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binarismo di genere

Childfree: una scelta che ad oggi è ancora uno stigma

Childfree Lunadigas

Essere childfree è una scelta che ad oggi rappresenta ancora uno stigma. Posso affermare sulla mia stessa pelle che scegliere di non diventare madre mi ha sempre fatto sentire giudicata o non compresa. Quando mi chiedono se ho figli e rispondo no, dall’altra parte vedo imbarazzo e compassione. Quando spiego che la mia è stata una scelta e non un problema biologico, sento il giudizio della persona che ho di fronte pesare come un macigno. La mia scelta di non diventare genitore è stata consapevole. La maternità non è una tappa obbligata e soprattutto non è uno status. Mettere al mondo una vita, prendersi cura di una creatura e farla diventare una persona adulta è una responsabilità immensa. Io non me la sono sentita e per fortuna non mi sono mai pentita della mia scelta.

Childfree: oggi, essere una donna senza figli è ancora uno stigma?

Purtroppo, a questa domanda dobbiamo rispondere in modo affermativo. La scelta di non diventare genitore espone soprattutto le donne a giudizi, discriminazione e paternalismi. Chi fa questa scelta di vita deve subire costantemente battutine di familiari e conoscenti fino a vere e proprie discriminazioni sul piano lavorativo. La verità è che questo tipo di scelta non è ancora stata accettata a livello culturale dalla nostra società.

Il progetto Lunàdigas

Lunàdigas ha creato un progetto proprio per dare voce alle donne che hanno scelto consapevolmente di non avere figli creando per loro uno spazio protetto dove parlare e confrontarsi. Il progetto da voce non solo alle donne ma anche a persone non binarie che non possono o non vogliono avere figli. Quello che emerge dal progetto Lunàdigas è una realtà amara dove soprattutto le donne sono un bersaglio per la loro scelta di non diventare madri. La cosa più triste è che spesso le critiche anche se a volte velate e sottili, arrivano da altre donne.  Quello che emerge è che nel nostro paese è ancora in uso l’etichettare le donne secondo determinati stereotipi sessisti. Se non lavoriamo su questi stereotipi sarà molto difficile vivere in una società in cui si possa accettare senza giudicare una scelta di vita così intima e personale.

 

“Il rosa è un colore da femmine”: quando la mascolinità si rivela fragile

Il rosa è un colore da femmine

Infondo lo sappiamo tuttə: il rosa è un colore da femmine e il blu un colore da maschi. E sappiamo anche che i maschi sono per natura forti e autorevoli, mentre le femmine generalmente insicure e poco spavalde.

Sembra essere di questo parere anche Stefano Paoloni, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia, che in questi giorni ha criticato la fornitura di mascherine FFP2 di colore rosa in alcune questure italiane. In una lettera pubblica al Capo della Polizia — infatti — Paoloni definisce indecorosi tali dispositivi di protezione, poiché il colore

“risulta eccentrico rispetto all’uniforme e rischia di pregiudicare l’immagine dell’Istituzione”.

Ma quanta verità si cela dietro al presupposto che il rosa è un colore da femmine e che rimanda perciò ad una certa mancanza di autorevolezza? Su cosa è fondata questa credenza comune?

Un colore da femmine

A differenza di quanto siamo portatə a pensare oggi, il rosa non è sempre stato un colore da femmine, così come il blu non è sempre stato un colore da maschi.

Come spiega l’autrice statunitense Jo Paoletti nel suo libro Pink and Blue: Telling the Boys from the Girls in America (2012), entrambi i colori vengono utilizzati indistintamente per abiti e accessori di bambine e bambini fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, sia in Europa che negli Stati Uniti.

Ciò non significa che non esistessero preferenze. Un articolo del 1890 della rivista statunitense Ladies’ Home Journal indica chiaramente che il rosa è il colore più adatto ai maschi, mentre l’azzurro alle femmine. La predilezione di quest’ultimo colore per agli abiti di bambine e ragazze ha una matrice religiosa. L’azzurro, infatti, è associato alla Vergine Maria, e rimanda perciò alle qualità considerate femminili della purezza, dell’innocenza e della grazia. Al contrario — come suggerisce un articolo del 1918 della rivista Earnshaw’s Infants’ Department — il rosa risulta preferibile per uomini e bambini perché simile al rosso, simbolo di energia, forza e virilità.

Venti di cambiamento

La situazione inizia lentamente a cambiare negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. In questo periodo, infatti, gli uomini cominciano a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari. Nella Germania Nazista, nel frattempo, i detenuti dei campi di concentramento accusati di omosessualità — accusati cioè di essere “maschi effeminati” — sono costretti a indossare come simbolo di riconoscimento un triangolo rosa.

La trasformazione del codice dei colori travolge il mondo occidentale tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Nel pieno del boom economico, le industrie di abiti per bambinə scelgono di distinguere la propria produzione a seconda del sesso deə neonatə per aumentare i propri profitti. Assegnando il blu ai bambini e il rosa alle bambine, le famiglie con figlə di sesso diverso sarebbero state costrette a comprare nuovi abiti invece che riutilizzare quelli deə figlə maggiori.

A partire da questo periodo, il rosa è diventato il colore predominante nella vita di donne e bambine, non solo per quanto riguarda il vestiario, ma anche per quanto riguarda giocattoli, arredamento e accessori.

Ma — conclude Jo Paoletti — la scelta di assegnare il blu ai maschi e il rosa alle femmine è stata del tutto arbitraria, e le cose sarebbero potute andare diversamente.

Quando la mascolinità si rivela fragile

Perché quindi la fornitura di mascherine FFP2 rosa ha sconvolto in tal modo il Sindacato Autonomo di Polizia?

La risposta non risiede tanto nella supposta eccentricità del colore, quanto nella paura degli uomini cisgender di essere associati anche solo lontanamente al mondo femminile.

Come afferma ə professorə J. Halberstam nel suo libro Female Masculinity (1998), la mascolinità — intesa come l’insieme di attributi, comportamenti e ruoli generalmente associati agli uomini — è stata costruita socialmente come qualcosa che deve essere protetto e difeso dagli attacchi esterni.
Gli standard di mascolinità variano a seconda delle diverse culture e periodi storici. Nella società occidentale, la essa include caratteristiche come la forza, il coraggio, e l’autorevolezza. Qualunque atteggiamento si distacchi da tali connotati minaccia dunque la capacità degli uomini cisgender di essere considerati “veri uomini“.

Questa costante ansia di risultare effemminati o deboli agli occhi deə altrə ha un nome: mascolinità fragile. E ha anche delle conseguenze psicologiche devastanti per tuttə coloro che non si rispecchiano appieno negli standard di mascolinità e femminilità.

 

Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

enbypost

Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore

3 Webinar per capire il NON binarismo di genere

NON binarismo di genere

Ci sono ancora tante persone che ignorano il significato di binarismo di genere, ma che  hanno una mentalità basata su questo. Non ti nascondo che le prime volte anche a me questo vocabolo suonava stranissimo,  quasi impossibile da associare all’essere umano.

Però qualcosa mi diceva che il binarismo può essere negativo! Infatti, perché dobbiamo ragionare sempre secondo un metodo binario? Bello o brutto, abile o disabile, eterosessuale o omosessuale. Ma veramente le persone sono classificabili in 2 modi a prescindere da tutto?

Il vocabolario on-line Treccani riporta questa definizione:

binarismo s. m. [der. dell’agg. binario; cfr. il fr. binarisme]. – In linguistica, teoria che riconduce i sistemi fonologici di una lingua a un numero limitato (circa una dozzina) di opposizioni fonologiche binarie, e che consente quindi che ogni forma sia definibile in funzione del principio binario (presenza o assenza di un tratto o carattere distintivo pertinente, come, per es., vocalico, consonantico, nasale, ecc.).

Perché non dovremmo vivere in un mondo NON binario? Se anche  tu non fossi a tuo agio, rimane il fatto che molte cose stanno cambiando in senso contrario; finanche alla declinazione dei sostantivi di professione per dare spazio all’inclusività.

È altamente probabile che sia solo il tuo bisogno di conoscere. Dipende dalla dominante concezione di sesso e genere nettamente distinti e classificati secondo femminile e mascolino: perché non dovresti affrancarti dal dualismo?

Ecco perché ti invito caldamente a seguire gli imminenti 3 Webinar  della miniserie “Non è mai troppo tardi – Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto binario”, organizzato da ArciAtea con la preziosa collaborazione di Progetto Genderqueer.

Il titolo è decisamente irriverente, ma gli incontri vogliono guidare i partecipanti verso riflessioni profonde. Lo scopo dell’iniziativa è traghettare i nativi binari nel dialogo e nella conoscenza delle tematiche LGBT+.

Intanto voglio proporti  un assaggio di ciò che ti aspetta lungo il cammino, riportando una breve intervista agli esponenti degli enti promotori, ArciAtea e Progetto Genderqueer.

ArciAtea e la religione sul NON binarismo

Per offrirti  un gustoso aperitivo in attesa dei Webinar  mi sono fatto aiutare da Giancarlo Striani di ArciAtea, uno dei fondatori e componente dell’Ufficio di Presidenza di ARCI Milano – Lodi – Monza e Brianza. Una persona risoluta e  amante del pensiero critico, pronta a rispondere alle mie poche, spinose domande sul NON binarismo.

Riccardo: Statisticamente è assodato che la concezione binaria della persona sia base di lancio perfetta per il missile della discriminazione di genere. Secondo ArciAtea quanto un aumento della laicità della società civile può contrastare il fenomeno?

Giancarlo: In Italia la partecipazione quali-quantitativa ai riti dei fedeli cattolici è in costante calo, ma non la presenza politica e mediatica della chiesa, come si è visto nello stop al ddl Zan. Dobbiamo quindi mobilitarci per affermare il principio che nella sfera privata siamo tutti diversi, ma nella sfera pubblica dobbiamo essere considerati tutti liberi e uguali, capaci di autodeterminarci.

Essere laici oggi significa rispettare tutte le credenze, religiose o meno, che però devono restare nella sfera privata, non pretendere di orientare la sfera pubblica: lo Stato deve essere laico, cioè non basarsi su principi indiscutibili imposti da qualcuno, tranne il principio di libertà e uguaglianza, fondamento della nostra Costituzione repubblicana.

Ma il significato del termine laicità è stato deformato, soprattutto dalla chiesa cattolica, che si è inventata che esisterebbe una laicità cattiva, “escludente”, e una laicità buona, “inclusiva”, guarda caso quella che consente i suoi privilegi e i suoi condizionamenti sulla società. In realtà la laicità della modernità si basa sull’etsi deus non daretur, indica che la società deve essere gestita “come se dio non fosse dato”, cioè su libere scelte, non su dogmi del tipo: “Dio lo vuole”, “la Natura lo vuole”, “il Capo lo vuole”, ecc.

Riccardo: Il passare del tempo porta le generazioni ad essere sempre più laiche ed agnostiche: in che modo questo può influire sulla tolleranza “del diverso”?

Giancarlo: Tutte le ricerche, anche quelle commissionate dalla Conferenza Episcopale, indicano che aumentano atei e agnostici (soprattutto tra i giovani), aumenta il pluralismo religioso (soprattutto per le migrazioni), la religione è vissuta più superficialmente anche dalla maggior parte di chi si dichiara ancora credente (religione a bassa intensità); inoltre, in tutte le confessioni religiose c’è chi si “radicalizza” e pretende di imporre agli altri la sua visione del mondo.

Per questi ultimi, oggi è più difficile sostenere che dobbiamo comportarci in un certo modo per ordine di una divinità; allora preferiscono dire che ce lo prescrive la “Natura”, intesa come essenza, come assoluto, quindi immodificabile. Invece la natura dovrebbe essere intesa come relazioni, come ambiente storicamente determinato, che ha sedimentato schemi cognitivi e comportamentali, spesso molto radicati e condizionanti, ma pur sempre modificabili con la lotta.

Non dobbiamo accontentarci della tolleranza nei confronti dei “diversi”. La libertà, l’uguaglianza, i diritti, o sono universali o non sono; altrimenti diventerebbero solo privilegi per alcuni. Le discriminazioni colpiscono più direttamente i “diversi” ma riguardano tutti, anche chi preferisce adottare comportamenti “tradizionali”; e i vari “diversi” devono giustamente rivendicare le loro specifiche identità, ma senza chiudersi in bolle autoreferenziali, senza auto-ghettizzarsi.

Riccardo: In quali termini i principi fondanti di ArciAtea sono contigui a quelli su cui si basa la mission del Progetto Genderqueer?

Giancarlo: ArciAtea aderisce al progetto teorico e politico dell’illuminismo, centrato sull’autodeterminazione dell’umanità, da cui discende il pensiero liberale (siamo formalmente liberi e uguali) e socialista (dobbiamo essere effettivamente liberi e uguali); ArciAtea promuove il razionalismo scientifico e la lotta intersezionale contro tutte le forme di oppressione.

Le diversità sono una ricchezza quando sono scelte, non quando ci vengono imposte. Per ArciAtea sostenere che dobbiamo comportarci “come se il sesso biologico non fosse dato” (etsi sexus non daretur) è un aspetto particolare del più generale principio di laicità. “Non si capisce” perché nascere con un pene o una vagina dovrebbe imporci dei ruoli; o meglio, abbiamo capito che richiederà tempo e fatica, ma lottando potremo spezzare questi stereotipi sedimentati da discriminazioni e oppressioni millenarie.

La democrazia non è solo una procedura elettorale e non è esportabile (come abbiamo drammaticamente visto in Iraq ed Afghanistan). La democrazia è partecipazione, è educazione reciproca, è una pedagogia circolare. Molti nativi binari, pur simpatizzando per il movimento LGBT+, hanno bisogno di conoscere meglio queste tematiche, di educarsi. Contribuire a farlo è un interesse reciproco di Progetto Genderqueer e di ArciAtea, e non è mai troppo tardi.

L’evoluzione NON binaria per Progetto Genderqueer

Ora vengo alle parole di Nathan Bonnì per Progetto Genderqueer, fondatore della piattaforma culturale dedicata ai percorsi dei transgender non medicalizzati e noto attivista di lungo corso, saggista e autore. Quale migliore interlocutore per discutere di mondo circostante.

Riccardo: Come pensi che sia cambiata nel corso degli ultimi decenni la tolleranza sociale nei confronti delle persone NON binarie? Ritieni che le forme di apertura della Chiesa nei confronti dell’identità di genere “non standard” stia alleviando lo stigma sociale?

Nathan: È un periodo ambivalentedo ambivalente: negli anni ’70 e ’80 c’era stata un’apertura verso i ruoli di genere non binari, e anche la moda e il costume si aprivano all’androginia.  Negli anni 90 c’è stato un periodo di retroguardia.

Non seguo molto ciò che dice la Chiesa Cattolica sulle persone transgender. So che ha contrastato fortemente il ddl Zan, causandone in buona parte il fallimento. Gli ultimi decenni, però, sono serviti ad un avanzamento non piccolo dei diritti LGBT e della conoscenza delle soggettività non eterosessuali e non cisgender, anche, banalmente, tramite le serie Tv di netflix e tramite i social media.

Sicuramente, le soggettività non binary sono ancora oppresse, e anche coloro che vogliono uscire dal binarismo, pur non essendo transgender o enby, non hanno poi, di fatto, questa grande libertà d’espressione. E’ ancora difficile, per un uomo, uscire dal modello di “maschile tossico” senza che ciò comporti l’identificazione come gay, né per una donna è ancora possibile uscire di casa con le gambe non depilate, ad esempio.

E anche nel mondo transgender, hanno cittadinanza, e ancora con grande difficoltà, solo coloro che percorrono l’iter canonico indicato nella legge 164/82.

Riccardo: Ultimamente la comunicazione commerciale è sempre più orientata all’accettazione di ciò che non è statisticamente maggioritario: astuzia di mercato o vera voglia di contribuire al cambiamento?

Nathan: Ci sono dei mercati di nicchia, ma questo non deve entusiasmare. Faccio un esempio: su Amazon è possibile comprare un Binder, tuttavia è difficilissimo trovare binder che vada bene ad una persona “curvy”.

E la moda strizza l’occhio all’androginia, ma è sempre un’androginia giovane, magra, priva di peli. E invece il non binarismo comprende tutti i tipi di corpi, giovani, vecchi, magri, grassi, pelosi e glabri, tatuati o non tatuati, ma anche corpi disabili. E la moda veicola una visione distorta e “sterile” di non binarismo.

Come partecipare ai Webinar

Il ciclo di Webinar per i nativi binari che vogliono dialogare e conoscere meglio le tematiche LGBT+ si compone di tre appuntamenti on-line.

Il primo incontro si terrà venerdì 17 dicembre 2021, alle ore 21, e affronterà il tema degli stereotipi di genere. Gli altri seguiranno con un intervallo di tre settimane circa.

È una occasione di incontro rivolta a tutti e tutte, anzi a tuttə! Non mancare di collegarti in diretta tramite Zoom, oppure in differita nel canale YouTube di ArciAtea.

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/86579489141?pwd=VXJub1RxN3ZZdjZTaGhTdDVoeXZvQT09

ID riunione: 865 7948 9141
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Come declinare i sostantivi di professione: linee guida per un corretto uso della lingua italiana moderna

sostantivi-di-professione

Premessa sui sostantivi di professione

Questo articolo non vuole sostituire alcun manuale di grammatica, per quelli vi basta andare in libreria e acquistarne uno, o in biblioteca e prenderlo in prestito. Piuttosto, vuole provare a dare una risposta da un punto di vista socio-culturale. Come si declinano correttamente i sostantivi di professione? Non avrete di certo difficoltà a indicare il femminile dei termini cassiere, maestro, e attore. Ma se doveste declinare il femminile di avvocato?

Avvocato, che domande!”, direbbero alcunə.

Avvocata!”, per altrə.

“No no, state sbagliando tuttə. Si dice avvocatessa”.

Un problema che sembra riguardare esclusivamente le soggettività binarie. Se una persona non si rispecchia né nel genere maschile né in quello femminile, qual è la declinazione corretta da utilizzare? Dubbi e incertezze si fanno spazio nella mente, tanto da far salire un gran mal di testa che ci fa dire “Basta, ci rinuncio”. E invece no, io non ci rinuncio, voglio trovare una soluzione alla declinazione dei sostantivi di professione valida per tuttə e una volta per tutte.

 

Andiamo per ordine

La grammatica italiana parla chiaro: il femminile di direttore è direttrice, così come il femminile di redattore è redattrice, e infine il femminile di avvocato è avvocata o avvocatessa. Sono corrette entrambe le opzioni, quindi qual è il motivo per cui nella maggior parte dei casi si utilizza il maschile anche per indicare il genere femminile? In questo caso proprio il genere femminile sarebbe avvantaggiato. Oppure no.

Il “problema” dell’uso dei femminili è stato anche oggetto di interesse di numerosə linguistə: nel 2013 Cecilia Robustelli, linguista e accademica, cura “Infermiera sì, ingegnera no”, un tema di discussione sul sito dell’Accademia della Crusca in cui parla delle resistenze all’uso del femminile. Robustelli sottolinea il più grande errore comune quando si parla di sostantivi di professione, ovvero l’idea che l’utilizzo del femminile sia dovuto a linguisticə, quando in realtà il problema alla base è di tipo culturale. Utilizzare i femminili, secondo la linguista, è indispensabile affinché i ruoli ricoperti dalle donne vengano riconosciuti a pieno titolo all’interno di una società che per secoli ha alimentato il patriarcato.

Anche la social-linguista Vera Gheno è giunta alla conclusione che solo utilizzando i sostantivi femminili è possibile dare visibilità e riconoscimento alle donne, le quali molto spesso hanno dovuto sentir dire che alcuni sostantivi di professione al femminile “non vanno bene, suonano male”. Eppure la lingua è fatta di suoni, e a questi ci si può facilmente abituare (d’altronde la lingua ha subito, nel corso dei secoli, numerose variazioni a cui ci siamo pian piano abituati).

Succede che ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone. […] Le questioni linguistiche non sono mai velleitarie, perché attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero, la nostra essenza stessa di esseri umani, ciò che siamo e ciò che vogliamo essere.[1]

 

Cosa fare se si è in dubbio sulla declinazione corretta dei sostantivi di professione?

Può sembrare scontato dirlo, ma da quando i vocabolari vengono consultati quasi esclusivamente online, sembrano aver assunto un po’ lo stesso valore di Wikipedia – tutti sappiamo, però, che non è così. Fidiamoci dei dizionari della lingua italiana, scegliamone uno aggiornato e abbastanza moderno che sia capace di testimoniare la lingua nel presente storico. In questo modo non incapperemo in errori e una volta per tutte saremo fuori da quelle che Umberto Eco ha definito “legioni di imbecilli”.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” [2]

 

Due recenti eventi sono stati sotto i riflettori e oggetto di critiche sotto un punto di vista linguistico oltre che culturale

Mi riferisco all’elezione della rettrice dell’Università La Sapienza di Roma, Antonella Polimeni, e a Stéphanie Frappart che il 2 dicembre 2020 ha arbitrato la partita di Champions League Juve vs. Dinamo Kiev. Sono eventi di cui parla anche Vera Gheno ne parla in questo articolo  per dare risposta alle numerose obiezioni contro l’utilizzo dei termini “rettrice” e “arbitra”. Si tratta di termini assolutamente corretti, confermati anche dal dizionario della lingua italiana Zingarelli. Inoltre, i due lemmi non rappresentano dei neologismi, ma sono coppie di parole presenti già nella lingua latina nelle forme rector/rectrix e arbiter/arbitra, e poco conta che questi termini abbiano subito delle variazioni semantiche, ovvero il loro significato è cambiato. Insomma, il latino è una lingua morta, ma mica tanto oserei dire.

 

Ci sono casi in cui le donne rifiutano la declinazione al femminile dei sostantivi di professione

Il direttore d’orchestra Beatrice Venezi ha sollevato un’importante polemica durante il Festival di Sanremo 2021: rifiuta il femminile direttrice preferendo la declinazione al maschile.

“Quello che per me conta è il talento e la preparazione e soprattutto il ruolo, in un contesto molto tradizionalista e conservatore come quello della direzione d’orchestra e della musica classica. È fondamentale per una donna che non venga discriminata e chiamarla direttrice è quasi una discriminazione perché vuol dire che non ti mettono nello stesso insieme di tutti i direttori d’orchestra, è questa la verità.

Rifiutare il femminile non è una scelta legata alla grammatica, che come ho detto prima parla chiarissimo. Si tratta, piuttosto, di una scelta legata a motivi sociali e culturali.

Beatrice Venezi non è la prima e non sarà, ahimè, l’ultima. Di recente ho discusso la mia tesi di laurea magistrale presentando i risultati ottenuti da un questionario che aveva l’obiettivo di osservare l’attitudine delle persone di fronte alle tematiche di genere. Tra le varie domande, due di queste sono:

  1. Qual è la tua professione?
  2. Qual è il femminile corretto del termine avvocato tra “avvocato, avvocata, avvocatessa”?

Dall’analisi è emerso che alcune donne che hanno risposto al questionario hanno indicato la propria professione con il termine avvocato, ma alla seconda domanda hanno risposto con avvocata. Mi sono chiesta, quindi, quale fosse la ragione per cui sono stati utilizzati due termini con declinazioni differenti. Come se il maschile fosse più professionale del femminile e, riportando le parole del direttore Beatrice Venezi, meno discriminatorio.

Anche nel mondo dell’architettura alcune donne rifiutano la declinazione architetta (per un approfondimento vi rimando a questo articolo) e sollevano un enorme polverone fatto di polemiche, misoginia, patriarcato e chi più ne ha più ne metta.

 

Soluzioni inclusive contro il binarismo di genere

Eccoci arrivati al fulcro del problema. Abbiamo visto che esiste il maschile, e abbiamo visto che esiste anche il femminile (quindi, per favore, usatelo). Qual è la soluzione per i sostantivi di professione in riferimento a professionistə e persone no binary? C’è chi sostiene che bisognerebbe utilizzare ancora il maschile sovraesteso, cioè un termine con desinenza maschile per indicare tutti i generi. Più o meno quello che succede adesso, ma il problema resta.

Se possiamo scegliere di utilizzare il maschile così come il femminile, perché non poter scegliere anche un neutro? Si tratta di un problema “tutto italiano”, perché la nostra lingua non ha di per sé un genere neutro come ad esempio la lingua tedesca. Ma alcune soluzioni sono attuabili fin da subito.

Mentre per il mondo dell’architettura un compromesso potrebbe essere il termine Arch., per gli altri settori professionali si potrebbero utilizzare soluzioni inclusive come la schwa (ə). “E come si pronuncia?”, direte voi. Come suggerisce Giulia Blasi nel suo saggio “Rivoluzione Z”,

è il suono dopo l’apostrofo quando Don Pietro Savastano, in “Gomorra”, dice «Ce ripigliamm’ tutt’ chell’ che è ‘o nuost’»

E se la schwa non piace (non ditemi che non sapete pronunciarla, perché vi sento cantare le canzoni napoletane in macchina), allora perché non creare neologismi che rendano felicə tuttə? Basta solo un po’ di volontà e niente è impossibile.

 

Note

[1] Gheno V., Femminili Singolari, cit., p. 15.

[2] Nicoletti Gianluca, Eco Umberto: Con i social parola a legioni di imbecilli, “La Stampa”, 11 giugno 2015

Sex Education: una serie anche nostra

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Sex Education è una serie televisiva britannica del 2019 arrivata alla terza stagione.
Nel corso degli episodi seguiamo le vicende dei due protagonisti, Otis e Mev, e dei lori amici e compagni del liceo Moordale. I ragazzi nel corso del tempo si troveranno ad esplorare la sessualità abbandonando la retorica della soppressione degli istinti e dei non detti, preferendo una narrazione più schietta, approfondita ed accogliente verso la diversità.


Sex Education: il personaggio di Cal

Nella terza stagione incontriamo il personaggio di Cal, non binary che in lingua inglese adotta i pronomi They/Them. Cal fin da subito entra in conflitto con la politica restrittiva di una scuola che nemmeno concepisce il concetto di non binarietà.
Cercano di imporlə una divisa scolastica che non lə mette a suo agio, non sanno cosa fare quando la scelta di dividere il corridoio o le classi secondo i due generi maschile e femminile non può (e non deve) adattarsi a ləi.
Non solo, Cal si trova a dover difendere la sua identità anche nella vita privata, quando il suo ragazzo Jackson non lə comprende a fondo e ha difficoltà nel non considerarlə una femmina.
Di grande impatto anche una scena nel finale di stagione, quando Cal si trova ad insegnare l’uso di un binder ad unə compagnə di scuola anch’essə non binary, Layla, occupatə nel compiere i primi passi alla scoperta del suo vero io.
Molti di di noi sicuramente avrebbero voluto unə Cal accanto in questa fase della vita.
Come non citare in ultimo lo splendido dito medio alzato contro la preside, durante un saggio che avrebbe avuto come fulcro un anacronistico ritorno all’ortodossia educativa e che invece diventa un canto liberatorio celebrante la sessualità.

L’artista che interpreta il personaggio di Cal è Dua Saleh, musicista di Minneapolis originariə del Sudan. Anche nella vita reale Dua si identifica come persona non binaria, e così come il suo alter ego “rompe gli schemi e tutte le regole”, militando in associazioni LGBT fin da giovanissimə nonostante un ambiente familiare religioso e reticente ad accogliere la sua identità.

La rappresentazione della comunità enby

Quanto è importante la rappresentazione della comunità non binary al grande pubblico?
Risposta breve: tanto.
Possiamo però arrischiarci nel fare qualche altra riflessione.
La rappresentazione nei media di massa di una comunità risulta fondamentale per palesare l’esistenza della comunità stessa. Se non si parla di qualcosa, quella cosa non esiste. In barba al pensiero tutto piccolo borghese, votato alla vergogna ed alla falsa modestia, che promette la libertà di poter fare tutto e di poter essere ciò che si è ma solo nel segreto delle proprie quattro mura, come se il mondo fosse una sfera sorda ed imperturbabile, da privare di quelle persone coraggiose che vogliono vivere la loro vera identità alla luce del sole.
Come se la nostra identità fosse un capriccio, una sciocca vanteria messa su per condire un’interiorità vuota. Incredibile doverlo dire, ma non è così.
Alle spalle di una persona che si distacca dal binarismo di genere c’è tanto coraggio, tanta consapevolezza, e purtroppo per molti di noi, tanta sofferenza.

Nella speranza che lə nostrə beniaminə ritorni più forte e più in gamba di prima nella quarta stagione, ci auguriamo che la rappresentazione della comunità abbia sempre più peso in futuro.