jonathan bazzi
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A febbraio ho cominciato a respirare di nuovo, tra la vernice scrostata dei palazzi di Rozzano e i laghetti di Milano 3. Bazzi è stato la mia terapia letteraria, l’unica adatta per me in questo momento. Mi sono immersa in Febbre, pubblicato nel 2019, solo ora.  Iniziare subito dopo Corpi minori – appena uscito – è stata una necessità vitale.

In Febbre si alternano il diario del sé bambino, poi adolescente e il flusso di coscienza del sé trentenne, preda di una febbre e di un male senza nome. Poi arriva la diagnosi, pronta a inchiodarlo al responso interno del corpo: sieropositivo.

Morto, straccio, “pesce dalle budella rivoltate”, ma almeno con in mano una causa. Il referto è il volto che hanno le giornate sul divano senza la forza neanche di andare in bagno, le sudate continue, i brividi di freddo e il sonno ininterrotto. Decade il dannarsi di una vita per evitare una forma, quel sottrarsi alla brutalità dell’incarnazione (cantante, pittore, filosofo, giornalista) per essere tutto. Avere l’HIV. Essere sieropositivo. Di colpo far parte di una grande comunità invisibile, che cammina ai bordi.

Rozzano l’ha abituato all’abitare i margini, rendendoli vivibili. Tra sparatorie, spacci, grettezza e ideologia mafiosa non è possibile fiorire. Si può solo sopravvivere o morire. Trattenere il fiato all’esterno per respirare solo all’interno – nella piccola nicchia fatta di chat, tv, letture, astrologia e tarocchi – è la strategia che Jonathan adolescente adotta. Il non respirare rende anche impossibile emettere suoni vocali: la balbuzie lo inghiotte. Diventa impossibile leggere ad alta voce a scuola, parlare alle interrogazioni, entrare nei negozi, rispondere al telefono. I confini del mondo iniziano e finiscono in una stanza.

Il terrore che Rozzano sia un destino è un punto fermo. Ci sono colonne d’Ercole a delimitarla. L’HIV è il marchio di fabbrica, uno dei modi in cui Rozzano cerca di recuperare chi è fuggito. Non potersi più alzare dal divano e non avere le forze di uscire di casa è tornare indietro nel tempo.

Bazzi abbraccia un percorso che si ripete in modo speculare nella sua vita e va dal camminare ai bordi al rifiutarsi di farlo, prendendo progressivamente spazio. Scegliere la via della verità come non nascondimento, secondo l’etimologia greca, è la salvezza. “Davanti al pregiudizio alzare la posta: meglio tacere? Lo sapranno anche i muri.” Il patto non scritto della vergogna si rompe mostrando l’intercapedine a cui costringe i deviati, i diversi, gli anormali. Farsi carico dello “spazio di esclusione” e portarlo nel regime di visibilità è l’unica via.

Nel dicembre del 2016 Jonathan Bazzi decide di esporre pubblicamente il suo eterno parassita, dopo aver cominciato ad addomesticarlo con la quotidiana pillola rosa pallido. Scrive un articolo per portare alla ribalta questa sua caratteristica, una tra tante, permanente e irrilevante per la definizione dell’io, come può essere avere gli occhi marroni. Destigmatizzare tanti volti silenti affetti dal virus e far sì che il loro contatto generi un’anima comune. Come la psicoterapia secondo J. Hillman, la divulgazione attivista “fa anima”, rende possibile un’unione mistica, un’alleanza dei corpi coinvolti. I non toccati, gli esenti, possono invece indignarsi o cominciare a comprendere.

“Il virus riguarda più voi, che me”: è il contenitore in cui confluiscono anni di terrore, stigma, sessuofobia, omofobia, ricerche scientifiche, morti, ma non dice nulla di lui. Oggi avere l’HIV significa solo assumere una pillola al dì e fare controlli medici periodici, come milioni di persone nel mondo per infiniti possibili motivi.

Corpi Minori tratteggia il percorso che permette di uscire dall’ottica della cura, dallo stato di mera necessità, per approdare alla propria realtà desiderante. L’esigenza di fuggire dalla tossicità asfittica di un ambiente familiare in un paese degradato è il doppio della scoperta della malattia, entrambi punti di partenza per la riacquisizione del desiderio.

Tutti i corpi sono minori dinanzi alla tensione desiderante: corrono e gravitano attorno a enti corporei dalle proporzioni infinite e perfette, designandoli come stelle e pianeti da raggiungere, ragioni alla base dell’intero ordine esistente.

La poetica dei corpi minori abita la famiglia di Jonathan Bazzi: il fisico trova vie che il linguaggio non è capace neanche di cercare. Nella madre la depressione e l’epilessia, nella sorellastra il vomito e le macchie chiare sparse sulla pelle, nel padre la leucemia, in lui la balbuzie, le crisi depressive e l’HIV: tutte forme primordiali di volontà non ancora accortasi di sé stessa.

Il sesso occasionale è da lui vissuto allo stesso modo, come deprivazione della propria sfera desiderante. Esclusa la parte istintuale, tutto nell’io è dissolto: la cancellazione della libertà lo riduce a mero vettore, espropriato da sé. Essere sottomesso alla tirannia di quel “riflusso invischiante che cancella tutti i desideri tranne uno” lo conduce ogni volta all’autopunizione che ha il volto di una manicheistica disunione. I ragazzi giovani, bellissimi ed eterei di cui si innamora sono angeli non contaminabili con rapporti carnali. Uomini attempati, brutti e possenti sono invece gli unici predisposti al teatrino del sesso come violento atto predatorio.

La rinascita può essere tratteggiata solo nell’autentico desiderio amoroso: scoprire il fegato come Prometeo e lasciarlo divorare agli avvoltoi, esporsi alla furia omicida dell’altro, simulacro di Dio. Si diventa dediti al culto degli spettri che si frappongono al reale: ogni atto, parola, espressione e intonazione di voce può innalzare al divino o far precipitare negli inferi. Impercettibili differenze possono sanare e beatificare o uccidere e dannare per sempre.

Tenere stretto a sé l’altro, sottoporsi a un “addomesticamento” reciproco, come la volpe e il Piccolo Principe, costi quel che costi, è un prepotente atto di sopravvivenza, in cui l’amante rischia di diventare uno dei fattori di costo. In nome dell’ossessione, si è disposti a sradicarlo, rendendolo privo di un passato e di un futuro, e a farne un soprammobile borghese, una sorta di “bonsai su un tavolino di cristallo”.

Jonathan Bazzi dispiega la fenomenologia di un desiderio che si vivifica nutrendosi di sé stesso, si dilania fino a esaurirsi, non riconoscendosi più.

Una voce dalle infinite forme, ma sempre uguale, martellante, ripete che tutto è finito, spacciato, irrecuperabile. “Perlustrare i confini proibiti” diviene la strategia da opporle: sfidare i fulmini tenendoli tra le mani, mantenere la mente salda dinanzi alle perturbazioni di un unico asfissiante pensiero intrusivo. Rendere impotente l’ossessione della fine a suon di risate è l’unico modo per soffiarla ai bordi, arginandola, perché non c’è spettro maligno che sappia “mantenere consistenza davanti al ritmo improvviso che altera la mimica e la respirazione”.

L’unione del sé è presentata come non indispensabile alla vita a fronte del racconto: si può andare avanti anche a pezzi, purché si abbiano le parole giuste per portare alla ribalta i propri fallimenti, appropriandosi una volta per tutte di sé stessi. Narrare è l’arte di ritrarre un corpo che si inceppa, un movimento che si arena, salvando la vita dal suo nevrotico arrovellarsi.

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