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Studio sulla marginalizzazione dei corpi grassi: Grassofobia e Fat Studies

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Grassofobia e Fat Studies: Neologismi

Lo studio sulla marginalizzazione dei corpi grassi (in italiano Grassofobia e “Fat Studies” in inglese) si concentra su un insieme di comportamenti dettati dal pregiudizio verso le persone grasse, in particolare l’odio e la marginalizzazione che i corpi meno perfetti subiscono. Questa disciplina sociale che studia ed analizza il modo in cui i corpi grassi vengono discriminati, risulta essere assai diffusa in altri paesi dove l’attivismo è molto più avanzato (UK, USA).

In Italia purtroppo il termine grassofobia (Fat Studies) non appare in nessun dizionario e il tema in sé viene ancora percepito come un problema minore. Non solo, online si trovano addirittura articoli nei quali al termine viene data la connotazione di “paura di ingrassare”(guyoverboard.com). Comprensibile, data l’etimologia della parola fobia. Tuttavia grassofobia e fat studies non si riferiscono solo a una paura, bensì a una forma di discriminazione.

Cosa diresti ad una persona grassa? La grassofobia (Fat Studies) e il modo di rivolgersi ai non magri

Uno dei principali  aspetti evidenziati dalla grassofobia (Fat Studies) è quello del linguaggio e i discorsi rivolti alle persone non in forma.  Molti di coloro che criticano gli individui corpulenti premettono di non avere alcun intento offensivo. Anzi ritengono di dover far notare come una dieta diversa da quella attuale o dell’attività fisica potrebbe migliorare  la vita. Perché, ovviamente  i magri lo sanno: i grassi sono solo dei pigri, golosi e poveri malati da curare. Danno per scontato che la condizione fisica non ottimale dei più rotondi sia causa di un semplice ed incontrollato appetito e di  una mancanza di volontà.

Risulta inutile  far notare che a monte vi possano essere molteplici motivi di diversa natura. In primis i diversi disturbi alimentari, ma anche quelli ormonali e le psicopatologie come il “Binge eating disorder” (“Disturbo da alimentazione compulsiva”).  Vi sono poi quelli che, non si limitano al ruolo di “buon samaritano”. Il loro modo di fare sfocia persino in derisione, e A volte addirittura in bullismo. Comportamenti che costituiscono gli ostacoli peggiori per chi realmente è affetto da una patologia.

Contribuiscono solo a peggiorare e fomentare la negatività. Eppure permeano la nostra società fin dall’infanzia. Lo impariamo fin da subito quando sentiamo termini come “grassoni” e  “chiattone” venire usati per prendere in giro persone in sovrappeso o obese. 

Prima di addentrarsi nella grassofobia (Fat Studies) bisogna domandarsi da dove derivi questa immagine della persona grassa. Come sia possibile, per esempio, che un bulimico non subisca la stessa gogna, ma anzi susciti pietà e comprensione?

Il mondo prima della grassofobia (Fat Studies). Quando la taglia XL era l’ideale di bellezza

Storicamente, la massa corporea ha sempre costituito la carta d’identità di chiunque. Fino a qualche secolo fa però la situazione era diversa. Grassofobia non esisteva né con l’accezione di Fat Studies, ma neanche con quella di paura. Fino al XVII secolo i chili in più  erano un simbolo di ricchezza e benessere. Una corporatura robusta indicava che, la persona era più facoltosa  della maggior parte della popolazione, perché aveva molto cibo a disposizione. Tanto è vero  che fino a metà del secolo scorso l’ideale di bellezza femminile era infatti quello di una donna formosa. Con le curve a simboleggiare la probabilità che avrebbe partorito figli sani e forti

Il cambiamento si ha con l‘industrializzazione, quando  alzandosi il tenore di vita di tutti, chiunque poteva permettersi beni di prima necessità. Il pensiero comune si adattò alla visione di un mondo nuovo, nel quale  quello che, fino a pochi anni prima era stato un lusso per pochi, era ora accessibile anche ai poveri. I quali ovviamente, non sapendo gestire questa improvvisa libertà, si abbandonavano all’eccesso. In meno di un secolo l’opinione pubblica verso i corpi grassi era cambiata. Fino al punto che l’industria della moda stessa capì che avrebbe ottenuto maggiori profitti investendo su un’immagine ideale di uomo e donna normopeso.

Con il tempo, a causa della continua estremizzazione del corpo, quel normopeso è diventato sottopeso. Un canone di bellezza irraggiungibile, tale che le poche modelle arrivate fin lì sono costrette a diete ed allenamenti disumani pur di mantenere percentuali di grasso ridicole nel corpo. Se non ci credi, prova a cercare su Google la giornata tipo di una modella Victoria’s Secret.

Grassofobia (Fat Studies) e atteggiamento verso i non grassi. Cosa diresti ad una persona magra?

Tutto ciò ha causato una sorta di privilegio dei magri. Non che i normopeso abbiano alcuna colpa, anzi. È solo che viviamo in una società dove le persone magre sono migliori o preferibili e traggono inconsciamente vantaggio da questi valori. Infatti, chi ha un corpo magro può comunque essere insoddisfatto, magari perché vorrebbe più forme o più muscoli; tuttavia, non verrà mai discriminato dalla società.

La Grassofobia e i Fat Studies” evidenziano come spesso i chili in eccesso possano portare anche ad una discriminazione in ambito professionale. Perché, per esempio magari una panza di un metro a prima vista non rispecchia l’immagine del marchio. Può avere ripercussioni  anche in campo medico, ogni qual volta viene effettuata una diagnosi superficiale basata solo sull’aspetto fisico. Fenomeni che, ovviamente non esulano dalla vita di tutti i giorni. In particolare ricevere insinuazioni sulla propria salute da perfetti sconosciuti, del tipo “Lo sai che mio cugino ha perso 40kg in 8 settimane con la dieta del segno zodiacale?”

Vi sono poi i media, per i quali pare non esistere altro oltre all’aspetto fisico che, persone famose e non, possono offrire. Dai quali questa esaltazione eccessiva dell’aspetto fisico è  naturalmente passata  ai social. Il luogo- non luogo dove tutti oggi dicono e scrivono la prima cosa che gli passa per la mente. La grassofobia (Fat Studies) devono in questo caso concentrarsi sui commenti sotto foto e post di persone che provano ad affrontare il tema dell’amare se stessi, il cosiddetto body positivity. A tal proposito, ecco una riflessione tratta dal blog “Abbatto i muri” di Eretica (articolo completo).

Scrive Giulia:

Quindi, secondo te (*commentatore*), sono “Orgogliose chiattone”, perché i chili in più automaticamente ti rendono un essere privo di dignità che non ha il diritto di replicare agli insulti e di affermare che sì, il suo corpo è fuori norma e sì, è ugualmente bello. Esseri malati ai quali non è data nemmeno la possibilità di avere una vita sessuale perché non possono “stare sopra”.

Un peso per la società, perché si “mangiano” denaro pubblico che potrebbe benissimo venire impiegato per curare persone che se lo meritano di più (…) Ho pensato alla mia cara amica che ha sofferto di disturbi alimentari ed ora è visibilmente sovrappeso, al modo in cui la gente la guarda quando si siede in autobus e occupa più spazio di quello che il pensare comune definisce “consono”.

Al percorso psicologico che da anni sta percorrendo per ritrovare la serenità e alle difficoltà che la preoccupano molto più dei chili in eccesso. Ho pensato a quella coinquilina meravigliosa e con un cuore grande che si era convinta di non essere abbastanza magra ed era arrivata a pesare quaranta chili. Ho pensato anche a quella che va in palestra tutti i giorni e che ha un corpo decisamente in forma e non si concede quasi nemmeno più un pezzo di cioccolata perché si vede sovrappeso e non si piace quando si guarda allo specchio.

E un poco ho pensato anche a me, a tutte le paranoie che da ex brutto anatroccolo mi sono fatta sul mio corpo: la pancetta, le gambe storte, le cosce robuste. Pensavo al fatto che sono normopeso, quasi magra (53.5 chili per 1.63m) e tuttavia non sono stata esente da commentini malevoli sul fatto che non ho il ventre piatto, o che forse “con un paio di chili in meno starei meglio”.

Grassofobia (Fat Studies) e attitudini. Devi per forza dire qualcosa?

Nella grassofobia (Fat Studies) una testimonianza come quella di Giulia è importante. Costituisce  una chiara prova di quello che succede quando chiunque prova a scrivere contro la marginalizzazione  dei corpi non perfetti. I quali, mi dispiace dirvelo, sono la stragrande maggioranza, inclusi il mio e probabilmente il tuo, caro lettore. Non solo, per alcune persone il raggiungimento di un corpo magro, inteso come quello che si vede sulle copertine dei giornali, è sempre più frequentemente un ideale al quale aspirare, ma è una meta che non verrà quasi mai raggiunta.

In effetti, la taglia 38 o 40 non è la taglia che rappresenta i corpi della maggior parte delle persone “comuni”, e per molti non lo è neppure la  44. Se vogliamo veramente fare quel passo in avanti come società, dobbiamo iniziare a trasmettere un’immagine coerente delle persone, di come siamo fatti fisicamente, non di cosa vorremmo idealmente. Citando di nuovo Giulia, “Je suis Charlie, certo, ma sei Charlie tu e quindi lo posso essere anche io.

Dobbiamo stare attenti al peso (visto che siamo in tema) che hanno le nostre parole'”. Esatto, laddove ci sembra di far del bene, spesso, faremmo meglio a riflettere se non sia meglio tacere. Perché in fin dei conti, senza conoscere veramente qualcuno, tutto ciò che diciamo è una supposizione. Per noi potrebbe essere semplicemente una battuta, per chi soffre del disturbo da alimentazione compulsiva costituisce invece motivo di sofferenza.

L’abbiamo capito, a stento e dopo un ddl durato appena un anno (a tal proposito vi segnalo l’articolo che EnbyPost ha scritto su DDL Zan), con la discriminazione razziale ed omotransfobica. E’ giunta l’ora di capirlo anche con la grassofobia (Fat Studies). E infine, non c’è momento migliore per interiorizzare che è compito di ognuno evitare qualunque tipo di discriminazione.  Perché un domani potrebbe capitare a noi.

 

Editing: Elena Stanley

Razzismo in Italia: lə italianə non sono tutti bianchə

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L’Italia è un paese arretrato emotivamente

Le due più grandi piaghe sociali dell’epoca moderna in Italia sembrano essere il razzismo e l’omotransfobia. Stiamo vivendo anni complicati dal punto di vista dell’accettazione dell’altrə. La sensibilità del pubblico sembra elevatissima, soprattutto grazie all’immenso lavoro svolto dalla comunità Lgbtqi+ e dai vari movimenti Black, ma la triste verità è che ormai siamo troppo abituati agli episodi di omotransfobia. Al punto che, anche in palese fragranza di reato, tendiamo a minimizzare.

Anzi, non è nemmeno più reato visto che il 27 ottobre il Senato ha affossato il DDL Zan contro l’omotransfobia (https://www.enbypost.it/2021/10/28/ddl-zan-baratto-like-diritti-umani/). Per quanto riguarda il razzismo invece la legge Mancino è ancora in vigore, ma con il decreto svuota carceri (D.lgs. n. 7/2016 del 15/01/2016) l’ingiuria non è più  considerata reato, ma  mero illecito civile. Nonostante tutti gli sforzi, dal punto di vista politico sembra assolutamente impossibile ottenere equità.

Come mai c’è così tanta omofobia, e così tanto razzismo in Italia? Si intende quel razzismo inconsapevole, causato da stupidi pregiudizi e preconcetti. Non parliamo soltanto di atti classici come insultare, picchiare, o vessare qualcuno perché gay o nero, ma piuttosto di quel comportamento subdolo che la scrittrice antirazzista Gabriella Nobile, parlando del figlio adottivo, descrive così:

“Quando mio figlio di 15 anni sale su un autobus, ci son le vecchiette che cambiano la posizione del corpo per stringersi al petto le borsette. Il controllore va dritto da lui a chiedergli se ha il biglietto. Se la polizia lo ferma gli chiede il permesso di soggiorno e non la carta di identità. Quando entra in un negozio l’antitaccheggio lo segue temendo che rubi qualcosa. Piccoli gesti, sguardi che fan capire ai nostri figli che non è stato ancora accettato il fatto che l’italiano non ha più solo la pelle bianca”.

E questo purtroppo è solo ciò che noi percepiamo. Quel poco che ci viene raccontato, da chi, comunque, assiste alla scena da esterno. Chissà quanto è  profonda in realtà la tana del Bianconiglio.

Gli italiani non sono tutti bianchi: razzismo in italia, il web non aiuta

Per i “veri italiani” alla fine la realtà è quella che viene raccontata dai telegiornali e dai social. Alcuni sono arrivati  addirittura  ad urlare al complotto dopo aver letto una notizia su “Il fatto quotidAino“, scambiandolo per il  giornale vero.
Non c’è dunque da stupirsi se nell’immaginario comune un uomo di colore non può  essere altro se non un delinquente, tipo pusher,  o un venditore ambulante. Una logica che porta anche ad associare il nero all’immigrato, ignorando che ci sono un milione e mezzo di ragazzi neri nati e cresciuti nel nostro paese. Non se ne parla, perché non conviene parlarne, dato che fa molto comodo avere un capro espiatorio sempre pronto.

È quasi come se nella politica gli interessi andassero in una direzione incompatibile con l’integrazione. A nessuno è mai venuto in mente di chiedere direttamente alle vittime di razzismo cosa potrebbe migliorare la loro situazione.

Così come non sono mai stati ascoltate le persone LGBT sulla questione, finché dopo anni è diventato impossibile per qualunque politico non considerare la forza voto. Ma questa è davvero una soluzione? Tante parole e poche soluzioni, fatte per giunta male, giusto per accaparrarsi la fiducia?

La soluzione al razzismo va voluta, ancor prima che cercata

Bisogna dare voce a chi  viene discriminato veramente e smetterla di parlare di soluzioni tra maschi bianchi etero, cosa ne possono sapere di problemi che non hanno? Si deve agire sui mass media al fine di addolcire l’immagine che viene costantemente proposta sia dei neri che dei non-etero.
Sì, perché la comunità è vasta e i gusti delle persone altrettanto, e nessuno deve permettersi di giudicare. A noi piacerebbe che qualcuno decidesse da un momento all’altro, magari dopo aver trovato un terzo testamento, che il sesso etero è contro natura?

Come sarebbe se fossimo considerati sporchi, strani, confusi, corrotti dal demonio perché desideriamo ardentemente di fare sesso con unapersona del sesso opposto? O, similmente, riuscite a immaginare un mondo governato da neri che discriminano e schiavizzano bianchi?
Tra l’altro avrebbe anche più senso se guardiamo dove ha avuto origine la specie umana. Ecco è la stessa cosa, ciò che porta a dare a qualcuno del “fro*io” o del “n…di m*rda”, è sempre il solito, inconscio, pregiudizio.

Chi soffre per questo non sa più in che modo  raccontarlo per cercare di far capire ai razzisti/omofobi che la causa dei problemi della nostra nazione non sono i principi cristiani traditi, né tantomeno il fatto che gli italiani non siano più tutti bianchi. Pensate che gli ebrei costituivano meno dell’1% della popolazione tedesca ai tempi del Reich. Eppure, la propaganda riuscì a convincere i tedeschi che erano proprio loro la causa dei problemi della Germania. Il resto è storia.
Abbiamo tutti gli strumenti che servono per iniziare un cambiamento culturale dell’opinione pubblica, a partire dell’inclusione nei programmi politici di una valida manovra di contrasto. Si tratta di una vera e propria emergenza sociale, una di quelle reali.

Siate cauti nel recipere notizie e informazioni

Dubitate delle informazioni, verificate sempre le fonti, leggete libri su un argomento prima di parlarne. Evitate di condividere post che danneggiano l’immagine di una comunità. Se un uomo di colore è un criminale lo è per vari motivi ma non di certo perché nero. Le comunità nere sono maggiormente soggette a vivere in condizioni di povertà, e questo porta facilmente alla criminalità.
Ma di chi è la colpa? Di chi vive insieme ad altre dieci persone in una capanna, sperando di non essere ucciso per un pezzo di pane, o di chi vive spendendo e sperperando, sprecando risorse limitate per scopi ben meno nobili? È necessario uscire da questo circolo vizioso fatto di affermazioni come: “Se lo dice il TG ci credo” e “Ho sempre pensato così”. Se leggete un titolo sensazionalista prima di cliccarci date un’occhiata alla credibilità del sito che lo ha pubblicato.

Bisogna anche abbandonare il cliché “rubano il lavoro”, insomma se davvero un immigrato senza istruzione, senza soldi, senza conoscere la lingua e senza contatti riuscisse a rubarmi il lavoro, io mi farei due domande sulle mie recenti scelte di vita. Informatevi bene.  Altrimenti siete fregati. E insieme a voi, inconsciamente, fregate pure gli altri.

 

Simboli di potere: vagina e pene, oggi proprio come nell’antichità

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Attributi sessuali simboli di potere

Da secoli esprimiamo concetti affidandoci a metafore più o meno fantasiose sugli organi sessuali. In particolar modo, la società sembra aver interiorizzato l’idea che i testicoli e il pene siano maestosi simboli di potere, mascolinità e fertilità.  Come dimostra l’uso comune di espressioni  del tipo “Un uomo con le palle”, o la dispreggiante “Sei un senza palle!”.

Invece, la vagina, oltre alla fertilità, viene purtroppo accostata alla debolezza e alla fragilità. Soprattutto quando fa da soggetto ad una metafora di uso comune. Basta pensare al classico “Cos’hai la vagina lì sotto?”, mentre nessuno ha mai detto “Tira fuori la vagina e fagli vedere chi sei!”.
Insomma, se c’è da alludere al coraggio, alla forza fisica, all’audacia, ecco che nell’immaginario comune si pensa subito al molliccio sacchetto scrotale.  Non si sa esattamente quale sia il motivo, visto che da un punto di vista biologico l’unico contributo alla vita del pene è eiaculare, e si da il caso che non sia una fatica di Ercole, anzi. È necessario tornare molto indietro nel tempo per comprendere le origini del simbolismo fallico.

Nell’antica Roma il successo era determinato dalle dimensioni

Per i Greci ed i Romani, per esempio, erano gli attributi, in particolare la forma e la dimensione del membro, ad essere determinanti per la realizzazione sociale degli uomini. Un individuo dotato poteva contare su una sicura ed agevolata carriera militare.
Uno meno dotato doveva dimostrare doppiamente il suo valore, a volte venendo sottovalutato nonostante la reale prestanza fisica o intellettiva. A Roma che ha poi origine il pene-portafortuna: si chiamava “Fascinum” ed era un amuleto fallico contro il malocchio, solitamente appeso al polso come braccialetto. Un’usanza all’origine  del  “toccarsi” come gesto scaramantico.
Con il cattolicesimo lo status del fallo mutò divenendo demoniaco, e non mancano epiteti curiosi e divertenti, come questo di Anselmo d’Aosta:

“Il pene è la verga del diavolo”.

“Nessun organo”, diceva sant’Agostino, “è più corrotto del pene”.

Tertulliano si è spinto arrivando ad affermare che:

“Durante l’orgasmo l’uomo perde una parte dell’anima”

Un’antica e sicuramente affascinante descrizione dell’energia umana, ma connotata da un’ammonizione morale. Il culmine si raggiunse con Papa Pio IV, che fece tristemente coprire gli attributi maschili, sia a eletti che dannati, nella Cappella Sistina di Michelangelo.
Non potendolo quindi più menzionarlo in quanto peccato, l’attenzione venne spostata dal fallo al, finora trascurato, scroto, con la nascita di espressioni che si sono via via evolute fino ai moderni: “Hai due palle così” oppure “Non hai le palle di farlo”.

Simboli di potere: parliamo di skill

Pensando a quanto detto sopra viene in effetti da domandarsi come facciano però ad essere i testicoli considerati simboli di potere. Passi il pene, ma le palle? Pensateci, li appese come due caciotte, deboli e vulnerabili, con quattro peli in croce…
Pensiamo un attimo alla vagina invece, a come sia pensata per generare, allevare e infine partorire esseri umani (testa compresa, ed è qui che deve andare tutto il rispetto alle donne. Ne avremmo probabilmente meno se per esempio le donne partorissero solo il corpo e gli uomini la testa e poi venissero uniti i pezzi in seguito.
Ma no, a quanto pare il 92% dei bambini nasce con la testa già attaccata, e non c’è rimedio alcuno contro questa ingiustizia biologica). Generare la vita rimane indiscutibilmente un grandissimo potere, se paragonato a quello che è invece l’abilità del pene ossia un breve, e infinitamente meno godurioso, spruzzo di liquido seminale.
Ora, a parte l’aspetto ludico (gli orgasmi infiniti), la vagina è qualcosa di biologicamente molto avanzato e complesso, tanto che comprendere come si possa giungere ad un bambino, partendo da due semplici cellule, è stato uno dei più impegnativi misteri della medicina. E nel mondo animale in generale, la vagina è spesso un organo molto complicato, assai più del pene (anche se non mancano eccezioni; per i più temerari: andate su Google a cercare “pene echidna”).
Se avete voglia di vederne una veramente complicata, cercate su Google la vagina del delfino.

Dobbiamo per forza discriminare, anche metaforicamente?

Tornando ai simboli di potere, di sicuro avrete sentito almeno una volta nella vita qualcuno dire in un film “tira fuori le palle” oppure “Vai a ca**o duro” e probabilmente è anche successo in una situazione di pericolo.
Ora, qualunque persona sana di mente, in un momento difficile, l’ultima cosa che vorrebbe fare è esporre i suoi morbidi e indifesi testicoli, o un pene che, per quanto eretto, non farebbe di certo da scudo ai proiettili. Non che esporre una vagina sarebbe meglio, o peggio, semplicemente non è questo l’utilizzo da fare né dell’uno né dell’altra.
Così come non rientra in nessuna logica il dire “Non fare la femminuccia” ai bambini per educarli alla sopportazione della vita (o della bua che si sono appena fatti). O ancora l’insinuare, sfottendo, che un uomo un po’ più sensibile abbia la vagina e non un bel virile pene. Insomma, per esprimere ciò che realmente pensiamo in queste situazioni, abbiamo realmente bisogno di ricorrere agli organi sessuali? E se proprio dobbiamo farlo, possiamo essere un po’ meno discriminatori?
Può sembrare banale parlare di questo, ma è dalle piccole cose che si inizia a cambiare il mondo. Le nuove generazioni non hanno bisogno di crescere con l’idea che il proprio valore, la propria prestanza o il proprio successo possano in qualche modo dipendere da ciò che si sono casualmente trovati in mezzo alle gambe.

Il Papa e l’aborto: per il pontefice si tratta di omicidio

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Il Papa e l’aborto: per lui si tratta di Omicidio

Il discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al congresso promosso dalla Società Italiana di Farmacia Ospedaliera viene tenuto il 14 Ottobre ed è incentrato sulla solidarietà ai lavoratori del settore medico.
Termina tuttavia con un sermone incentrato sulla dimensione etica della professione medica, ovvero sull’aborto, un tema molto delicato, su cui il massimo esponente pontificio ha sempre esposto chiaramente la sua posizione.
La sua contrarietà è indiscutibilmente giustificata dalla sua posizione, tuttavia i termini utilizzati al fine di rendere accettabile quella che non possiamo negare essere una violazione dei diritti delle donne, fa molto riflettere.

Il papa e l’aborto: dimentica che lo Stato italiano è laico

Oggi c’è un po’ la moda di pensare che forse sarebbe una buona strada togliere l’obiezione di coscienza

esordisce letteralmente Francesco, come a ipotizzare che desiderare di andare in ospedale a sottoporsi ad un’operazione potenzialmente letale per sé e la prole futura, sia una comune fantasia popolare. Torna però subito al punto, ossia rivangare con chiarezza che l’aborto “si tratta di un omicidio e non è lecito diventarne complici”. Poi, però, suggerisce anche di “stare vicino alle situazioni, specialmente alle donne, perché non si arrivi a pensare alla soluzione abortiva”.
Parole molto decise quelle usate dal pontefice, specialmente considerando che ci troviamo in un Paese laico, dove l’aborto è legale e soprattutto per diventare medico è obbligatorio il giuramento. Giuramento che viene puntualmente messo in discussione ogni qual volta un aborto viene negato e liquidato rapidamente con “Ma no, e se poi ci ripensi?”.

Le donne hanno il diritto di scegliere

Parole che fanno pensare a cosa possa mai servire stare accanto ad una donna che ha subito la peggiore delle violenze, o che semplicemente non vuole mettere al mondo un altro figlio da far percuotere al padre-padrone di turno, o che ancor più semplicemente aveva programmi di vita diversi e non intende buttarli via per un preservativo che si è rotto o per un salto della quaglia finito male.
È un po’ come se una personə rimanesse con tre dita dopo aver calpestato involontariamente un petardo, andasse dal medico e quest’ultimə gli dicesse che obietta. Obietta di non voler curare una persona con tre dita perché è come l’animale proibito della sacra scrittura.
Ora, sinceramente, voi come reagireste?

Gli uomini decidono per le donne da sempre

Inoltre, perché dovrebbe decidere un uomo su qualcosa di cui non ha esperienza né mai potrà averla, dal momento che sono le donne ad avere gravidanze? Interrogandosi su quesiti simili appare chiaro come sia necessario un cambiamento sociale, che deve necessariamente partire dai livelli di istruzione più bassi, volto all’equità di genere.
Per capirne la necessità, provate a immaginare come sarebbe il mondo se fossero gli uomini a partorire… Abortire per chi lo richiederebbe sarebbe il minimo, cosi come almeno sei anni di paternità e congedi da lavoro quando arriva il ciclo, inoltre quei 9 mesi, per gli intrepidi padri, verrebbero trascorsi in strutture ricche di comfort e con assistenza medica 24/7 pagate dalla mutua, come sarebbe giusto che sia. Quindi, viene da chiedersi, perché allora non è così?
Senza bisogno di cambiamenti chissà quanto estremi, un buon inizio sarebbe sicuramente lasciare alle personə di decidere su ciò ha a che vedere con il proprio corpo. Fintanto che non si va ad intaccare la libertà di qualcun altrə, questo non dimentichiamolo mai.

Ci vorrebbe un mondo più equo e inclusivo

Infine, la sfida che abbiamo noi oggi è quella di far comprendere alle nuove generazioni che prima ancora di parlare di maschi e femmine, è opportuno iniziare a parlare di esseri umani. Apparteniamo alla stessa specie e solo agendo in modo tale che tutti ci guadagnino, o provandoci almeno, creeremmo una società migliore. Una società dove tuttə hanno dei diritti di base che da un lato non permettano l’assoluta povertà e diano eque opportunità, dall’altro che favoriscano la meritocrazia, la non discriminazione, l’apertura mentale e la semplice consapevolezza che ciò che è vero oggi, forse, non lo sarà domani.

Nell’attesa di uno Stato davvero Laico…

Lo so, appare assai difficile creare qualcosa del genere se il punto di partenza è uno Stato laico dove a fare legge è un altro stato, separato, che ha una folta base di sostenitori e che fa leva sulla parte peggiore dell’essere umano, quella bruta e prevaricatrice. Ma se ancora oggi siamo qui ad interrogarci sull’effettiva correttezza della pratica abortiva, vuol dire che la volontà di cambiare ed evolverci c’è, pensate che già Dante Alighieri esordiva così, nei versi forse più famosi della sua Commedia, e che per secoli hanno funto da antidoto all’imbarbarimento:

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute a caunoscenza”.