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La transfobia tiene ə civilə ucrainə in ostaggio in tempo di guerra

transfobia ucraina

L’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio scorso ha portato almeno un milione di civilə a fuggire dal paese per cercare asilo negli stati europei confinanti. Per alcune persone, tuttavia, la fuga dall’Ucraina risulta più difficile che per altre: il razzismo e la transfobia, infatti, tengono numerosə civilə in ostaggio nel paese invaso.

La transfobia in tempo di guerra

Negli ultimi giorni la comunità internazionale ha posto molta attenzione sul trattamento disumano subito dalle persone nere in fuga dall’Ucraina, respinte al confine con la Polonia a causa del colore della loro pelle. Poco si è parlato, invece, delle difficoltà riscontrate della comunità transgender ucraina nel lasciare il paese invaso a causa della mancanza di documenti che riflettano la loro identità di genere.

Zi Faámelu – donna transgender nata in Crimea e residente a Kyiv – spiega che il suo passaporto riporta ancora il sesso maschile assegnatole alla nascita, e che l’Ucraina al momento impedisce a tutti gli uomini in età da combattimento di lasciare il paese.

“È impossibile che le persone al confine ucraino mi lascino passare” – dice Faámelu – “È impossibile”.

La transfobia in tempo di pace

L’attacco russo ha notevolmente peggiorato la condizione della comunità transgender in Ucraina, ma anche in tempo di pace la situazione non è rosea.

Il processo per ottenere un documento in linea con la propria identità di genere in Ucraina è infatti lungo e complicato. Human Rights Watch riporta che fino a pochi anni fa coloro che volevano intraprendere questo percorso venivano sottopostə a un’ampia osservazione psichiatrica e a un intervento chirurgico di riassegnazione di genere.

Dal 2017 in avanti il processo è stato accorciato, ma la legge richiede ancora alle persone transgender ucraine di sottoporsi a diversi esami psichiatrici per ottenere i propri documenti.

“Non voglio affrontare questo procedimento. È umiliante ” – riporta Faámelu – “Ho deciso di tenere il mio passaporto, di mantenere il sesso maschile sul passaporto, e ora non posso lasciare questo paese”.

La paura del quotidiano

Faámelu racconta anche la paura che prova all’idea di uscire di casa. Oltre al timore dovuto alla pioggia di bombe e missili, ritiene di poter essere un bersaglio sia per l’esercito che per ə civilə armatə.

“Molte persone hanno armi e pistole… Può essere una scusa per esercitare violenza”.

Il caso di Faámelu non è l’unico.

Anche Nick – diciottenne non-binary con passaporto maschile – è chiamatə a difendere il suo paese, e si trova costrettə a nascondersi dalle autorità. Judis – donna transgender residente a circa 70 km da Kyiv – riporta invece che l’attacco alla città le impedisce l’accesso ai medicinali necessari per la sua transizione.

“Ho davvero paura. E non so per quanto tempo posso rimanere dove sono ora. Non ho nessun posto dove andare”.

 

Childfree: una scelta che ad oggi è ancora uno stigma

Childfree Lunadigas

Essere childfree è una scelta che ad oggi rappresenta ancora uno stigma. Posso affermare sulla mia stessa pelle che scegliere di non diventare madre mi ha sempre fatto sentire giudicata o non compresa. Quando mi chiedono se ho figli e rispondo no, dall’altra parte vedo imbarazzo e compassione. Quando spiego che la mia è stata una scelta e non un problema biologico, sento il giudizio della persona che ho di fronte pesare come un macigno. La mia scelta di non diventare genitore è stata consapevole. La maternità non è una tappa obbligata e soprattutto non è uno status. Mettere al mondo una vita, prendersi cura di una creatura e farla diventare una persona adulta è una responsabilità immensa. Io non me la sono sentita e per fortuna non mi sono mai pentita della mia scelta.

Childfree: oggi, essere una donna senza figli è ancora uno stigma?

Purtroppo, a questa domanda dobbiamo rispondere in modo affermativo. La scelta di non diventare genitore espone soprattutto le donne a giudizi, discriminazione e paternalismi. Chi fa questa scelta di vita deve subire costantemente battutine di familiari e conoscenti fino a vere e proprie discriminazioni sul piano lavorativo. La verità è che questo tipo di scelta non è ancora stata accettata a livello culturale dalla nostra società.

Il progetto Lunàdigas

Lunàdigas ha creato un progetto proprio per dare voce alle donne che hanno scelto consapevolmente di non avere figli creando per loro uno spazio protetto dove parlare e confrontarsi. Il progetto da voce non solo alle donne ma anche a persone non binarie che non possono o non vogliono avere figli. Quello che emerge dal progetto Lunàdigas è una realtà amara dove soprattutto le donne sono un bersaglio per la loro scelta di non diventare madri. La cosa più triste è che spesso le critiche anche se a volte velate e sottili, arrivano da altre donne.  Quello che emerge è che nel nostro paese è ancora in uso l’etichettare le donne secondo determinati stereotipi sessisti. Se non lavoriamo su questi stereotipi sarà molto difficile vivere in una società in cui si possa accettare senza giudicare una scelta di vita così intima e personale.

 

Asessualità: parliamone

Asessualità

Tutte le persone appartenenti ad una minoranza sanno quanto sia importante diffondere la conoscenza e la consapevolezza del proprio vissuto. Questo articolo nasce proprio con questo scopo: parliamo dell’asessualità con Fabrizio Bertini, persona asessuale ed attivista LGBTQIA+.

Cos’è l’asessualità?

L’asessualità è un orientamento sessuale definito dall’assenza di attrazione sessuale, cioè il desiderio istintivo di condividere un’attività sessuale di qualsivoglia genere.
L’asessualità è uno spettro in cui ogni persona ha il diritto di identificarsi dove e come crede, non è un tutto o nulla.
Alcune persone, ad esempio, riferiscono di provare attrazione sessuale più raramente o ad intensità minore della media (qui si parla di graysessualità), mentre le persone demisessuali provano attrazione sessuale ma prima di essa è presente un legame emotivo.

L’aromanticismo invece cos’è? Una persona asessuale è anche aromantica?

L’aromanticismo è un orientamento romantico (e non sessuale).
Le persone aromantiche non provano attrazione romantica. Questo non significa che disprezzino le relazioni umane in generale, semplicemente la loro mancanza di attrazione romantica può manifestarsi nel non desiderare una relazione.
Il movimento aro-ace (asessuale e aromantico) ha sfidato il tradizionale paradigma dell’inscindibilità dell’attrazione sessuale dall’attrazione romantica. Non per forza, infatti, gli orientamenti sessuali e quelli romantici procedono di pari passo.
Sembra inoltre che nel gruppo aro-ace ci sia una particolare indipendenza fra i due (solo il 20% delle persone asessuali si definisce anche aromantica).

Sex Positive, Neutral e Negative: di cosa si tratta?

Questi termini stanno ad indicare come le persone si pongono rispetto al sesso. Una persona asessuale infatti può possedere una libido, cioè il generico desiderio di intraprendere attività sessuale di qualsiasi genere.
Le persone asessuali Sex Positive possono provare piacere nel coinvolgersi in attività sessuali. Ciò può accadere per le ragioni più varie, ad esempio per vedere com’è, per divertimento, per scaricare lo stress ecc. ;
Le persone Sex Neutral si pongono in una posizione di indifferenza nei riguardi del rapporto sessuale; le persone Sex Negative evitano il sesso e possono arrivare ad avere repulsione per l’atto.
Nonostante ciò tuttə lə asessuali sono accomunatə dall’assenza di attrazione sessuale istintiva.

Tengo molto a specificare che nessunə deve spiegazioni su come vive queste dinamiche strettamente personali a meno che non scelga di farlo ed in quel caso è bene che ci si astenga dai giudizi perché è tutto legittimo finché non prevarica la libertà altrui di autodeterminazione e avviene tra persone adulte consenzienti.

L’asessualità e il desiderio ipoattivo sono la stessa cosa?

Il desiderio ipoattivo è una condizione clinica patologica che causa malessere alla persona interessata. La persona si sente a disagio nel non vivere il desiderio sessuale come vorrebbe.
Non può essere considerato in alcun modo sinonimo di asessualità in quanto quest’ultima è un orientamento sessuale, quindi non patologico. Il disagio provato da una persona asessuale nel vivere la sua identità è al massimo derivato da cause esterne, in primis dalla discriminazione sociale data da una cultura fortemente normativa e sessuocentrica.

Nel DDL ZAN articolo 1 comma c si legge: “per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi i sessi”.
Ciò esclude le persone asessuali. Qual è la tua opinione al riguardo?

È una grossa pecca il fatto che si escludessero lə asessuali.
Non sono tra lə più radicali che si sono dettə contentə che il decreto non sia passato, data l’esclusione della categoria. Penso sarebbe stato comunque un passo avanti per i diritti civili, una proposta sì incompleta ma eventualmente perfettibile una volta approvata.
Ma visto che è andata così spero si colga l’occasione per portare avanti qualcosa dal respiro universale la prossima volta.

A proposito di internet: quali sono i commenti che più spesso ricevi on line?

Ci sono persone che mi accusano di autoattribuzione ingiustificata dell’identità asessuale, nonché di aver scelto di astenermi dal sesso, come se l’orientamento sessuale fosse una scelta.
Ma è il comportamento sessuale ad essere una scelta, non l’orientamento. C’è chi ipotizza oscuri traumi reconditi e chi semplicemente ti taccia di “frigidità”.
Molti mi dicono che non ho trovato la persona giusta o che non sono in grado di eccitarmi, il che dimostra la totale ignoranza nella distinzione tra attrazione sessuale e libido.
C’è chi accusa gli asessuali di non essere in grado di innamorarsi o provare amore.
Succede che la gente si arroghi il diritto di dire che la tua è “solo” una relazione amicale, quasi a volerne minare l’importanza, come se amicizia e amore fossero cose nettamente distinte e il delta fosse dato solo dalla componente sessuale. Concezione della quale non discuto la validità per il vissuto di molte persone, ma che per me diventa molto rigida, omologante e conformistica.
Una problematica di quando si cerca di portare l’esperienza di un gruppo di individui (fosse anche quello statisticamente maggioritario) come verità assoluta, anziché riconoscere e di conseguenza valorizzare la variabilità individuale.
Tra i commenti più aberranti che ho letto rivolti alle persone asessuali c’è anche chi auspica (e in tristissimi casi concretizza) lo stupro riparatore.
Questa serie di commenti sono esemplificativi del concetto di afobia, l’avversione nei confronti dell’asessualità e delle persone che si identificano come asessuali.

Quali sono le discriminazioni che subisce la comunità asessuale?

La discriminazione maggiore che gli asessuali ricevono è il negazionismo.
Sono inoltre spesso accusate di “affamare” deliberatamente il partner, frustrandone egoisticamente i desideri. Assolutamente non vero, in ogni relazione bisogna definire i margini per potersi venire incontro sapendo che attrazione e comportamento sessuale sono cose differenti e che la comunicazione trasparente fa sempre la differenza.
Inoltre, è sempre giusto ribadire che il sesso anche in una relazione consolidata non è mai un diritto, bisogna sempre sincerarsi volta per volta che da parte dell’altra persona vi sia un consenso, che per altro è in qualsiasi momento revocabile.

L’asessualità è più diffusa tra persone di un genere specifico? È più difficile riconoscersi socialmente come asessuali se si è percepiti come uomini?

Per le persone genderqueer è possibile una sovrapposizione di unicità ma questo vale per tutte le persone della comunità LGBTQIA+ (se si varia lungo un asse può essere più probabile che si vari anche su altri, soprattutto se parliamo di dinamiche complesse come affettività e sessualità).
Si vocifera che ci siano più donne asessuali, però a questa stima sono molto forti le obiezioni che si basano sull’esistenza dei costrutti sociali di genere.

L’orientamento asessuale si pone in contrasto con la forte inclinazione alla sessualità selvaggia che si associa al genere maschile. Questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali gli uomini possono essere più restii a prendere consapevolezza di un eventuale orientamento asessuale, nonché a fare coming out.

È possibile fare un paragone tra la comunità transgender e la comunità asessuale. La comunità transgender subisce spesso una reazione dispregiativa da parte del grande pubblico, collegata anche al fatto che le persone trans vanno a scardinare il concetto di corrispondenza tra sesso assegnato e genere esperito. Allo stesso modo l’asessualità attenta alla normatività. Sei d’accordo?

Sì, molte delle reazioni destinate alla comunità asessuale sono di incredulità più che di genuina meraviglia, che seppur alla lunga irritante si potrebbe considerare come la risposta di primo acchito più umana di fronte a ciò che non si conosce.
Essendo la società in cui siamo immersi fortemente ipersessualizzata, non si concepisce l’idea che ci siano persone che sperimentano la realtà in modo diverso.
Tutto ciò che è differente può infatti suscitare “paura” e reazioni di intolleranza e rigetto da parte della maggioranza, che percepisce la differenza come minaccia alla validità dei propri schemi maggioritari.

Esistono etichette che definiresti superflue?

Le etichette non sarebbero necessarie se fosse validato qualunque vissuto purché non causi un danno allə prossimə, indipendentemente dalla sua frequenza statistica.
Purtroppo così non è e se una persona sente la necessità di porre le fondamenta per strutturare una propria identità le etichette possono essere il punto di partenza.
Non possono però essere un punto di arrivo, l’importante è che aprano orizzonti e non li limitino.
Solo alla persona spetta scegliere quale percorso seguire e di conseguenza come identificarsi.

In ultimo, come ti poni davanti agli stereotipi di genere e come si dovrebbe porre il mondo rispetto alle diversità?

Gli stereotipi di genere non scalfiscono minimamente l’integrità del mio essere, inteso nei termini del mio personale valore e dei miei personali valori.
Mi suscitano una “rabbia morale” perché li reputo una significativa ingiustizia della nostra società, perché subdola violazione dei diritti dell’individuo, nonché un’incredibile invalidazione di vissuti e di risorse.
Da un certo punto di vista, se il mio comportamento autodeterminato ha l’effetto di fare sberleffi di quello che la società si aspetterebbe da me, ben venga!

Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo bisogno di un paese che valorizzi le minoranze ancor più che un paese inclusivo, perché inclusione è a mio avviso un termine che esprime un approccio paternalisticamente asimmetrico che si concretizza in un’assimilazione nello schema maggioritario. Invece parlare di valorizzazione collima maggiormente con l’accoglienza dei vari spettri di diversità.
L’umanità, tuttavia, sembra non avere ancora imparato a generalizzare, traendo insegnamenti dai progressi compiuti in direzione antidiscriminatoria.
Non succede che con i passi avanti verso questa o quella minoranza si riesca a generalizzare sul fatto che la discriminazione alla fine non conviene a nessunə.
Ci si trova poi tuttə, indistintamente, a dover sostenere i costi della salute mentale e della discriminazione, dando un calcio alla possibilità di capitalizzare sulle risorse soggettive.

Per criteri assolutamente arbitrari e del tutto inutili si esclude una consistente fetta del potenziale apporto della variabilità umana. Anche volendo cinicamente tralasciare la dimensione etica, soffermandosi su quella prettamente utilitaristica, a che pro?
L’esclusione della diversità ostacola le persone nell’esprimersi e per questo limita il possibile apporto a favore della collettività di individui differenti.

 

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Pose: la serie tv che dà una casa alle persone transgender

pose

Pose è una serie televisiva statunitense dei registi Steven Canals, Ryan MurphyBrad Falchuk (se questi ultimi due nomi non vi sono nuovi, è perché li conoscete già: gli appassionati di horror e thriller li conosceranno per American Horror Story, mentre chi ama il musical li ricorderà per Glee).
La serie è ambientata a New York, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Qui, nei sobborghi di una città fatta di contrasti, in un periodo di espansione economica e possibilità, scendiamo i gradini che ci separano dalla magica e luccicante ball room.

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Nei primissimi minuti dell’episodio pilota vediamo le prove del Vogueing. Siamo immersi nel salotto di Casa Vandance, e conosciamo Candy, Lulu, Angel, Blanca e Madre Electra. Sono tutte donne transgender, che si aiutano a vicenda e condividono l’appartamento.
La sintonia in casa però sembra mancare: ci si scontra su quale sarà il tema da portare alla prossima ball.
Ma cos’è una Casa? Cos’è il Vogueing, ed una ball?

Pose: le case e la serie TV transgender

Appartenere alla comunità LGBT negli anni ’80 non è facile, ed esserne orgogliosi lo è anche meno. Per questo i giovani cacciati dalle loro case, ripudiati dalle loro famiglie, evitati e colpevolizzati dalla società e dallo stato per la diffusione di una malattia allora mortale (l’AIDS), non hanno più niente.
Non hanno un letto, non hanno cibo, non hanno un futuro. Ma alcune persone si ribellano: sono le Madri. Donne della comunità LGBT che accolgono giovani che hanno bisogno di aiuto, creando così una Casa, una vera e propria famiglia i cui componenti si appoggiano l’uno all’altro, dandosi quella sicurezza e quel sostegno che gli è stato negato dai loro genitori biologici.
Ma le Case, oltre ad essere un porto sicuro, sono anche dei palchi di prova per le ball.

Serie TV Pose: le ball e il Vogueing

Una ball è una grande competizione in cui si sfidano due o più case. Le sfide sono dirette da un commentatore e giudicate da un’apposita giuria. Esistono molte categorie per le quali partecipare, sfilando (ma anche ballando!) e dando il meglio di sé.
Alcune di queste categorie sono a tema, e si va a giudicare lo stile, l’abbigliamento, l’atteggiamento.
Per altre si può accedere in base a chi si è, come nelle categorie Butch Queen o Male Figure.
Altre ancora sono tematiche, come la categoria Business Man, che anche solo per una falcata in passerella dà la possibilità alle comunità svantaggiate ed escluse dalla vita borghese e privilegiata, di poterne vestire i panni.
E ovviamente, in alcune categorie si balla. È il caso del Vogueing, stile di danza nato negli anni ’60 ed ispirato alle pose dei modelli nelle copertine della rivista Vogue.
(Qui un avvertimento: una volta iniziata la serie, la canzone Vogue di Madonna rischia di diventare il vostro brano preferito, se non lo è già).

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Pose: le persone e i personaggi

Durante la serie incontriamo esponenti di tante minoranze.
Tra queste, bellissima è la rappresentazione della comunità lesbica e del movimento ACT UP, gruppo per la consapevolezza e il sostegno per le persone con HIV. Di grande impatto le ricostruzioni di alcune proteste e le rappresentazioni della sofferenza e della schiacciante ingiustizia riservata ai malati.
La comunità regina della serie però resta quella trans. Si stima che l’imponente ricerca di casting dedicato alla serie abbia incluso più di 50 personaggi transgender.

I premi, non solo delle ball

La serie viene premiata come miglior show LGBTQ dell’anno nei Dorian Awards del 2019, e l’attore Billy Porter vince per la miglior performance dell’anno in una serie tv.
L’attrice che interpreta Blanca, Michaela Antonia Jaé Rodriguez, è la prima persona transgender sia ad essere nominata come miglior attrice agli Emmy Awards, sia a vincere il Golden Globe del 2022 come Miglior attrice in una serie drammatica.

Questa serie è magica.
Se vi sentite solə.
Se essere voi stessə senza vergogna vi sembra difficile, alcuni giorni stremante.
Se non avete fatto coming out perché avete paura.
Guardatela, e non potrete far altro che partecipare anche voi ad una categoria,
e la categoria è: VIVI, SFOGGIA,POSA!

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Schwa: cosa significa la petizione contro il suo uso?

schwa

In questi giorni il web si è infiammato dopo la petizione lanciata da Massimo Arcangeli, Ordinario di linguistica italiana dell’Università di Cagliari. La preoccupazione del professore è nata dopo un documento pubblicato dal Ministero dell’Università in cui sono presenti le desinenze inclusive -ә ed -з (es. professorә ). Lui la chiama “grammatica intermittente” perché nel testo l’uso degli schwa non risponde a regole chiare.

Schwa LGBT: cosa significa

È vero che nel documento sono presenti casi di concordanza incoerente tra articoli, sostantivi e aggettivi (es. le candidatз). Tuttavia precisiamo che gli schwa non sono la soluzione definitiva, ma un modo per sperimentare una lingua più inclusiva. Sono tanti i miglioramenti che possono essere fatti ed è lecito avere dubbi. Peccato che, invece di proporre soluzioni alternative, Arcangeli abbia preferito porre fine alla questione lanciando una petizione contro lo schwa. A parer suo, l’uso della “e” capovolta sarebbe una pretesa avanzata da

“una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un’intera comunità di parlanti e scriventi”.

Inoltre, cercando di toccare il cuore delle persone più sensibili, il professore prende le parti delle persone neurodivergenti o con DSA. Secondo lui, l’uso di schwa in un testo potrebbe infatti causare loro “seri danni”… Peccato che la comunità di persone neurodivergenti l’abbia considerata una difesa non richiesta in una lettera aperta! Anzi, tale premura nei loro confronti è stata considerata soltanto una strumentalizzazione.

Massimo Arcangeli: lo schwa è un’imposizione?

Assolutamente no! Il tutto è partito per iniziativa del Ministero dell’Università che aveva semplicemente deciso di usare la desinenza in -ә per riferirsi allә destinatariә. Tuttavia troviamo curioso che il Prof. Arcangeli abbia deciso di difendere la libertà dellә parlanti con una petizione contro l’utilizzo di una possibilità linguistica a loro disposizione. Insomma, non riuscendo a uscirne vincitore in una discussione su Facebook, il professore ha pensato bene di servirsi del proprio potere e influenza per cercare di imbavagliare a sua volta lә “seguaci della neolingua” con un atto pubblico. Ma tuttә noi ci chiediamo: che cosa pensa di ottenere una volta raggiunte le 25.000 firme? Pensa forse di poter mettere al bando l’odiato fonema?

Come sicuramente le persone firmatarie sapranno, la lingua di un popolo non si cambia a suon di riforme. Non sparirono i prestiti stranieri dall’italiano durante Ventennio, figuriamoci lo schwa nell’era di internet. Per questo motivo non sarà certo una petizione contro la “e” capovolta a impedirne l’uso a chi vuole utilizzarla. L’obiettivo è forse vietare la variante nelle comunicazioni ufficiali delle istituzioni? Potrebbero riuscirci, per il momento… Ma in futuro chissà?

Il cambiamento fa paura

Nel testo della petizione leggiamo di “pericolosa deriva”, “riformare”, “promotori”, “politicamente corretto”, “danni” e “perbenismo”… Tutti termini che danno a questo atto di censura il sapore di una politica che pensa al ‘bene’ della maggioranza ai danni delle minoranze. Una politica che mette il bene di moltә davanti a quello di tuttә.

Come se non bastasse, nel testo di Arcangeli leggiamo persino che le proposte inclusive non sarebbero in realtà “motivate da reali richieste di cambiamento”. A questo punto ci chiediamo davvero su quale pianeta viva il professore. L’inclusione nella lingua è un tema che al momento sta interessando molti paesi nel mondo. Guardiamo ad esempio la Svezia, che aveva approvato ufficialmente l’uso del pronome agènere hen già nel 2014! (A tal proposito vi consigliamo l’intervista fatta a Cesco Reale, membro dell’Associazione Mondiale dei Poliglotti).

Citando le parole di Alessio Giordano:

“È evidente che non si è ancora riusciti a mostrare con sufficiente chiarezza che sempre più persone vivono quotidianamente il disagio, se non la frustrazione, di abitare una lingua che non offre loro la possibilità di parlare di sé”

Mentre il mondo della cultura si preoccupa di difendere il diritto a esprimersi, in Italia un gruppo di intellettuali è contrario e lancia una petizione. Tutto questo dimostra quanto il nostro paese sia ancora chiuso al cambiamento culturale.

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Nomi unisex e neutri per persone non-binary: la lingua italiana chiede aiuto

nomi unisex

Il momento più critico prima della nascita di unə bambinə è la scelta del nome da attribuire. Nella maggior parte dei casi vengono scelti nomi sulla base del sesso dellə nasciturə, è vero però che esiste anche una percentuale – minore – della popolazione con un nome unisex.

Servono più nomi unisex, quelli di origine italiana sono davvero pochi

Poter scegliere un nome unisex fra quelli italiani non è molto semplice, in quanto non vi è una vasta scelta rispetto ai nomi che potremmo pensare in relazione al sesso maschile e/o femminile. Considerando quanto detto, è chiaro che la scelta da parte di un genitore o tutore ricadrà su un nome prettamente maschile o femminile e – soltanto in pochi casi – su un nome neutro. Occorrerebbe ampliare la lista di nomi unisex così da non dover ricorrere necessariamente ai soliti cinque nomi e rischiare di chiamarci tutti allo stesso modo. Tra l’altro, all’estero i nomi unisex sono molti di più rispetto a quelli che abbiamo a disposizione in Italia.

Alcuni nomi li conosciamo già, altri invece sono meno utilizzati e in italiano vengono per lo più attribuiti – per consuetudine – al sesso maschile piuttosto che a quello femminile. Andrea è sicuramente il nome italiano più utilizzato, ma non è sempre stato così semplice attribuire tale nome ad una figlia di sesso femminile. Infatti, in passato, il nome Andrea in questo caso doveva essere affiancato necessariamente da un nome marcatamente femminile. Comprendere il non-binarismo di genere è il primo passo fondamentale per mettere in atto sostanziali modifiche – burocratiche e sociali –  quando si parla di nomi unisex.

Perché è importante avere un nome neutro fin dalla nascita

Le persone non binary italiane lo sanno, è tutta questione di una burocrazia infinita. Chi vuole cambiare il proprio nome anagrafico deve ricorrere ad un atto amministrativo e scegliere finalmente il nome che più desidera per se stessə. Il regolamento per la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile (DPR 396 del 3/11/2000 modificato dal DPR n.54/2012) disciplina il cambio di nome in Italia. Per poter cambiare nome (o anche cognome) occorre rivolgersi alla Prefettura del proprio comune e compilare un modulo di richiesta. Sarà il Prefetto a decidere se la richiesta può essere accettata, e quindi la persona avrà diritto al cambio nome, oppure verrà rifiutata. In sostanza, cambiare nome non solo è una pratica che richiede tempo, ma in più non è per tutti!

L’anagrafe accetta raramente i nomi abbreviati come Roby, Vale, Lory e altri. Sarebbe, quindi, opportuno avere una scelta più ampia di nomi neutri, così come la possibilità di cambiare il proprio con più facilità. Forse scegliere nomi stranieri come Cameron, Leslie o Andy può andar bene? La risposta, purtroppo, è negativa. Anche i nomi stranieri potrebbero non essere accettati dalla Prefettura. Cambiare nome è quindi più difficile di un terno al Lotto.

 

“Il rosa è un colore da femmine”: quando la mascolinità si rivela fragile

Il rosa è un colore da femmine

Infondo lo sappiamo tuttə: il rosa è un colore da femmine e il blu un colore da maschi. E sappiamo anche che i maschi sono per natura forti e autorevoli, mentre le femmine generalmente insicure e poco spavalde.

Sembra essere di questo parere anche Stefano Paoloni, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia, che in questi giorni ha criticato la fornitura di mascherine FFP2 di colore rosa in alcune questure italiane. In una lettera pubblica al Capo della Polizia — infatti — Paoloni definisce indecorosi tali dispositivi di protezione, poiché il colore

“risulta eccentrico rispetto all’uniforme e rischia di pregiudicare l’immagine dell’Istituzione”.

Ma quanta verità si cela dietro al presupposto che il rosa è un colore da femmine e che rimanda perciò ad una certa mancanza di autorevolezza? Su cosa è fondata questa credenza comune?

Un colore da femmine: colori per maschi e femmine

A differenza di quanto siamo portatə a pensare oggi, il rosa non è sempre stato un colore da femmine, così come il blu non è sempre stato un colore da maschi.

Come spiega l’autrice statunitense Jo Paoletti nel suo libro Pink and Blue: Telling the Boys from the Girls in America (2012), entrambi i colori vengono utilizzati indistintamente per abiti e accessori di bambine e bambini fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, sia in Europa che negli Stati Uniti.

Ciò non significa che non esistessero preferenze. Un articolo del 1890 della rivista statunitense Ladies’ Home Journal indica chiaramente che il rosa è il colore più adatto ai maschi, mentre l’azzurro alle femmine. La predilezione di quest’ultimo colore per agli abiti di bambine e ragazze ha una matrice religiosa. L’azzurro, infatti, è associato alla Vergine Maria, e rimanda perciò alle qualità considerate femminili della purezza, dell’innocenza e della grazia. Al contrario — come suggerisce un articolo del 1918 della rivista Earnshaw’s Infants’ Department — il rosa risulta preferibile per uomini e bambini perché simile al rosso, simbolo di energia, forza e virilità.

Venti di cambiamento

La situazione inizia lentamente a cambiare negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. In questo periodo, infatti, gli uomini cominciano a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari. Nella Germania Nazista, nel frattempo, i detenuti dei campi di concentramento accusati di omosessualità — accusati cioè di essere “maschi effeminati” — sono costretti a indossare come simbolo di riconoscimento un triangolo rosa.

La trasformazione del codice dei colori travolge il mondo occidentale tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Nel pieno del boom economico, le industrie di abiti per bambinə scelgono di distinguere la propria produzione a seconda del sesso deə neonatə per aumentare i propri profitti. Assegnando il blu ai bambini e il rosa alle bambine, le famiglie con figlə di sesso diverso sarebbero state costrette a comprare nuovi abiti invece che riutilizzare quelli deə figlə maggiori.

A partire da questo periodo, il rosa è diventato il colore predominante nella vita di donne e bambine, non solo per quanto riguarda il vestiario, ma anche per quanto riguarda giocattoli, arredamento e accessori.

Ma — conclude Jo Paoletti — la scelta di assegnare il blu ai maschi e il rosa alle femmine è stata del tutto arbitraria, e le cose sarebbero potute andare diversamente.

Quando la mascolinità si rivela fragile

Perché quindi la fornitura di mascherine FFP2 rosa ha sconvolto in tal modo il Sindacato Autonomo di Polizia?

La risposta non risiede tanto nella supposta eccentricità del colore, quanto nella paura degli uomini cisgender di essere associati anche solo lontanamente al mondo femminile.

Come afferma ə professorə J. Halberstam nel suo libro Female Masculinity (1998), la mascolinità — intesa come l’insieme di attributi, comportamenti e ruoli generalmente associati agli uomini — è stata costruita socialmente come qualcosa che deve essere protetto e difeso dagli attacchi esterni.
Gli standard di mascolinità variano a seconda delle diverse culture e periodi storici. Nella società occidentale, la essa include caratteristiche come la forza, il coraggio, e l’autorevolezza. Qualunque atteggiamento si distacchi da tali connotati minaccia dunque la capacità degli uomini cisgender di essere considerati “veri uomini“.

Questa costante ansia di risultare effemminati o deboli agli occhi deə altrə ha un nome: mascolinità fragile. E ha anche delle conseguenze psicologiche devastanti per tuttə coloro che non si rispecchiano appieno negli standard di mascolinità e femminilità.

 

A Berlino un memoriale per ricordare le vittime gay dei nazisti, di fronte al monumento in memoria della Shoah

memoriale vittime omosessuali nazismo

Denkmal für die im Nationalsozialismus verfolgten Homosexuellen, in tedesco. Per chi arriva nei pressi del Tiergarten non può di certo passare inosservato un memoriale così importante. Anzi, due. Il monumento berlinese – sempre aperto al pubblico e ad accesso libero – vuole ricordare tuttə coloro che tra il 1933 e il 1945 sono statə vittime delle atrocità commesse dai nazionalsocialisti.

Un parallelepipedo di cemento che si impone nel paesaggio berlinese

Una grande stele di cemento, un parallelepipedo per l’esattezza, alta quasi quattro metri e larga quasi due, è il progetto dal danese Michael Elmgreen e dal norvegese Ingar Dragset. Su di essa una targa commemorativa, scritta in inglese e in tedesco, ci ricorda che le persecuzioni degli omosessuali non sono terminate con la caduta del nazismo, ma sono perdurate nella Repubblica Federale e nella DDR. Una vicenda che sembra non vedere la fine e che la storia non riesce a riportarci numericamente: ad oggi, infatti, è ancora indefinito il numero di vittime omosessuali morte all’interno dei campi di concentramento.
Ciò che attira i visitatori è una piccola finestra incastrata sul parallelepipedo grigio. Chi incuriosito porgerà il suo sguardo all’interno, potrà osservare la proiezione – continua – di un video in cui persone dello stesso sesso si baciano appassionatamente.

Il sindaco di Berlino Klaus Wowereit inaugura il memoriale nel 2008

Era il 27 maggio 2008 quando Klaus Wowereit, allora sindaco della capitale tedesca, ha inaugurato il memoriale. Ad affiancarlo in un momento così importante, non solo per l’intera comunità lgbt mondiale, il ministro della Cultura Bernd Neumann e alcuni rappresentanti della comunità ebraica e tzigana. Wowereit è passato alla storia per aver inaugurato un monumento di tale portata, ma soprattutto perché prima della nomina a sindaco si è dichiarato omosessuale.
“Ich bin schwul, und das ist auch gut so!”
Sono omosessuale e va bene anche così! Queste le parole del sindaco tedesco in carica dal 2001 al 2014, un passo importante per la comunità lgbt internazionale.

Nessun sopravvissuto è stato presente all’inaugurazione

L’ultimo testimone sopravvissuto alle persecuzioni dei nazisti era il francese Pierre Seel, morto nel 2005. È stato autore di un’autobiografia dal titolo Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel pubblicata nel 1994. Seel ha raccontato la tragica storia attraverso gli occhi di un diciassettenne. Deportato e costretto a guardare con che atrocità i nazisti hanno tolto la vita al suo amante allora diciottenne: ancora vivo, divorato dai cani.  Gli omosessuali non venivano uccisi immediatamente, ma erano vittime di abusi e maltrattamenti continui. Inoltre, costretti a indossare come simbolo di riconoscimento un triangolo rosa. Fisicamente sfruttati per provare esperimenti medici: iniezioni ormonali, lobotomie e castrazioni erano solo alcuni dei maltrattamenti a cui erano sottoposti.
Quello di Berlino non è l’unico monumento in memoria delle vittime omosessuali
Tanti altri sono stati realizzati in Europa e oltre oceano. Sul sito internet di Arcigay è possibile trovare una lista di monumenti dedicati alle persone vittime di discriminazioni omofobe e persecuzioni – non soltanto durante il periodo nazista.

Come raggiungere il memoriale delle persone omosessuali a Berlino

È possibile raggiungere il monumento dalla stazione U-Bahn e S-Bahn di Brandenburger Tor o dalla stazione U-Bahn e S-Bahn di Potsdamer Platz.

 

 

Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

enbypost

Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore