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TikTok: uno strumento per la rappresentazione delle minoranze

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TikTok: cos’è?

TikTok è una piattaforma social creata nel 2016 con il nome di Musically, uno strumento che rappresenta anche le minoranze.
L’interfaccia del social appare molto diversa da quella delle altre piattaforme: appena aperta non troviamo nessuna bacheca ma veniamo catapultati in un contenuto, un video, dai 15 secondi ai 3 minuti che, il più delle volte, sfrutta degli audio di sottofondo in trend.

Una volta aperta l’applicazione possiamo scegliere se rimanere nei cosiddetti per te, in cui l’algoritmo consiglia video simili a contenuti con cui si ha già interagito, oppure passare in modalità seguiti, che mostrerà un solo video della cerchia di creator già seguiti.
Questi video sono creati direttamente dagli utenti e, nonostante i pregiudizi, possono rivelarsi davvero interessanti.

Punti di forza: rappresentazione e confronto

Esattamente come gli altri social (e, per i più nostalgici, anche come la televisione), TikTok è un contenitore. All’interno di questo specifico strumento si può caricare ciò che si vuole: da appetitosi video di cucina, a incredibili make-up tutorial, a recensioni di profumi, libri, locali. Fortissima è la rappresentazione delle minoranze.

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fonte: freepik

La grande forza del social è l’immediatezza con cui i contenuti arrivano da tutto il mondo: se si interagisce o si segue creator non-binary italiani, scorrendo i contenuti, ne saranno consigliati altri statunitensi, francesi, portoghesi, ecc…

Così accade anche per le disabilità e le neurodiversità: seguendo contenuti sull’ADHD o sullo Spettro Autistico, verranno consigliati argomenti simili.
Tutto questo amplifica enormemente l’audience raggiungibile dalle parole di una sola persona e permette di confrontare, con assoluta immediatezza, la propria realtà con quella del mondo.

 

TikTok per le minoranze: analisi delle criticità

Nonostante le grandi potenzialità del social, un uso continuativo e attento ne rivela alcune criticità.

Problema dell’advocacy

Si moltiplicano le attività di advocacy per le minoranze, dalle minoranze. Ma chi controlla l’attendibilità dei contenuti?

Essendo uno strumento alla portata di tutti, ognuno può caricare il proprio contenuto divulgativo. Spesso, però, i temi trattati sono complessi se non si è un professionista del settore e le polemiche non costruttive trovano terreno fertile.
Un esempio recente: la discussione sul definire le persone Asperger con questo nome. Alcuni divulgatori, infatti, asseriscono che Hans Asperger avesse legami con partiti di estrema destra.
Una polemica assolutamente sterile e anche dannosa per qualcuno che, in questo nome, riconosce parte della sua identità.
Un grosso problema è anche quello dei video con elenchi infiniti di sintomi.
Contenuti che, in una manciata di secondi, pretendono di definire disturbi, malattie o neurodiversità, ma il cui unico risultato è quello di confondere e destabilizzare chi li vede.
Più pericolosa di una mancanza di rappresentazione è la diffusione di una rappresentazione distorta.

Problema della “bolla”

I contenuti che ci verranno presentati nei per te, dopo un minimo di utilizzo, saranno legati alle preferenze che abbiamo espresso. Il risultato è che accederemo allo stesso side di TikTok a ogni login, vedendo sempre le stesse tipologie di contenuti.
Non è detto che questo campanilismo sia un male, perché ci permette di avere accesso a una bolla di persone e a contenuti a noi affini, il che può farci sentire meno soli e più rappresentati e, quindi, validi. 

L’isolamento nell’isola felice, però, è limitante e, alla lunga, più che aiutarci può ostacolarci. Anche se si ha la necessità di appartenere a una comunità online è necessario ricordare che c’è un mondo che va oltre la piattaforma digitale.

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fornita da freepik

Problema della rappresentazione

Cosa interessante: si è andato a sviluppare un fenotipo dominante a cui le persone non-binary dovrebbero tendere; bisognerebbe essere magrǝ, biancǝ, androginǝ e AFAB; un approccio all’espressione di genere non realistico e per alcuni, ovviamente, inarrivabile.

Tra i più giovani, esiste anche lo stereotipo degli interessi in comune verso animali o oggetti, come la fissazione per le rane, i funghi e tutto ciò che li richiama o li riproduce.
L’esistenza delle persone AMAB è poco riconosciuta, così come un’espressione di genere androgina sembra essere l’unica possibile per avere il passpartout alla non binarietà. Preferenza comune e legittima, ma non necessaria nel definire un’identità.

Nonostante la presenza di molte criticità, questo social rappresenta un megafono per le minoranze di ogni tipo, permettendo loro di parlare di se stesse da se stesse, di raggiungere un pubblico vastissimo e di dimostrare che, nonostante le piccole differenze, tutti noi siamo e rimaniamo, indiscutibilmente, umani.

 

Editing: Chiara Cremascoli

Disney censura ‘gay’ ‘lesbian’ e ‘queer’: queste parole divengono impronunciabili su TikTok

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La censura della Disney rispetto ai contentuti LGBTQIA+ non è una novità, ma questa volta la multinazionale statunitense si è spinta oltre, censurando parole ‘gay’, ‘lesbian’ e ‘queer’ in alcuni contenuti di Tiktok.

Dinsey censura ‘gay’ ‘lesbian’ e ‘queer’

Tra le varie novità annunciate da casa Disney durante il Disney Plus Day 2021 – avvenuto venerdì 12 novembre – rientra anche la collaborazione del colosso dell’intrattenimento americano con uno dei social media più amati del momento.

Dalla scorsa settimana hanno infatti fatto la comparsa su TikTok le voci di alcuni personaggi presenti nei film e nelle opere di animazione Disney. Grazie ad un software di sintesi vocale chiamato Text-to-Speech, i personaggi Disney sono in grado di leggere ad alta voce il testo inserito daə utentə nelle proprie clip con il tono di voce che lə ha resə inconfondibilə alle orecchie del grande pubblico. Idea fantastica per ə fan della Disney presenti su Tiktok, che presenta però un piccolo-grande difetto.

Il sistema messo a punto dalla Disney censura automaticamente le parole ‘gay’, ‘lesbian’ e ‘queer’ nei suoi contenuti Text-to-Speech.

Le voci di Tiktok

Per chi usa frequentemente Tiktok, la funzione Text-to-Speech non è certo una novità.

Nata mesi fa come misura volta a rendere i contenuti più accessibili per le persone con disabilità visive e di lettura, il Text-to-Speech si è evoluto rapidamente. Ə gestorə di Tiktok si sono infatti presto accorti che moltə utentə hanno iniziato ad utilizzare questa funzione per rendere più divertenti i propri contenuti.

Proprio grazie alla recente popolarità del Text-to-Speech nasce la collaborazione tra TikTok e Disney, che non ha esitato a proporre a proporre alcune delle voci più famose del suo repertorio per leggere in inglese i contenuti proposti deə utentə.

Lo sconcerto deə utentə

Ə membrə della comunità LGBTQIA+ presenti su TikTok non hanno impiegato molto tempo ad accorgersi della che la Disney aveva censurato le parole ‘gay’, ‘lesbian’ e ‘queer’ nei suoi contenuti Text-to-Speech.

I tanto amati Rocket (I Guardiani della Galassia) e Stitch  (Lilo & Stitch), esattamente come C-3PO e Chewbacca (Star Wars), si “rifiutano” infatti di pronunciare le parole ‘gay’, ‘lesbian’ e ‘queer’ se inserite in una frase, passando direttamente alla parola successiva. Diverso è il caso delle singole parole censurate, inserite da sole nel video: durante la clip appare infatti una didascalia che informa ə utentə che la modalità Text-to-Speech non è supportata per la lingua scelta.

Non sorprende che le clip deə primə utentə a portare alla ribalta questa incredibile verità siano state rimosse da TikTok per hate speech.

Il paradosso dell’invisibilità

Paradossalmente, le identità più invisibilizzate sono state “risparmiate” dalla censura di casa Disney.

Rocket e ə altrə sono infatti in grado di pronunciare le parole ‘bisexual’, ‘asexual’ ‘non-binary’ e ‘gender-fluid’, così come ‘pansexual’ e ‘intersex’. Per quanto riguarda le parole ‘trans’ e ‘transgender’, la questione rimane senza risposta: talvolta i personaggi le pronunciano, altre volte restano in silenzio.

Non si può dire lo stesso per quanto riguarda alcuni slur omotransfobici. A differenza delle parolacce, infatti, diversi termini offensivi per la comunità LGBTQIA+ non sono stati censurati.

La controreazione della comunità LGBTQIA+

Dopo le prime reazioni di rabbia e disappunto alla censura della Dinsey, ə membrə della comunità LGBTQIA+ presenti su TikTok si sono sbizzarritə nel trovare metodi alquanto creativi per combattere il sistema.

Il più popolare consiste nello scrivere volutamente le parole censurate in maniera errata, in modo che i personaggi le pronuncino in maniera corretta. Rocket – in particolare – è diventato paladino dei ‘lezbian’, ‘guay’ e ‘qweer’ rights.

Moltə utentə hanno abilmente utilizzato lo stesso metodo anche per aggirare la censura delle parolacce.

La retromarcia di casa Disney

Sembra però che le critiche contro Disney abbiano portato la multinazionale statunitense a fare un passo indietro. A detta di alcunə utentə, infatti, a partire dallo scorso 16 novembre i personaggi Disney sono in grado di pronunciare le parole fino ad allora proibite.

Tutto è bene ciò che finisce bene, allora. O no?

Questa faccenda non fa che lasciare ancora una volta l’amaro in bocca a tutte le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, che passano dall’essere marginalizzate all’essere virtualmente inesistenti, innominabili. Per la multinazionale statunitense, è evidente che se non si parla di qualcosa, quella cosa automaticamente non esiste.

Ma è bene ricordare che non basta censurare le parole ‘gay’, ‘lesbian’ e ‘queer’ per farci smettere di esistere.

 

Il giorno della coscienza nera in Brasile

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È stato nel 2003 che il 20 novembre è diventato il giorno della coscienza nera in Brasile, una data che sottolinea l’importanza di includere la popolazionə nerə nella società in modo equo. Il giorno prescelto è stata la morte di Zumbi dos Palmares, uno dei nomi che più hanno combattuto per la fine della schiavitù in Brasile.

Riconosco che è molto importante avere una data di questa portata qui in Brasile, perché la maggior parte della nostra popolazionə è nerə e/o mistə. Ma insieme a questi dati, ci sono anche casi di razzismo e morte di personə di colorə in tutto il Paese.

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Zumbi dos Palmares, uno dei leader nella lotta per la fine della schiavitù il giorno della coscienza nera è la stessa data della sua morte

Nel 2020, la giornata è diventata ancora più forte perché alla vigilia del giorno della coscienza nera, la giornata è stata segnata dalla morte di João Alberto Dias. Il ragazzo è stato picchiato dalle guardie giurate al mercato Carrefour di Porto Alegre, città nel sud del Brasile. Oggi, a distanza di un anno, è ancora possibile vedere che una vita da nerə non vale come una bianca per alcunə personə.

 

Razzismo in Brasile: brutalità della polizia

È molto comune vedere agenti di polizia agire in modo diverso quando si avvicinano alla popolazione delle periferie brasilianə, ancora di più quando sono personə di colorə. Sono rimasta sorpresa di vedere un video di allenamento della polizia militare di Brasilia in un quartiere di lusso della città, perché non assomigliava a quello che vedo normalmente. 

Per moltə brasilianə nerə è molto rischioso uscire senza documenti e fare attenzione anche agli oggetti che trasportano. Dopotutto, qui la polizia ha scambiato un ombrello per un fucile. E molti non sono nemmeno al sicuro in questo modo di agire a casa, ho perso il conto di quantə vitə sono state prese da “proiettili vaganti” nelle comunità di tutto il Brasile.

 

Coscienza nera e razzismo strutturale

Ricordo la confusione che ho provato quando ho sentito per la prima volta il termine “proiettili vaganti”, mi sono chiesta, da bambina, come si perde un proiettile? Oggi so che la risposta è una: nelle comunità periferichə brasilianə è raro vedere la polizia sparare con cura per non ferire gli altri.

Tutto ciò che sperimentiamo oggi è ancora un riflesso della fine tardiva e non supportata della schiavitù per la popolazionə nerə. Dopo anni di lotta per la libertà, i nerə che vivevano qui in Brasile si sono trovatə liberə, ma indifesə e senza casa. Fu da lì che iniziarono a emergere quelle che oggi chiamiamo “favelas” brasilianə.

C’è chi dice che in Brasile non c’è razzismo, forse quellə personə è molto ottimistə o semplicemente non vede i casi. Sì, siamo un paese molto eterogeneo, ma vediamo ancora avvocatesse essere ritirate da un negozio semplicemente perché nere. Vediamo molte personə di colorə che vengono insultatə, sminuitə e che lottano il doppio per fare carriera nella società.

 

Il lato buono della medaglia

Se nel XIX secolo la popolazionə nerə ha combattuto per la libertà, oggi non sarebbe diverso, è tempo di tacere di fronte alle ingiustizie e ai casi di razzismo. La legge è dalla nostra parte, perché il razzismo è un crimine che qui non si salva, e ci sono politiche pubbliche di riparazione storica, come nel caso del sistema delle quotə universitariə. Che è diventata la porta per moltə giovanə nerə nel mondo accademico brasiliano.

Anche con passi lenti, sono abbastanza ottimista da credere che il Brasile possa davvero essere un paese senza razzismo. La nostra popolazionə è ampiamente rappresentata nel mondo artistico, che diventa fonte di ispirazione per molti giovani.

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Manifestazione contro il razzismo in Brasile

Condividerò anche una canzone che ascolto sempre nel giorno della coscienza nera: Mandume, del rapper Emicida. Questa canzone mostra molto quello spirito combattivo che portiamo nel vedere più neri occupare spazi sempre più importanti in Brasile. ✊🏽✊🏾✊🏿

 

https://www.youtube.com/watch?v=mC_vrzqYfQc

Signorini e l’aborto: l’ennesima dichiarazione di cui non avevamo bisogno.

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Alfonso Signorini è contrario all’aborto.
(E a noi purtroppo deve interessare)

Così, già per come è scritta, questa frase riassume la pochezza che spesso riesce a risiedere e, purtroppo, a manifestarsi in alcune persone e, soprattutto, attraverso certi canali mediatici con un potere di ritorno ancora troppo grande.

Questa, che tanti chiamano una semplice opinione, purtroppo deve interessarci.
Questa, che per alcuni rimane un’idea, un libero sentire e basta, è in realtà una condanna.

Sale sul patibolo, ogni volta in cui si sentono/si leggono parole simili, la libertà delle donne di decidere del proprio corpo. Si pone, come fosse un giro di perle, il cappio al collo ad un’intera categoria per il semplice piacere di parlare, di dire la propria.

“Difendo la libertà di pensiero”,
la replica di Signorini alle critiche di questi giorni.

Ma qui, “caro” Alfonso, non si tratta di libertà di pensiero, né di libertà di espressione (come invece ha spiegato il conduttore nelle dichiarazioni successive a quella fatta in prima serata durante il GF VIP),
e questo per il semplice fatto che non può esserci alcuna libertà in una dichiarazione che vuole negarne un’altra. Questo mai.

La realtà è che, in un momento storico come il nostro, in cui proprio in questi giorni si vede negata la disponibilità del proprio corpo alle donne polacche, alle donne americane, alle donne e basta, dichiarazioni simili non sono semplicemente da condannare, ma sono da riconoscere per ciò che sono: sintomi di un tempo malato, infetto.

Una società nella quale, ad oggi, non è ancora garantita la possibilità di abortire e di farlo in sicurezza, nel rispetto della decisione (sofferta o meno) di una persona, è una società che vuole arginare la determinazione di sé delle donne, che vuole comprimere la sfera di diritto e di salute, fino ad assoggettarla alla propria “moralità”, fino a farla scomparire.

Aborto in Italia: quando il diritto alla salute c’è ma non si pratica.

Non serve cercare nel mondo esempi di questa dittatura sanitaria (stavolta effettiva e non di matrice complottista) quando basta guardare dentro casa propria: in Italia gli obiettori di coscienza negli ospedali pubblici sono l’82,8% e questi sono dati diretti dell’ultima relazione del ministero della salute in riferimento all’attuazione della Legge 194/78
(relazione ministeriale di attuazione della legge 194/78 tutela sociale e interruzione volontaria di gravidanza dati 2019 e preliminari 2020).

Questo dato fotografa un’oppressione, coglie l’immagine di tutti i dolori propri delle donne non assistite, ferite e umiliate (nella migliore delle ipotesi) da personale medico e sanitario pubblico.
Un aborto negato è un aborto che diventa clandestino, è una pratica e una sofferenza che
va a consumarsi in ambulatori non autorizzati, nelle case delle stesse “vittime”, spesso attraverso mezzi di fortuna.

Ogni aborto negato è una donna che rischia la vita. E questo ancora non basta.

Questo dato, tra l’altro, è riassunto nelle proposte legislative che vediamo proposte ed accettate nel mondo (basta infatti dare uno sguardo alla situazione attuale della Polonia, del Texas), nelle parole dei politici che vogliono mettere le mani sui corpi delle donne, nelle dichiarazioni di un presentatore che si nasconde dietro la libera espressione.

“Noi contrari all’aborto in ogni sua forma, compreso quello dei cani.”

Queste sono le esatte parole pronunciate dal conduttore nella puntata andata in onda lo scorso 15 novembre sulla rete mediaset e, con molta probabilità, risuonate all’interno di tante case italiane e
arrivate alle orecchie di molte, moltissime persone.

Far passare questo tipo di messaggio come normale, in prima serata o in ultima,
alimenta un substrato di controllo e violenza che serpeggia e, silente, si spande tra una ripresa trash e un applauso, tra finti drammi orchestrati in uno studio televisivo e dichiarazioni aberranti.

Alimenta, questo messaggio, anche la paura, la vergogna.
Accresce lo stigma dell’aborto.
Per questo anche la dichiarazione di Signorini deve interessarci.
Per questo, poi, dobbiamo fare in modo che su quel patibolo inizino a salirci gli aguzzini, gli oppressori benpensanti e non le donne che, liberamente ed in piena coscienza, dispongono dei propri corpi.

Signorini è contro l’aborto e noi, liberǝ nel pensiero e nell’espressione, siamo contro di lui.

Giovanna Conte

per altro sul tema libero e tutelato

 

Victim Blaming: patriarcato neoliberista e cultura dello stupro

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Visibili ma non troppo

Sin da adolescenti ci troviamo costrette ad abitare il paradosso dell’essere fisicamente appetibili, depilate, truccate, ben vestite, ma senza dare nell’occhio. Il nocciolo della cultura dello stupro, in cui siamo tuttǝ imbevutǝ come biscottini nel thè, è che la visibilità, se donna, è sinonimo di pericolo.

Il paradosso consiste in questo semplice punto: barattare la propria vita per poter essere viste, impiegando tutte le energie per apparire al meglio e condannarsi eternamente a fare l’equilibrista tra la possibilità di esser viste e l’essere sopra le righe. Assorbiamo la cancerogena cultura dello stupro che ci reifica tramite l’istituzione della dittatura dello sguardo dell’uomo sulla nostra immagine: in quest’inferno guardarsi allo specchio significa essere espropriate dalla possibilità di vedersi senza innestare l’occhio maschile.

Un uomo bianco abile ed eterosessuale, invece, basta da sé per ottenere visibilità dinnanzi al patriarcato neoliberista. Se noi, già molto prima dell’età del consenso, ci troviamo a voler sembrare più carine per piacere ai coetanei dell’altro sesso, i maschi non si curano per nulla di tutto ciò. Se a loro è da subito concessa la vita immediata, noi siamo condannate all’inferno dell’eterna mediatezza: loro è l’azione, nostro è il linguaggio.

La performatività della parola

Nell’immonda ignoranza alla Pio e Amedeo in cui si è immersǝ, ci si dimentica, però, che la lingua ha innanzitutto un potere creativo e trasformativo: nello stesso testo biblico la parola divina crea. Checché ne dicano i due comici, che di Bibbia e John Austin non sanno ovviamente nulla, la parola crea la realtà. Le parole fanno le cose.

Coerentemente a questo tipo di visione che depotenzia il linguaggio rendendolo flatus vocis, il contenuto del discorrere della donna è ridotto a chiacchiera e/o lamentela. Il nucleo della battaglia femminista viene così percepito come lamentosa manifestazione di scontentezza dinnanzi alla già avvenuta concessione di diritti dall’alto.

Il mondo maschile sembra comportarsi, insieme a quello femminile, come il grande imprenditore che, rivolto allǝ stagista, dice: “Ti sto dando il privilegio di lavorare e di formarti presso la mia azienda, quindi devi ringraziare, tacere e non chiedere nulla al di là del rimborso spese”. Nella cultura fallocentrica lo spazio può infatti esser acquisito da una donna solo su sua richiesta in carta da bollo e con parole educate, casomai risulti una poco di buono sguaiata da non sposare.

Siamo stanche di sentirci dire che ce la siamo cercata

Ricordo con disgustata tenerezza i miei coetanei a sedici anni che, imbevuti di questo modello troglodita di pseudocultura, distinguevano le brave ragazze dalle puttane. Le prime erano le ritrose, le timide che a stento avevano dato il primo bacio; le seconde  quelle che avevano osato avventurarsi su più bocche o, addirittura, su genitali. La minima consapevolezza del doppio standard risultava essere non pervenuta: lo stesso comportamento, applicato a un ragazzo, diveniva  oggetto di ammirazione. In un meccanismo canino di stimolo-risposta pavloviano, i piccoli funzionari del patriarcato, dinnanzi al medesimo atto, gli davano l’assenso se compiuto da un uomo e lo negavano, valutandolo come riprovevole, se effettuato da una donna.

Il fatto che lo stupro sia quasi sempre letto come occasione per colpevolizzare la vittima di sesso femminile risulta essere la logica conseguenza di questa serie di presupposti perpetuati in modo sistemico dalla struttura del contesto socio-culturale di base. La sottrazione di agency al discorso della donna, per cui la sua denuncia di violenza risulta poco credibile e il giudizio moralistico sulla sua vita sessuale sono i due elementi che si trovano a interagire come una mentos in una coca-cola quando si tratta di esaminare i casi di stupro.

Nelle menti illuminate di conduttorǝ di talk show televisivi e giornalistǝ che analizzano stupri scatta un meccanismo pavloviano, avente la stessa matrice di quello sopra citato. Così come già dall’adolescenza, per un riflesso condizionato assorbito dal contesto, si presume che l’uomo sia predatore e la donna preda remissiva, moralmente deprecabile se vien meno al suo ruolo, allo stesso modo si crede che, nel caso in cui l’uomo diventi un predatore violento, la ragione risieda nella provocazione della donna, responsabile di aver superato il castrante recinto costruitole attorno.

Il processo di Victim Blaming

Se le sopracitate menti di luminari, solitamente, nell’esame dei fatti di cronaca nera fanno il processo al presunto colpevole prima ancora che sia la giustizia a dichiararlo tale, nell’analisi degli stupri indagano invece morbosamente sulla distribuzione delle colpe, mettendo in atto la strategia del dubbio iperbolico, infarcito dall’aleggiante ma esplicita retorica del “se l’è cercata”.

Il processo di Victim Blaming è ben analizzato dallo psicologo canadese Albert Bandura (1977) che individua un forte limite cognitivo nell’impossibilità di percepire il carattere inumano di un atto nella sua gratuità. Un’azione inumana è, in altri termini, recepita come possibile solo se è razionalmente giustificabile tramite l’attribuzione di colpa e/o la disumanizzazione della vittima. Si crea così una sorta di giustificazione morale in cui si minimizza il danno causato dal colpevole, spostando la responsabilità sulla vittima.

Il processo di disimpegno morale risulta, quindi, essere triplice: il primo passo consiste nella creazione di etichette eufemistiche dai toni romantico-fiabeschi atte a giustificare l’abuser. Questa è la ragione per cui chi violenta durante una relazione, o dopo la fine della stessa, è dipinto come “il gigante buono troppo innamorato che, alle volte, perde le staffe fino a un punto di non ritorno”.

Nei casi, invece, di stupro di una sconosciuta, si fa leva goliardicamente sull’incontenibile appetito sessuale dell’uomo che abusa, come se fosse una macchina bestiale di istinti irrefrenabili.

È infatti troppo comodo pensare che sia l’istinto animale a muovere e non la consapevolezza del proprio potere in quanto maschio eterosessuale che può disporre delle sottoposte come crede: lo stupro non è nulla al di fuori di un atto di violenza volto a riconfermare la propria egemonia. In guerra, d’altronde, qual è la prima cosa che un popolo che invade il territorio dell’altro fa, oltre a saccheggiare? Stupra le sue femmine.

Il giornalismo italiano, però, sa che è più mentalmente economico lo status quo. Dunque sceglie, ogni giorno, di coprirsi gli occhi e tapparsi le orecchie dinnanzi alla divisione del mondo in oppressori e oppressǝ, optando per quel viscido movimento che si dà nel labile confine che intercorre tra il click baiting e una sudata testosteronica partita di calcetto.

Il secondo step individuato da Bandura risiede nella distorsione delle conseguenze: il trauma è demonizzato e coperto persino di un’eventuale nota di ridicolo. Il terzo passaggio consiste nel rivestire di colpa e vergogna la vittima, analizzando fattori del tutto irrilevanti quali il suo abbigliamento e il luogo in cui si trovava al momento della violenza.

Il Victim Blaming e il risparmio di energie cognitive

Risulta cioè essere più economico il processo volto a ragionare con il senno di poi, ponendosi nei panni della vittima prima dell’aggressione. Chi ascolta, senza che nessuno glielo abbia chiesto, assume la prospettiva divina del sapere già cosa accadrà: diventa così un piccolo architetto dell’evitamento delle brutte azioni altrui. Non si rende così conto né della totale gratuità e imponderabilità delle stesse né dello star utilizzando una strategia retorica volta a redarguire la vittima, strizzando l’occhio al carnefice.

 Scattano così da parte sua le frasi del tipo: “se fossi stata in te però, a quell’ora, mi sarei fatta accompagnare/ avrei evitato quella zona/ non avrei indossato quegli indumenti provocanti/avrei tenuto le chiavi di casa in mano per difendermi”. Mettendo un piede nella scarpa della sfera intenzionale della vittima e un altro in quella del colpevole, il giudice esterno dice alla prima cosa avrebbe dovuto fare, sapendo cosa il secondo farà.

Grazie alla magnetoencefalografia e agli elettrodi intracranici si è potuto osservare che le attività di comprensione degli eventi sono meno elettriche rispetto alla rapidità data da un’azione finalizzata al trovare una soluzione veloce. In altri termini, nell’analisi dei fatti il nostro cervello non è naturalmente portato alla comprensione di dinamiche più complesse, ma agisce seguendo la via del risparmio di energie cognitive.

Nelle parole di Bruno Vespa, pronunciate durante un’intervista a Lucia Panigalli, sotto scorta dopo i vari tentativi di uccisione da parte dell’ex, sono riassunti questi tre processi di “allontanamento del reale” messi in atto dal cervello umano per non ammettere la maggiore complessità di una data situazione. Vespa, con un fare sornione, ebbe l’agghiacciante coraggio di dire: “Se avesse voluto ucciderla l’avrebbe uccisa. Lei è fortunata. Lui è innocente. E comunque 18 mesi sono un bel flirtino. Ma era così follemente innamorato di lei da non volerla dividere se non con la morte? Finché morte non ci separi”.

Quest’abominio linguistico non è in sé il problema, ma ne è la cartina tornasole: le parole aberranti dette dal Vespa o dalla Palombelli di turno non sono casi isolati dinanzi ai quali indignarsi, ma costituiscono l’occasione per affacciarci dalla finestra a vedere la limpida chiarezza di un sistema patriarcale neoliberista che è il cancro di sé stesso.

La Remedial Responsability

A noi spetta assumere quella che il sociologo David Miller chiama remedial responsibility: abbiamo cioè il dovere di porre rimedio alle falle della struttura esistente. Possiamo emanciparci dallo stato di natura proprio degli automatismi cerebrali che scattano nell’analisi dei fatti tramite una presa di consapevolezza etica in riferimento a questi temi, senza girare l’orecchio dall’altra parte perché, in quanto maschi bianchi etero, tutto ciò non ci tocca.

L’atteggiamento lassista di ignava mancata presa di posizione è, infatti, moralmente deprecabile. La responsabilità è in questo caso ascrivibile alla “like-mindedness”: l’appartenere a una comunità che condivide una pratica condannabile è, di per sé, sufficiente perché tuttǝ siano responsabili. In altri termini incarniamo tuttǝ il patriarcato neoliberista e la conseguente violenza di genere.

 

Editing: Chiara Cremascoli

Testi scolastici e linguaggio di genere: una lotta contro il sessismo della lingua italiana

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Che la lingua italiana fosse ricca di stereotipi sessisti lo aveva già appurato Alma Sabatini, linguista italiana che nel 1987 ha pubblicato le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Si tratta di una serie di linee guida il cui intento è quello di suggerire alternative per eliminare definitivamente le differenze di genere nel linguaggio e dare maggiore visibilità ad aspetti della lingua che fanno riferimento alle donne.
La lingua, però, non viene fatta soltanto da regole ben scritte come nei testi scolastici, ma sono i parlanti a renderla tale. Essa subisce delle modifiche perché sono i parlanti stessi a cambiare abitudini, atteggiamenti e pensieri in base a ciò che li circonda. Basti pensare ai neologismi consolidati in seguito alla nascita di strumenti tecnologici. Per cambiare queste abitudini linguistiche è necessario indagare le strutture linguistiche e semantiche che si trovano alla base della costruzione di un immaginario sociale e culturale.

Qual è il primo approccio che noi esseri umani abbiamo con la realtà raccontata da un’istituzione diversa dalla famiglia? 

Impariamo a scrivere e a leggere intorno all’età di sei anni alle scuole elementari, perfezionando in seguito quanto abbiamo appreso. Quale migliore strumento di apprendimento, quindi, può essere un testo scolastico che ci insegna a comunicare con il mondo?
L’obiettivo principale di ciascun testo è stato da sempre quello di influire nella costruzione di un immaginario collettivo e sociale che potesse rispecchiare, quanto il più possibile, la società del momento. Se pensiamo che nel periodo fascista la casa editrice Mondadori era l’unica a detenere i diritti di pubblicazione e distribuzione del testo unico (il cosiddetto sussidiario su cui alcunə di noi hanno studiato), l’idea è molto più chiara.

Ricordiamo inoltre che, dal punto di vista linguistico, il linguaggio viene appreso per imitazione. Fin dalla tenera età, infatti, l’atteggiamento dellə bambinə è quello di imitare il comportamento degli adulti dello stesso sesso.

Le case editrici oggi si impegnano a riscrivere i propri testi scolastici in ottica di genere.

Non è così facile come possa sembrare, poiché non si tratta esclusivamente di usare la schwa (ə) o altre forme di inclusione. Smascherare i fondamenti sessisti di cui i testi scolastici sono colmi significa indagare gli stereotipi di carattere psicologico-comportamentali e quelli in ambito socio-professionale e familiare. Ad esempio, l’idea che i maschi non piangono e che le donne, al contrario, sono fragili. O ancora la madre dedita alle faccende domestiche e il padre impegnato al sostentamento economico della famiglia. Un gender gap ancora evidente nella società.

Questi stereotipi danno origine ad una dicotomia tra i due sessi, mettendo in luce l’impossibilità di poter scambiare i ruoli all’interno della società o della famiglia. Quest’ultimo luogo in cui bambinə apprendono i ruoli sessuali patriarcali fin da piccoli. I libri di testo danno per scontato questa separazione fra sessi e non si propongono di modificarla, perché sembra essere più importante eliminare ciò che può essere identificato come “elemento in comune” tra maschi e femmine, ed esaltare invece ciò che rende i due sessi differenti l’uno dall’atro.

Non è un caso, quindi, che i testi di storia e geografia non mettono in risalto i successi femminili, ma piuttosto quelli maschili. Questo evento contribuisce a innescare nell’immaginario dellə più piccolə la convinzione che le donne non abbiano, se non poco, contribuito alla storia e all’evoluzione del genere umano. Tuttə lə bambinə hanno il diritto di imparare a costruire un mondo senza stereotipi di alcun genere, e di conseguenza è solo in questo modo che potranno mettere in pratica un corretto uso della lingua italiana.

Testi scolastici: le tempistiche non sono il nostro forte.

Nonostante il primo codice di autoregolamentazione (il Progetto POLITE) sia nato nel 1998 con l’obiettivo di migliorare gli strumenti scolastici in relazione alle tematiche dell’identità di genere, è solo di recente che si avverte un’aria di cambiamento.
Le case editrici Zanichelli e Rizzoli Education hanno realizzato due progetti col medesimo obiettivo: promuovere la parità di genere nei testi scolastici, restituendo la pluralità di una società che si sta sempre più evolvendo, e permettendo a ciascun individuo di costruire la propria identità libera da stereotipi di genere. Il loro decalogo non rappresenta, però, un progetto concluso, quanto una continua evoluzione e progressione verso testi e strumenti indirizzati a docenti e alunnə.

La scuola rappresenta bambini e bambine allo stesso modo, senza distinzione di genere.

Per questo motivo è opportuno che tale rappresentazione univoca parta dai testi utilizzati dalle classi per studiare. Le case editrici di scolastica hanno compiuto enormi passi avanti, soprattutto da quando le politiche di genere interessano le istituzioni scolastiche. Ad esempio, se nei testi scolastici di scienze si parlasse dell’astronauta Samantha Cristoforetti, le bambine avrebbero l’esempio di una donna che ha rotto le barriere degli stereotipi di genere.
Di conseguenza aumenterebbe la probabilità che le facoltà tecnico-scientifiche in università sarebbero frequentate da una percentuale di donne più alta rispetto a quella odierna. Supportare questo sviluppo linguistico significa incentivare la realizzazione di una maggiore consapevolezza da parte delle future generazioni che vogliono concretizzare i propri desideri.

 

Studio sulla marginalizzazione dei corpi grassi: Grassofobia e Fat Studies

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Grassofobia e Fat Studies: Neologismi

Lo studio sulla marginalizzazione dei corpi grassi (in italiano Grassofobia e “Fat Studies” in inglese) si concentra su un insieme di comportamenti dettati dal pregiudizio verso le persone grasse, in particolare l’odio e la marginalizzazione che i corpi meno perfetti subiscono. Questa disciplina sociale che studia ed analizza il modo in cui i corpi grassi vengono discriminati, risulta essere assai diffusa in altri paesi dove l’attivismo è molto più avanzato (UK, USA).

In Italia purtroppo il termine grassofobia (Fat Studies) non appare in nessun dizionario e il tema in sé viene ancora percepito come un problema minore. Non solo, online si trovano addirittura articoli nei quali al termine viene data la connotazione di “paura di ingrassare”(guyoverboard.com). Comprensibile, data l’etimologia della parola fobia. Tuttavia grassofobia e fat studies non si riferiscono solo a una paura, bensì a una forma di discriminazione.

Cosa diresti ad una persona grassa? La grassofobia (Fat Studies) e il modo di rivolgersi ai non magri

Uno dei principali  aspetti evidenziati dalla grassofobia (Fat Studies) è quello del linguaggio e i discorsi rivolti alle persone non in forma.  Molti di coloro che criticano gli individui corpulenti premettono di non avere alcun intento offensivo. Anzi ritengono di dover far notare come una dieta diversa da quella attuale o dell’attività fisica potrebbe migliorare  la vita. Perché, ovviamente  i magri lo sanno: i grassi sono solo dei pigri, golosi e poveri malati da curare. Danno per scontato che la condizione fisica non ottimale dei più rotondi sia causa di un semplice ed incontrollato appetito e di  una mancanza di volontà.

Risulta inutile  far notare che a monte vi possano essere molteplici motivi di diversa natura. In primis i diversi disturbi alimentari, ma anche quelli ormonali e le psicopatologie come il “Binge eating disorder” (“Disturbo da alimentazione compulsiva”).  Vi sono poi quelli che, non si limitano al ruolo di “buon samaritano”. Il loro modo di fare sfocia persino in derisione, e A volte addirittura in bullismo. Comportamenti che costituiscono gli ostacoli peggiori per chi realmente è affetto da una patologia.

Contribuiscono solo a peggiorare e fomentare la negatività. Eppure permeano la nostra società fin dall’infanzia. Lo impariamo fin da subito quando sentiamo termini come “grassoni” e  “chiattone” venire usati per prendere in giro persone in sovrappeso o obese. 

Prima di addentrarsi nella grassofobia (Fat Studies) bisogna domandarsi da dove derivi questa immagine della persona grassa. Come sia possibile, per esempio, che un bulimico non subisca la stessa gogna, ma anzi susciti pietà e comprensione?

Il mondo prima della grassofobia (Fat Studies). Quando la taglia XL era l’ideale di bellezza

Storicamente, la massa corporea ha sempre costituito la carta d’identità di chiunque. Fino a qualche secolo fa però la situazione era diversa. Grassofobia non esisteva né con l’accezione di Fat Studies, ma neanche con quella di paura. Fino al XVII secolo i chili in più  erano un simbolo di ricchezza e benessere. Una corporatura robusta indicava che, la persona era più facoltosa  della maggior parte della popolazione, perché aveva molto cibo a disposizione. Tanto è vero  che fino a metà del secolo scorso l’ideale di bellezza femminile era infatti quello di una donna formosa. Con le curve a simboleggiare la probabilità che avrebbe partorito figli sani e forti

Il cambiamento si ha con l‘industrializzazione, quando  alzandosi il tenore di vita di tutti, chiunque poteva permettersi beni di prima necessità. Il pensiero comune si adattò alla visione di un mondo nuovo, nel quale  quello che, fino a pochi anni prima era stato un lusso per pochi, era ora accessibile anche ai poveri. I quali ovviamente, non sapendo gestire questa improvvisa libertà, si abbandonavano all’eccesso. In meno di un secolo l’opinione pubblica verso i corpi grassi era cambiata. Fino al punto che l’industria della moda stessa capì che avrebbe ottenuto maggiori profitti investendo su un’immagine ideale di uomo e donna normopeso.

Con il tempo, a causa della continua estremizzazione del corpo, quel normopeso è diventato sottopeso. Un canone di bellezza irraggiungibile, tale che le poche modelle arrivate fin lì sono costrette a diete ed allenamenti disumani pur di mantenere percentuali di grasso ridicole nel corpo. Se non ci credi, prova a cercare su Google la giornata tipo di una modella Victoria’s Secret.

Grassofobia (Fat Studies) e atteggiamento verso i non grassi. Cosa diresti ad una persona magra?

Tutto ciò ha causato una sorta di privilegio dei magri. Non che i normopeso abbiano alcuna colpa, anzi. È solo che viviamo in una società dove le persone magre sono migliori o preferibili e traggono inconsciamente vantaggio da questi valori. Infatti, chi ha un corpo magro può comunque essere insoddisfatto, magari perché vorrebbe più forme o più muscoli; tuttavia, non verrà mai discriminato dalla società.

La Grassofobia e i Fat Studies” evidenziano come spesso i chili in eccesso possano portare anche ad una discriminazione in ambito professionale. Perché, per esempio magari una panza di un metro a prima vista non rispecchia l’immagine del marchio. Può avere ripercussioni  anche in campo medico, ogni qual volta viene effettuata una diagnosi superficiale basata solo sull’aspetto fisico. Fenomeni che, ovviamente non esulano dalla vita di tutti i giorni. In particolare ricevere insinuazioni sulla propria salute da perfetti sconosciuti, del tipo “Lo sai che mio cugino ha perso 40kg in 8 settimane con la dieta del segno zodiacale?”

Vi sono poi i media, per i quali pare non esistere altro oltre all’aspetto fisico che, persone famose e non, possono offrire. Dai quali questa esaltazione eccessiva dell’aspetto fisico è  naturalmente passata  ai social. Il luogo- non luogo dove tutti oggi dicono e scrivono la prima cosa che gli passa per la mente. La grassofobia (Fat Studies) devono in questo caso concentrarsi sui commenti sotto foto e post di persone che provano ad affrontare il tema dell’amare se stessi, il cosiddetto body positivity. A tal proposito, ecco una riflessione tratta dal blog “Abbatto i muri” di Eretica (articolo completo).

Scrive Giulia:

Quindi, secondo te (*commentatore*), sono “Orgogliose chiattone”, perché i chili in più automaticamente ti rendono un essere privo di dignità che non ha il diritto di replicare agli insulti e di affermare che sì, il suo corpo è fuori norma e sì, è ugualmente bello. Esseri malati ai quali non è data nemmeno la possibilità di avere una vita sessuale perché non possono “stare sopra”.

Un peso per la società, perché si “mangiano” denaro pubblico che potrebbe benissimo venire impiegato per curare persone che se lo meritano di più (…) Ho pensato alla mia cara amica che ha sofferto di disturbi alimentari ed ora è visibilmente sovrappeso, al modo in cui la gente la guarda quando si siede in autobus e occupa più spazio di quello che il pensare comune definisce “consono”.

Al percorso psicologico che da anni sta percorrendo per ritrovare la serenità e alle difficoltà che la preoccupano molto più dei chili in eccesso. Ho pensato a quella coinquilina meravigliosa e con un cuore grande che si era convinta di non essere abbastanza magra ed era arrivata a pesare quaranta chili. Ho pensato anche a quella che va in palestra tutti i giorni e che ha un corpo decisamente in forma e non si concede quasi nemmeno più un pezzo di cioccolata perché si vede sovrappeso e non si piace quando si guarda allo specchio.

E un poco ho pensato anche a me, a tutte le paranoie che da ex brutto anatroccolo mi sono fatta sul mio corpo: la pancetta, le gambe storte, le cosce robuste. Pensavo al fatto che sono normopeso, quasi magra (53.5 chili per 1.63m) e tuttavia non sono stata esente da commentini malevoli sul fatto che non ho il ventre piatto, o che forse “con un paio di chili in meno starei meglio”.

Grassofobia (Fat Studies) e attitudini. Devi per forza dire qualcosa?

Nella grassofobia (Fat Studies) una testimonianza come quella di Giulia è importante. Costituisce  una chiara prova di quello che succede quando chiunque prova a scrivere contro la marginalizzazione  dei corpi non perfetti. I quali, mi dispiace dirvelo, sono la stragrande maggioranza, inclusi il mio e probabilmente il tuo, caro lettore. Non solo, per alcune persone il raggiungimento di un corpo magro, inteso come quello che si vede sulle copertine dei giornali, è sempre più frequentemente un ideale al quale aspirare, ma è una meta che non verrà quasi mai raggiunta.

In effetti, la taglia 38 o 40 non è la taglia che rappresenta i corpi della maggior parte delle persone “comuni”, e per molti non lo è neppure la  44. Se vogliamo veramente fare quel passo in avanti come società, dobbiamo iniziare a trasmettere un’immagine coerente delle persone, di come siamo fatti fisicamente, non di cosa vorremmo idealmente. Citando di nuovo Giulia, “Je suis Charlie, certo, ma sei Charlie tu e quindi lo posso essere anche io.

Dobbiamo stare attenti al peso (visto che siamo in tema) che hanno le nostre parole'”. Esatto, laddove ci sembra di far del bene, spesso, faremmo meglio a riflettere se non sia meglio tacere. Perché in fin dei conti, senza conoscere veramente qualcuno, tutto ciò che diciamo è una supposizione. Per noi potrebbe essere semplicemente una battuta, per chi soffre del disturbo da alimentazione compulsiva costituisce invece motivo di sofferenza.

L’abbiamo capito, a stento e dopo un ddl durato appena un anno (a tal proposito vi segnalo l’articolo che EnbyPost ha scritto su DDL Zan), con la discriminazione razziale ed omotransfobica. E’ giunta l’ora di capirlo anche con la grassofobia (Fat Studies). E infine, non c’è momento migliore per interiorizzare che è compito di ognuno evitare qualunque tipo di discriminazione.  Perché un domani potrebbe capitare a noi.

 

Editing: Elena Stanley

Molestie a domicilio: quando rispondere al telefono ti rende una vittima

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Non è mai facile realizzare di essere vittima di molestie, specialmente se la voce dall’altra parte del telefono conosce bene te e la tua cartella clinica. Può sembrare strano, ma purtroppo non lo è.

L’intera vicenda viene denunciata da Noemi De Vitis, giovane studentessa salentina che qualche giorno fa ha vissuto sulla sua pelle una situazione a dir poco disgustosa.

“Sono stata chiamata da un numero privato. [..] Si è presentato come il dott. Francesco Lirante o Licante.”

Questo medico, sbucato dal nulla, si presenta come un ginecologo dell’Ospedale di Tricase (Lecce). Conosce la data e il luogo di nascita di Noemi. Riferisce alla giovane informazioni sensibili riguardo ad un’infezione genitale di cui non era stata avvertita. Noemi decide di fidarsi, nonostante i sospetti.

“Ho pensato che fosse tutto ok, specialmente perchè sapeva il fatto suo in questo campo e spiegava in modo molto sicuro i perchè e i come”

La conversazione tra i due va avanti e la ragazza fornisce sempre più dati reali riguardanti le sue condizioni di salute. Tra qualche domanda “classica”, che qualsiasi medico farebbe, ed eccessivi quesiti di troppo sulla sua vita sessuale nascono i primi sospetti.

“[…] Ai miei continui dubbi sul perché dover dare certe info mi ha risposto che era per capire meglio da cosa fosse causata questa infiammazione. Le sue parole hanno confermato la maggior parte dei miei sintomi.”

Il colmo arriva quando il “dottore” richiede una consulenza su zoom, invitando la paziente a “far vedere le grazie”, per aiutarlo nel formulare la diagnosi.

Francesco Lirante: queste sono, a tutti gli effetti, molestie.

Una volta rifiutatasi di proseguire ed aver contattato l’ospedale di riferimento, Noemi scopre con orrore che nessuno sa nulla di questo fantomatico medico. Prova a ricontattarlo nel tentativo di smascherarlo, ma non riceve risposta.
Arriva così la decisione di raccontare la sua esperienza sul web, nella speranza di avvertire e sensibilizzare chi potrebbe essere più fragile e permettere a questo soggetto di molestarlǝ ed estorcere loro informazioni o immagini private.

Le stories di Noemi rimbalzano sugli schermi di tutta Italia e raccolgono altre agghiaccianti testimonianze.

In un solo giorno il bilancio dellǝ testimonǝ si alza a ben 25 ragazzǝ nella sola regione Puglia.

Tempo un paio di giorni e diventano più di 250 in tutta Italia, oltre a maggiorenni include delle minorenni.

Leggiamo le parole di chi si è vistǝ telefonare al lavoro, chi è statǝ contattatǝ nel cuore della notte, chi si è sentitǝ riassumere per filo e per segno la sua situazione clinica e di chi, mentre cercava di denunciare, si è sentitǝ dire che “finché non riceve minacce di morte denunciare è una perdita di tempo”.

Il comun denominatore è uno solo: questa persona conosce fin troppo bene la vita di questǝ poverǝ ragazzǝ e purtroppo c’è chi si è fidato.

Le voci corrono: il caso è ora nazionale.

Dopo i numerosi esposti la Polizia Postale e la Procura della Repubblica di Lecce iniziano a muoversi e sono finalmente sulle tracce del famoso molestatore. Secondo le indagini l’uomo sta agendo da agosto inoltrato ed ha adescato tra tuttǝ le vittime anche numerosǝ minorenni. Si presuppone che abbia hackerato i database di numerosi ospedali e laboratori di analisi, al fine di reperire varie cartelle cliniche.

Se anche tu ti ritrovi in una situazione simile e ricevi molestie di qualsiasi genere, fisiche o verbali, rivolgiti alle Forze dell’Ordine o al 1522, numero per contattare il Centro Antiviolenza più vicino a te.

Ricorda: non sei solǝ!

 

Coppia omogenitoriale? “unə dei due rinunci ai figli!”

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Le separazioni omogenitoriali

Siamo partiti dalle unioni civili e ci siamo sentiti immediatamente un Paese migliore, senza considerare che era solo una piccola pietra nel mare.

“Per l’unione civile non è prevista la fase di separazione, come in caso di divorzio nel matrimonio, bensì lo scioglimento.”

spiega l’avvocato Miri che tutela le persone lgbt ed è presidente anche di Rete Lenford.

Ecco, intervenire sulle separazioni delle famiglie omogenitoriali sarebbe un vero passo verso la civiltà.
In Italia,legalmente, i bambini hanno un solo genitore perchè le coppie dello stesso sesso non possono riconoscere i figli dalla nascita.

Non sono dati ufficiali, ma secondo una breve raccolta circa il 15% delle unioni civili si scioglie, dunque i figli nati dall’unione della coppia stessa, non sono della coppia, ma solo del genitore biologico.
Dal 2014  la giurisprudenza ha introdotto la stepchild adoption per le famiglie omogenitoriali, ma è altamente discriminante sia per i bambini che per le coppie omosessuali.

Per omogenitorialità si intende la relazione tra i componenti di una coppia omosessuale e i figli che crescono in quella coppia. Sia che i figli siano nati da una precedente relazione eterosessuale, sia che siano nati da un progetto della coppia stessa (facendo ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita).

Coppia omogenitoriale: il caso di Specie

Alessia Crocini e Chiara Pizzolo sono state insieme sette anni e hanno avuto un figlio, Levon. Quando la loro storia d’amore è finita, e si sono separate, hanno dovuto affrontare non pochi problemi burocratici.

Ogni volta che Alessia deve muoversi con Levon, ad esempio quando va all’estero, ha bisogno del consenso scritto di Chiara. Anche il percorso intrapreso della stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner), senza l’accordo di Chiara si risolverebbe in un nulla di fatto.
Alessia, non essendo il genitore biologico, come mamma non esiste.

(Per sentire  la storia raccontata dalle protagoniste, cliccate qui.)

Coppia omogenitoriale: la soluzione

La soluzione esiste ed è semplicemente applicabile:
riconoscere alla nascita entrambi i genitori, estendere il riconoscimento ai minori già nati, anche in caso di genitori oggi separati.
Le lacune immense del nostro sistema giuridico ledono i diritti degli esseri umani.
E’ forse arrivato il momento che qualcuno metta fine a questo scempio.

 

«Di tutti i colori. Un bambino di nome Carlo Giuliani» di Gianluca Staderini

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L’immagine di un ragazzo senza vita, sdraiato per terra, freddato con un colpo di pistola allo zigomo è questo ciò che ricordiamo del G8 di Genova, insieme al sangue che bagnava il pavimento della scuola primaria Diaz. Stiamo parlando di Carlo Giuliani, un ragazzo di ventitré brutalmente assassinato dallo stato italiano.

gianluca staderini di tutti i colori
gianluca staderini di tutti i colori

Il 21 luglio 2001 e Carlo Giuliani

È il 2001 e a Genova le proteste infiammano la città. Presso Palazzo Ducale i potenti della terra si ritrovano per parlare di futuro, mentre fuori, nelle vie del capoluogo ligure, migliaia di persone sfilano lungo Corso Europa e dintorni per chiedere un mondo migliore e pace, sono i no-global, i “fricchettoni, i comunisti e le zecche”. (Termini usati dalle forze dell’ordine per indicare i manifestanti. Fonte: https://www.internazionale.it/notizie/2021/06/10/limoni-podcast-g8-genova)

È il 20 luglio quando la tensione inizia a salire e le forze dell’ordine perdono totalmente il controllo della situazione. A Piazza Alimonda, zona Foce, sono molti i manifestanti, tra loro c’è Carlo, un ragazzo politicamente impegnato, che ha svolto il servizio civile presso Amnesty International a Genova e la città la conosce bene, lui che di origini è romano. Carlo è tra di loro e nella foga alza l’estintore che ha trovato a terra, il carabiniere Mario Placanica che si trova sul defender spara un colpo che colpisce Carlo allo zigomo. Nella ricostruzione dei fatti i tre agenti presenti diranno di essersi allontanati dalla confusione e che non si accorsero di essere passati due volte sul corpo di Carlo a terra.

L’immagine di Giuliani con il passamontagna e l’estintore alzato in aria è il simbolo di una generazione, e di quelle successive, quelle che a lungo hanno continuato e continuano a manifestare per un mondo migliore. Ed è proprio parlando di futuro che in molti si sono interrogati sulla vicenda cercando di sottolineare sempre vittime e colpevoli.

Carlo Giuliani: cosa ricordiamo vent’anni dopo

Ci si chiede, vent’anni dopo quegli scontri se sia ancora possibile parlare di Carlo Giuliani in maniera differente, senza scadere nella retorica subdola tra colpevoli e vittime.  Ci è riuscito Gianluca Staderini che ha pubblicato a giugno 2021, con la casa editrice Red Star Kids un volume dedicato proprio a Carlo intitolato «Di tutti i colori. Un bambino di nome Carlo Giuliani». Staderini, grafico di professione, realizza un’opera magistrale che insegna ai più piccoli il valore della libertà. È tuttavia un volume capace di insegnare anche ai più grandi che l’impegno civile nasce fin dall’infanzia. Le sue sono pagine cariche di significato che riempiono lo spazio bianco; parallelismo con la divisione della città di Genova in quelle giornate afose di luglio 2001, grazie all’invasione del colore.

È proprio la netta contrapposizione di un bambino che cresce fuori dagli schemi, che scappa dall’asilo nido, che canta, ad invadere lo spazio della pagina vuota.

Perché è importante leggere questo testo

L’importanza di questo testo non risiede solo nel profondo ruolo educativo che esso riveste, ma anche nella collaborazione che l’autore ha condotto con la sorella di Carlo, Elena. Insieme hanno presentato l’opera alla XXXIII edizione del Salone del Libro di Torino mostrando all’Italia intera che la memoria va preservata fin dalla giovane età e non solo quando giunge la morte di un individuo. Dovremmo infatti imparare che prima di essere stati adulti e giovani siamo stati anche bambini, che abbiamo imparato a camminare e perfino a pensare e questo libro ci ricorda davvero le origini della nostra coscienza critica.

In questo testo Carlo, detto “picinin”, si trasforma in un pesciolino che ama tuffarsi nel mare, in Ulisse che viaggia verso terre sconfinate che vuole conoscere il mondo, in un ragazzo innamorato di Emanuela e amante degli animali.

Cosa ci lascia Gianluca Staderini con “Di tutti i colori”

Negli anni è stato difficile parlare di Carlo Giuliani con cognizione di causa e con passione, è stato difficile accettare per la famiglia, che un giovane di appena ventitré anni venisse brutalmente ucciso da chi dovrebbe tutelare l’ordine pubblico. Il settimanale «L’espresso» l’11 luglio 2021 ha pubblicato un lungo articolo in cui si evidenziavano le lacune giudiziarie protratte negli anni delle vicende del G8. Di Carlo si è discusso molto, ma solo in termini di colpevolezza, mai di assoluzione, eppure oggi, a vent’anni da quel giorno, Carlo è diventato il simbolo come raccontano gli Assalti Frontali in una delle loro canzoni:

Fino all’ultimo è rimasto davanti fino ad alzarsi con un estintore in primo piano ci ha insegnato a vedere cos’è un essere umano. (Assalti Frontali, Rotta indipendente)

Dunque è necessario credere e lottare sempre per quel principio di colore che deve restare nei nostri cuori. Anche i più giovani possono cambiare il mondo, e non solo i potenti della terra, Carlo ce l’ha insegnato e Gianluca Staderini ci ricorda che dobbiamo parlare ai più piccoli di attualità, che possiamo raccontare e che dobbiamo farlo con tutti gli strumenti possibili che possediamo, affinché la nostra memoria non appassisca diventando un mero spazio bianco.