una sofferenza che
va a consumarsi in ambulatori non autorizzati, nelle case delle stesse “vittime”, spesso attraverso mezzi di fortuna.

Ogni aborto negato è una donna che rischia la vita. E questo ancora non basta.

Questo dato, tra l’altro, è riassunto nelle proposte legislative che vediamo proposte ed accettate nel mondo (basta infatti dare uno sguardo alla situazione attuale della Polonia, del Texas), nelle parole dei politici che vogliono mettere le mani sui corpi delle donne, nelle dichiarazioni di un presentatore che si nasconde dietro la libera espressione.

“Noi contrari all’aborto in ogni sua forma, compreso quello dei cani.”

Queste sono le esatte parole pronunciate dal conduttore nella puntata andata in onda lo scorso 15 novembre sulla rete mediaset e, con molta probabilità, risuonate all’interno di tante case italiane e
arrivate alle orecchie di molte, moltissime persone.

Far passare questo tipo di messaggio come normale, in prima serata o in ultima,
alimenta un substrato di controllo e violenza che serpeggia e, silente, si spande tra una ripresa trash e un applauso, tra finti drammi orchestrati in uno studio televisivo e dichiarazioni aberranti.

Alimenta, questo messaggio, anche la paura, la vergogna.
Accresce lo stigma dell’aborto.
Per questo anche la dichiarazione di Signorini deve interessarci.
Per questo, poi, dobbiamo fare in modo che su quel patibolo inizino a salirci gli aguzzini, gli oppressori benpensanti e non le donne che, liberamente ed in piena coscienza, dispongono dei propri corpi.

Signorini è contro l’aborto e noi, liberǝ nel pensiero e nell’espressione, siamo contro di lui.

Giovanna Conte

per altro sul tema libero e tutelato

 

Testi scolastici e linguaggio di genere: una lotta contro il sessismo della lingua italiana

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Che la lingua italiana fosse ricca di stereotipi sessisti lo aveva già appurato Alma Sabatini, linguista italiana che nel 1987 ha pubblicato le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Si tratta di una serie di linee guida il cui intento è quello di suggerire alternative per eliminare definitivamente le differenze di genere nel linguaggio e dare maggiore visibilità ad aspetti della lingua che fanno riferimento alle donne.
La lingua, però, non viene fatta soltanto da regole ben scritte come nei testi scolastici, ma sono i parlanti a renderla tale. Essa subisce delle modifiche perché sono i parlanti stessi a cambiare abitudini, atteggiamenti e pensieri in base a ciò che li circonda. Basti pensare ai neologismi consolidati in seguito alla nascita di strumenti tecnologici. Per cambiare queste abitudini linguistiche è necessario indagare le strutture linguistiche e semantiche che si trovano alla base della costruzione di un immaginario sociale e culturale.

Qual è il primo approccio che noi esseri umani abbiamo con la realtà raccontata da un’istituzione diversa dalla famiglia? 

Impariamo a scrivere e a leggere intorno all’età di sei anni alle scuole elementari, perfezionando in seguito quanto abbiamo appreso. Quale migliore strumento di apprendimento, quindi, può essere un testo scolastico che ci insegna a comunicare con il mondo?
L’obiettivo principale di ciascun testo è stato da sempre quello di influire nella costruzione di un immaginario collettivo e sociale che potesse rispecchiare, quanto il più possibile, la società del momento. Se pensiamo che nel periodo fascista la casa editrice Mondadori era l’unica a detenere i diritti di pubblicazione e distribuzione del testo unico (il cosiddetto sussidiario su cui alcunə di noi hanno studiato), l’idea è molto più chiara.

Ricordiamo inoltre che, dal punto di vista linguistico, il linguaggio viene appreso per imitazione. Fin dalla tenera età, infatti, l’atteggiamento dellə bambinə è quello di imitare il comportamento degli adulti dello stesso sesso.

Le case editrici oggi si impegnano a riscrivere i propri testi scolastici in ottica di genere.

Non è così facile come possa sembrare, poiché non si tratta esclusivamente di usare la schwa (ə) o altre forme di inclusione. Smascherare i fondamenti sessisti di cui i testi scolastici sono colmi significa indagare gli stereotipi di carattere psicologico-comportamentali e quelli in ambito socio-professionale e familiare. Ad esempio, l’idea che i maschi non piangono e che le donne, al contrario, sono fragili. O ancora la madre dedita alle faccende domestiche e il padre impegnato al sostentamento economico della famiglia. Un gender gap ancora evidente nella società.

Questi stereotipi danno origine ad una dicotomia tra i due sessi, mettendo in luce l’impossibilità di poter scambiare i ruoli all’interno della società o della famiglia. Quest’ultimo luogo in cui bambinə apprendono i ruoli sessuali patriarcali fin da piccoli. I libri di testo danno per scontato questa separazione fra sessi e non si propongono di modificarla, perché sembra essere più importante eliminare ciò che può essere identificato come “elemento in comune” tra maschi e femmine, ed esaltare invece ciò che rende i due sessi differenti l’uno dall’atro.

Non è un caso, quindi, che i testi di storia e geografia non mettono in risalto i successi femminili, ma piuttosto quelli maschili. Questo evento contribuisce a innescare nell’immaginario dellə più piccolə la convinzione che le donne non abbiano, se non poco, contribuito alla storia e all’evoluzione del genere umano. Tuttə lə bambinə hanno il diritto di imparare a costruire un mondo senza stereotipi di alcun genere, e di conseguenza è solo in questo modo che potranno mettere in pratica un corretto uso della lingua italiana.

Testi scolastici: le tempistiche non sono il nostro forte.

Nonostante il primo codice di autoregolamentazione (il Progetto POLITE) sia nato nel 1998 con l’obiettivo di migliorare gli strumenti scolastici in relazione alle tematiche dell’identità di genere, è solo di recente che si avverte un’aria di cambiamento.
Le case editrici Zanichelli e Rizzoli Education hanno realizzato due progetti col medesimo obiettivo: promuovere la parità di genere nei testi scolastici, restituendo la pluralità di una società che si sta sempre più evolvendo, e permettendo a ciascun individuo di costruire la propria identità libera da stereotipi di genere. Il loro decalogo non rappresenta, però, un progetto concluso, quanto una continua evoluzione e progressione verso testi e strumenti indirizzati a docenti e alunnə.

La scuola rappresenta bambini e bambine allo stesso modo, senza distinzione di genere.

Per questo motivo è opportuno che tale rappresentazione univoca parta dai testi utilizzati dalle classi per studiare. Le case editrici di scolastica hanno compiuto enormi passi avanti, soprattutto da quando le politiche di genere interessano le istituzioni scolastiche. Ad esempio, se nei testi scolastici di scienze si parlasse dell’astronauta Samantha Cristoforetti, le bambine avrebbero l’esempio di una donna che ha rotto le barriere degli stereotipi di genere.
Di conseguenza aumenterebbe la probabilità che le facoltà tecnico-scientifiche in università sarebbero frequentate da una percentuale di donne più alta rispetto a quella odierna. Supportare questo sviluppo linguistico significa incentivare la realizzazione di una maggiore consapevolezza da parte delle future generazioni che vogliono concretizzare i propri desideri.

 

Simboli di potere: vagina e pene, oggi proprio come nell’antichità

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Attributi sessuali simboli di potere

Da secoli esprimiamo concetti affidandoci a metafore più o meno fantasiose sugli organi sessuali. In particolar modo, la società sembra aver interiorizzato l’idea che i testicoli e il pene siano maestosi simboli di potere, mascolinità e fertilità.  Come dimostra l’uso comune di espressioni  del tipo “Un uomo con le palle”, o la dispreggiante “Sei un senza palle!”.

Invece, la vagina, oltre alla fertilità, viene purtroppo accostata alla debolezza e alla fragilità. Soprattutto quando fa da soggetto ad una metafora di uso comune. Basta pensare al classico “Cos’hai la vagina lì sotto?”, mentre nessuno ha mai detto “Tira fuori la vagina e fagli vedere chi sei!”.
Insomma, se c’è da alludere al coraggio, alla forza fisica, all’audacia, ecco che nell’immaginario comune si pensa subito al molliccio sacchetto scrotale.  Non si sa esattamente quale sia il motivo, visto che da un punto di vista biologico l’unico contributo alla vita del pene è eiaculare, e si da il caso che non sia una fatica di Ercole, anzi. È necessario tornare molto indietro nel tempo per comprendere le origini del simbolismo fallico.

Nell’antica Roma il successo era determinato dalle dimensioni

Per i Greci ed i Romani, per esempio, erano gli attributi, in particolare la forma e la dimensione del membro, ad essere determinanti per la realizzazione sociale degli uomini. Un individuo dotato poteva contare su una sicura ed agevolata carriera militare.
Uno meno dotato doveva dimostrare doppiamente il suo valore, a volte venendo sottovalutato nonostante la reale prestanza fisica o intellettiva. A Roma che ha poi origine il pene-portafortuna: si chiamava “Fascinum” ed era un amuleto fallico contro il malocchio, solitamente appeso al polso come braccialetto. Un’usanza all’origine  del  “toccarsi” come gesto scaramantico.
Con il cattolicesimo lo status del fallo mutò divenendo demoniaco, e non mancano epiteti curiosi e divertenti, come questo di Anselmo d’Aosta:

“Il pene è la verga del diavolo”.

“Nessun organo”, diceva sant’Agostino, “è più corrotto del pene”.

Tertulliano si è spinto arrivando ad affermare che:

“Durante l’orgasmo l’uomo perde una parte dell’anima”

Un’antica e sicuramente affascinante descrizione dell’energia umana, ma connotata da un’ammonizione morale. Il culmine si raggiunse con Papa Pio IV, che fece tristemente coprire gli attributi maschili, sia a eletti che dannati, nella Cappella Sistina di Michelangelo.
Non potendolo quindi più menzionarlo in quanto peccato, l’attenzione venne spostata dal fallo al, finora trascurato, scroto, con la nascita di espressioni che si sono via via evolute fino ai moderni: “Hai due palle così” oppure “Non hai le palle di farlo”.

Simboli di potere: parliamo di skill

Pensando a quanto detto sopra viene in effetti da domandarsi come facciano però ad essere i testicoli considerati simboli di potere. Passi il pene, ma le palle? Pensateci, li appese come due caciotte, deboli e vulnerabili, con quattro peli in croce…
Pensiamo un attimo alla vagina invece, a come sia pensata per generare, allevare e infine partorire esseri umani (testa compresa, ed è qui che deve andare tutto il rispetto alle donne. Ne avremmo probabilmente meno se per esempio le donne partorissero solo il corpo e gli uomini la testa e poi venissero uniti i pezzi in seguito.
Ma no, a quanto pare il 92% dei bambini nasce con la testa già attaccata, e non c’è rimedio alcuno contro questa ingiustizia biologica). Generare la vita rimane indiscutibilmente un grandissimo potere, se paragonato a quello che è invece l’abilità del pene ossia un breve, e infinitamente meno godurioso, spruzzo di liquido seminale.
Ora, a parte l’aspetto ludico (gli orgasmi infiniti), la vagina è qualcosa di biologicamente molto avanzato e complesso, tanto che comprendere come si possa giungere ad un bambino, partendo da due semplici cellule, è stato uno dei più impegnativi misteri della medicina. E nel mondo animale in generale, la vagina è spesso un organo molto complicato, assai più del pene (anche se non mancano eccezioni; per i più temerari: andate su Google a cercare “pene echidna”).
Se avete voglia di vederne una veramente complicata, cercate su Google la vagina del delfino.

Dobbiamo per forza discriminare, anche metaforicamente?

Tornando ai simboli di potere, di sicuro avrete sentito almeno una volta nella vita qualcuno dire in un film “tira fuori le palle” oppure “Vai a ca**o duro” e probabilmente è anche successo in una situazione di pericolo.
Ora, qualunque persona sana di mente, in un momento difficile, l’ultima cosa che vorrebbe fare è esporre i suoi morbidi e indifesi testicoli, o un pene che, per quanto eretto, non farebbe di certo da scudo ai proiettili. Non che esporre una vagina sarebbe meglio, o peggio, semplicemente non è questo l’utilizzo da fare né dell’uno né dell’altra.
Così come non rientra in nessuna logica il dire “Non fare la femminuccia” ai bambini per educarli alla sopportazione della vita (o della bua che si sono appena fatti). O ancora l’insinuare, sfottendo, che un uomo un po’ più sensibile abbia la vagina e non un bel virile pene. Insomma, per esprimere ciò che realmente pensiamo in queste situazioni, abbiamo realmente bisogno di ricorrere agli organi sessuali? E se proprio dobbiamo farlo, possiamo essere un po’ meno discriminatori?
Può sembrare banale parlare di questo, ma è dalle piccole cose che si inizia a cambiare il mondo. Le nuove generazioni non hanno bisogno di crescere con l’idea che il proprio valore, la propria prestanza o il proprio successo possano in qualche modo dipendere da ciò che si sono casualmente trovati in mezzo alle gambe.

Il Papa e l’aborto: per il pontefice si tratta di omicidio

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Il Papa e l’aborto: per lui si tratta di Omicidio

Il discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al congresso promosso dalla Società Italiana di Farmacia Ospedaliera viene tenuto il 14 Ottobre ed è incentrato sulla solidarietà ai lavoratori del settore medico.
Termina tuttavia con un sermone incentrato sulla dimensione etica della professione medica, ovvero sull’aborto, un tema molto delicato, su cui il massimo esponente pontificio ha sempre esposto chiaramente la sua posizione.
La sua contrarietà è indiscutibilmente giustificata dalla sua posizione, tuttavia i termini utilizzati al fine di rendere accettabile quella che non possiamo negare essere una violazione dei diritti delle donne, fa molto riflettere.

Il papa e l’aborto: dimentica che lo Stato italiano è laico

Oggi c’è un po’ la moda di pensare che forse sarebbe una buona strada togliere l’obiezione di coscienza

esordisce letteralmente Francesco, come a ipotizzare che desiderare di andare in ospedale a sottoporsi ad un’operazione potenzialmente letale per sé e la prole futura, sia una comune fantasia popolare. Torna però subito al punto, ossia rivangare con chiarezza che l’aborto “si tratta di un omicidio e non è lecito diventarne complici”. Poi, però, suggerisce anche di “stare vicino alle situazioni, specialmente alle donne, perché non si arrivi a pensare alla soluzione abortiva”.
Parole molto decise quelle usate dal pontefice, specialmente considerando che ci troviamo in un Paese laico, dove l’aborto è legale e soprattutto per diventare medico è obbligatorio il giuramento. Giuramento che viene puntualmente messo in discussione ogni qual volta un aborto viene negato e liquidato rapidamente con “Ma no, e se poi ci ripensi?”.

Le donne hanno il diritto di scegliere

Parole che fanno pensare a cosa possa mai servire stare accanto ad una donna che ha subito la peggiore delle violenze, o che semplicemente non vuole mettere al mondo un altro figlio da far percuotere al padre-padrone di turno, o che ancor più semplicemente aveva programmi di vita diversi e non intende buttarli via per un preservativo che si è rotto o per un salto della quaglia finito male.
È un po’ come se una personə rimanesse con tre dita dopo aver calpestato involontariamente un petardo, andasse dal medico e quest’ultimə gli dicesse che obietta. Obietta di non voler curare una persona con tre dita perché è come l’animale proibito della sacra scrittura.
Ora, sinceramente, voi come reagireste?

Gli uomini decidono per le donne da sempre

Inoltre, perché dovrebbe decidere un uomo su qualcosa di cui non ha esperienza né mai potrà averla, dal momento che sono le donne ad avere gravidanze? Interrogandosi su quesiti simili appare chiaro come sia necessario un cambiamento sociale, che deve necessariamente partire dai livelli di istruzione più bassi, volto all’equità di genere.
Per capirne la necessità, provate a immaginare come sarebbe il mondo se fossero gli uomini a partorire… Abortire per chi lo richiederebbe sarebbe il minimo, cosi come almeno sei anni di paternità e congedi da lavoro quando arriva il ciclo, inoltre quei 9 mesi, per gli intrepidi padri, verrebbero trascorsi in strutture ricche di comfort e con assistenza medica 24/7 pagate dalla mutua, come sarebbe giusto che sia. Quindi, viene da chiedersi, perché allora non è così?
Senza bisogno di cambiamenti chissà quanto estremi, un buon inizio sarebbe sicuramente lasciare alle personə di decidere su ciò ha a che vedere con il proprio corpo. Fintanto che non si va ad intaccare la libertà di qualcun altrə, questo non dimentichiamolo mai.

Ci vorrebbe un mondo più equo e inclusivo

Infine, la sfida che abbiamo noi oggi è quella di far comprendere alle nuove generazioni che prima ancora di parlare di maschi e femmine, è opportuno iniziare a parlare di esseri umani. Apparteniamo alla stessa specie e solo agendo in modo tale che tutti ci guadagnino, o provandoci almeno, creeremmo una società migliore. Una società dove tuttə hanno dei diritti di base che da un lato non permettano l’assoluta povertà e diano eque opportunità, dall’altro che favoriscano la meritocrazia, la non discriminazione, l’apertura mentale e la semplice consapevolezza che ciò che è vero oggi, forse, non lo sarà domani.

Nell’attesa di uno Stato davvero Laico…

Lo so, appare assai difficile creare qualcosa del genere se il punto di partenza è uno Stato laico dove a fare legge è un altro stato, separato, che ha una folta base di sostenitori e che fa leva sulla parte peggiore dell’essere umano, quella bruta e prevaricatrice. Ma se ancora oggi siamo qui ad interrogarci sull’effettiva correttezza della pratica abortiva, vuol dire che la volontà di cambiare ed evolverci c’è, pensate che già Dante Alighieri esordiva così, nei versi forse più famosi della sua Commedia, e che per secoli hanno funto da antidoto all’imbarbarimento:

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute a caunoscenza”.