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neurodivergenza

Intervista ad una persona ADHD

Intervista ad una persona ADHD

Quando pensiamo all’ADHD cosa ci viene in mente? Potrebbe venirci in mente quella puntata dei Simpsons in cui qualcosa di molto simile viene diagnosticato a Bart, che imbottito di cure sperimentali scoprirà la cospirazione che c’è dietro al satellite per le partite di baseball.
In questo articolo di ADHD ne parliamo per davvero, cercando di lasciarci alle spalle stereotipi e credenze ed abbracciando quello che ci dice la scienza,  ə professionistə e le persone ADHD.

L’intervista qui di seguito è con Barbara Centrone, persona ADHD, Dottoressa Magistrale in Scienze della Formazione Primaria, attivistə e divulgatrice sia su Youtube che su Instagram con la pagina “Cose molto ADHD”.

Identity First

ADHD è l’acronimo che indica il disturbo da deficit di attenzione e Iperattività.
L’ADHD è una neurodivergenza, non una patologia né una malattia, anche se è frequente che persone ADHD si sentano dis-abilitate dai contesti socioculturali, strutturati sulla norma neurotipica. Insieme ad altre neurodivergenze (come l’autismo, i disturbi specifici dell’apprendimento, la disprassia…) definisce a livello neurologico il modo in cui le strutture cerebrali sono formate e collegate, e quindi il modo in cui il cervello funziona.
Per questa regione l’ADHD non è qualcosa che si ha, è qualcosa che si è.
Questo concetto è importante perché allontana le neurodivergenze dalle malattie: non c’è nulla da curare. C’è solo un modo diverso di esperire e vivere il mondo.

ADHD
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Caratteristiche dell’ADHD

I criteri che costituiscono una diagnosi clinica attualmente sono tre: inattenzione, iperattività ed impulsività.
Tuttavia ogni persona neurodivergente è diversa dall’altra, ed anche il modo in cui si presentano i suoi tratti ADHD è diverso.
Tra i tratti che caratterizzano l’ADHD possiamo trovare la disregolazione nei circuiti della motivazione. Ciò può portare ad essere molto focalizzati  (iperfocus) quando qualcosa interessa e ad avere difficoltà nell’agire rispetto ad altro che non interessa.
Un’altra caratteristica dell’ADHD può essere la disregolazione emotiva, cioè la difficoltà nel gestire il proprio vissuto emozionale senza che questo ci sovrasti.

Queste e altre caratteristiche dipendono dal fatto che nelle persone ADHD le funzioni esecutive lavorano in modo diverso.
Alcune persone ADHD hanno un ritmo circadiano invertito: vivono di notte e dormono di giorno.
Moltə praticano lo stimming: la manipolazione di oggetti, il ripetersi di movimenti o parole o frasi per sfogare l’energia repressa, migliorare la concentrazione e ridurre il sovraccarico sensoriale.

ADHD
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Ipersensibilità sensoriale, meltdown e shutdown

Le persone ADHD possono percepire alcuni stimoli sensoriali come più invadenti: una forte luce può diventare abbagliante, il clacson di un’auto può assordare ed un maglione di lana soffocare. Per non parlare del cibo! Anche le consistenze, gli odori o i sapori di alcuni alimenti possono essere percepiti come insopportabili.
Il cervello ADHD ricerca stimoli continui, ma ha difficoltà nel filtrarli e isolarli. Quando la persona è in un contesto in cui è esposta a tantissimi stimoli diversi e simultanei, può andare in sovraccarico sensoriale. Questo sovraccarico grava sul sistema nervoso, che può reagire con un meltdown o uno shutdown.

Il primo termine, preso in prestito dalla fisica, indica un’esplosione di energia repressa verso l’esterno.
Il secondo termine, preso in prestito dall’informatica, indica uno “spegnimento”. La persona si scarica da tutte le sue energie e non ha la forza di fare nulla.
Entrambe le condizioni non sono reversibili a comando: sono modi con cui il sistema nervoso tenta di proteggersi.

Diagnosi

Perché è importante?

Vivere senza consapevolezza di quello che si è e di come si “funziona” ci fa sentire alienə in questo mondo strutturato, che non tiene mai conto delle nostre peculiarità e necessità. Si ha la sensazione di non essere mai abbastanza, di dover costantemente performare e sforzarsi per essere accettatə ed amatə, di doversi limitare fisicamente e psicologicamente per essere inclusə.
Questo processo di nascondimento della propria neurodivergenza prende il nome di masking.
Fare masking per lunghi periodi di tempo è stressante e rappresenta un fattore di rischio per altre condizioni, portando a situazioni che in ambito clinico sono definite di “comorbidità”: ansia, depressione e altre condizioni che minano la qualità della vita di una persona.

Come ottenerla?

Ricevere una diagnosi di ADHD in Italia risulta ancora complesso: molti passi avanti sono stati fatti per le diagnosi nell’infanzia, dove la formazione deə operatorə e deə docentə ricopre un ruolo fondamentale nell’indirizzare i genitori ad un professionista competente.
Per l’età adulta, il classico scenario è quello del “diventare lə medicə di me stessə”.
Di solito infatti è la persona adulta a dover cercare e contattare lə professionistə (psicoterapeuta o psichiatra), dopo essersi informatə per molto tempo o dopo una diagnosi in famiglia di unə bambinə in età scolare.
Specialistə espertə in ADHD nell’età adulta, che non abbiano bias di genere o stereotipi sulle neurorivergenze sono purtroppo pochissimə.
Molti territori non possiedonpossono vantare dei centri specializzati, anzi, il più delle volte bisogna farsi un lungo viaggio in treno (ricordandosi di scendere alla fermata giusta!) e magari pernottare fuori per le proprie visite.
Quindi ottenere una diagnosi e la conseguente consapevolezza di sé rimane un privilegio che molte persone non possono permettersi.

Nella pratica, la diagnosi avviene dopo uno o più colloqui e la raccolta di un’anamnesi dei comportamenti nell’infanzia (ricordiamo che ADHD si nasce), nell’adolescenza e delle difficoltà e peculiarità del presente. Se possibile si richiede un incontro con la famiglia e/o con lə partner. Lə specialistə somministra una serie di test, alcuni specifici per l’ADHD e alcuni con il fine di escludere eventuali condizioni differenti o concomitanti.

Stereotipi e Gender Gap

L’ADHD si porta dietro moltissimi stereotipi.
L’essere svogliatə, disordinatə, disorganizzatə, pigrə, distrattə, esageratə.
Ed è ancora peggio se pensiamo a quanto l’educazione abbia plasmato lo stereotipo diagnostico che anni fa veniva considerato la norma nell’ADHD, cioè quello iperattivo.

A bambini socializzati come maschi, per ragioni socioculturali, viene rimproverata molto meno l’iperattività motoria.
“Si sa come sono i bambini: sono più fisici, aggressivi, scappano di qua e di là e non ha senso tentare di contenerli”.
A bambine socializzate come femmine l’iperattività motoria viene rimproverata, eccome.
“Si sa come devono essere le bambine: delle signorine, calme, tranquille, sorridenti ed accondiscendenti con gli adulti”. Per la maggior parte di loro, grazie ad un dispendioso lavoro di masking, l’iperattività motoria diventa così iperattività mentale: la bambina sembra tranquilla ma è un vulcano di pensieri.
Ma anche qui, per ragioni socioculturali, la distrazione, la testa tra le nuvole e quella che viene definita “frivolezza” sono caratteristiche di frequente associate al genere femminile.

Ed ecco una ragione per la quale le diagnosi sono molto più facili e frequenti per i bambini socializzati maschi: perché spesso si diagnostica un bambino perché è fastidioso per chi gli è intorno, e non perché lo si osserva o si ha voglia di aiutarlo.
Il bambino che distrugge l’ufficio in sede di diagnosi è più fastidioso della bambina invisibile. Gli stereotipi e le aspettative di genere causano uno squilibrio diagnostico notevole, il che influenza e rafforza i bias di genere presenti in ambito clinico: un cane che si morde la coda.

Farmaci

Esistono in commercio delle molecole utilizzate per trattare alcune delle caratteristiche dell’ADHD.
Non tutte le persone decidono di assumerle, o comunque non optano per un trattamento in regime costante.
Il miglior consiglio è quello di informarsi con cognizione di causa nello scegliere o meno un trattamento farmacologico, parlandone con il proprio medico.
Ricordiamo di rivolgersi ad unə specialista espertə in ADHD nell’età adulta, che possa stilare un piano terapeutico che risponda alle caratteristiche e alle necessità della persona.
La scelta di non assumere farmaci è da rispettare tanto quanto lo è quella di assumerli, ognunə è diverso ed ha necessità differenti.

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Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

enbypost

Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore