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Intervista ad una persona ADHD

Intervista ad una persona ADHD

Quando pensiamo all’ADHD cosa ci viene in mente? Potrebbe venirci in mente quella puntata dei Simpsons in cui qualcosa di molto simile viene diagnosticato a Bart, che imbottito di cure sperimentali scoprirà la cospirazione che c’è dietro al satellite per le partite di baseball.
In questo articolo di ADHD ne parliamo per davvero, cercando di lasciarci alle spalle stereotipi e credenze ed abbracciando quello che ci dice la scienza,  ə professionistə e le persone ADHD.

L’intervista qui di seguito è con Barbara Centrone, persona ADHD, Dottoressa Magistrale in Scienze della Formazione Primaria, attivistə e divulgatrice sia su Youtube che su Instagram con la pagina “Cose molto ADHD”.

Identity First

ADHD è l’acronimo che indica il disturbo da deficit di attenzione e Iperattività.
L’ADHD è una neurodivergenza, non una patologia né una malattia, anche se è frequente che persone ADHD si sentano dis-abilitate dai contesti socioculturali, strutturati sulla norma neurotipica. Insieme ad altre neurodivergenze (come l’autismo, i disturbi specifici dell’apprendimento, la disprassia…) definisce a livello neurologico il modo in cui le strutture cerebrali sono formate e collegate, e quindi il modo in cui il cervello funziona.
Per questa regione l’ADHD non è qualcosa che si ha, è qualcosa che si è.
Questo concetto è importante perché allontana le neurodivergenze dalle malattie: non c’è nulla da curare. C’è solo un modo diverso di esperire e vivere il mondo.

ADHD
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Caratteristiche dell’ADHD

I criteri che costituiscono una diagnosi clinica attualmente sono tre: inattenzione, iperattività ed impulsività.
Tuttavia ogni persona neurodivergente è diversa dall’altra, ed anche il modo in cui si presentano i suoi tratti ADHD è diverso.
Tra i tratti che caratterizzano l’ADHD possiamo trovare la disregolazione nei circuiti della motivazione. Ciò può portare ad essere molto focalizzati  (iperfocus) quando qualcosa interessa e ad avere difficoltà nell’agire rispetto ad altro che non interessa.
Un’altra caratteristica dell’ADHD può essere la disregolazione emotiva, cioè la difficoltà nel gestire il proprio vissuto emozionale senza che questo ci sovrasti.

Queste e altre caratteristiche dipendono dal fatto che nelle persone ADHD le funzioni esecutive lavorano in modo diverso.
Alcune persone ADHD hanno un ritmo circadiano invertito: vivono di notte e dormono di giorno.
Moltə praticano lo stimming: la manipolazione di oggetti, il ripetersi di movimenti o parole o frasi per sfogare l’energia repressa, migliorare la concentrazione e ridurre il sovraccarico sensoriale.

ADHD
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Ipersensibilità sensoriale, meltdown e shutdown

Le persone ADHD possono percepire alcuni stimoli sensoriali come più invadenti: una forte luce può diventare abbagliante, il clacson di un’auto può assordare ed un maglione di lana soffocare. Per non parlare del cibo! Anche le consistenze, gli odori o i sapori di alcuni alimenti possono essere percepiti come insopportabili.
Il cervello ADHD ricerca stimoli continui, ma ha difficoltà nel filtrarli e isolarli. Quando la persona è in un contesto in cui è esposta a tantissimi stimoli diversi e simultanei, può andare in sovraccarico sensoriale. Questo sovraccarico grava sul sistema nervoso, che può reagire con un meltdown o uno shutdown.

Il primo termine, preso in prestito dalla fisica, indica un’esplosione di energia repressa verso l’esterno.
Il secondo termine, preso in prestito dall’informatica, indica uno “spegnimento”. La persona si scarica da tutte le sue energie e non ha la forza di fare nulla.
Entrambe le condizioni non sono reversibili a comando: sono modi con cui il sistema nervoso tenta di proteggersi.

Diagnosi

Perché è importante?

Vivere senza consapevolezza di quello che si è e di come si “funziona” ci fa sentire alienə in questo mondo strutturato, che non tiene mai conto delle nostre peculiarità e necessità. Si ha la sensazione di non essere mai abbastanza, di dover costantemente performare e sforzarsi per essere accettatə ed amatə, di doversi limitare fisicamente e psicologicamente per essere inclusə.
Questo processo di nascondimento della propria neurodivergenza prende il nome di masking.
Fare masking per lunghi periodi di tempo è stressante e rappresenta un fattore di rischio per altre condizioni, portando a situazioni che in ambito clinico sono definite di “comorbidità”: ansia, depressione e altre condizioni che minano la qualità della vita di una persona.

Come ottenerla?

Ricevere una diagnosi di ADHD in Italia risulta ancora complesso: molti passi avanti sono stati fatti per le diagnosi nell’infanzia, dove la formazione deə operatorə e deə docentə ricopre un ruolo fondamentale nell’indirizzare i genitori ad un professionista competente.
Per l’età adulta, il classico scenario è quello del “diventare lə medicə di me stessə”.
Di solito infatti è la persona adulta a dover cercare e contattare lə professionistə (psicoterapeuta o psichiatra), dopo essersi informatə per molto tempo o dopo una diagnosi in famiglia di unə bambinə in età scolare.
Specialistə espertə in ADHD nell’età adulta, che non abbiano bias di genere o stereotipi sulle neurorivergenze sono purtroppo pochissimə.
Molti territori non possiedonpossono vantare dei centri specializzati, anzi, il più delle volte bisogna farsi un lungo viaggio in treno (ricordandosi di scendere alla fermata giusta!) e magari pernottare fuori per le proprie visite.
Quindi ottenere una diagnosi e la conseguente consapevolezza di sé rimane un privilegio che molte persone non possono permettersi.

Nella pratica, la diagnosi avviene dopo uno o più colloqui e la raccolta di un’anamnesi dei comportamenti nell’infanzia (ricordiamo che ADHD si nasce), nell’adolescenza e delle difficoltà e peculiarità del presente. Se possibile si richiede un incontro con la famiglia e/o con lə partner. Lə specialistə somministra una serie di test, alcuni specifici per l’ADHD e alcuni con il fine di escludere eventuali condizioni differenti o concomitanti.

Stereotipi e Gender Gap

L’ADHD si porta dietro moltissimi stereotipi.
L’essere svogliatə, disordinatə, disorganizzatə, pigrə, distrattə, esageratə.
Ed è ancora peggio se pensiamo a quanto l’educazione abbia plasmato lo stereotipo diagnostico che anni fa veniva considerato la norma nell’ADHD, cioè quello iperattivo.

A bambini socializzati come maschi, per ragioni socioculturali, viene rimproverata molto meno l’iperattività motoria.
“Si sa come sono i bambini: sono più fisici, aggressivi, scappano di qua e di là e non ha senso tentare di contenerli”.
A bambine socializzate come femmine l’iperattività motoria viene rimproverata, eccome.
“Si sa come devono essere le bambine: delle signorine, calme, tranquille, sorridenti ed accondiscendenti con gli adulti”. Per la maggior parte di loro, grazie ad un dispendioso lavoro di masking, l’iperattività motoria diventa così iperattività mentale: la bambina sembra tranquilla ma è un vulcano di pensieri.
Ma anche qui, per ragioni socioculturali, la distrazione, la testa tra le nuvole e quella che viene definita “frivolezza” sono caratteristiche di frequente associate al genere femminile.

Ed ecco una ragione per la quale le diagnosi sono molto più facili e frequenti per i bambini socializzati maschi: perché spesso si diagnostica un bambino perché è fastidioso per chi gli è intorno, e non perché lo si osserva o si ha voglia di aiutarlo.
Il bambino che distrugge l’ufficio in sede di diagnosi è più fastidioso della bambina invisibile. Gli stereotipi e le aspettative di genere causano uno squilibrio diagnostico notevole, il che influenza e rafforza i bias di genere presenti in ambito clinico: un cane che si morde la coda.

Farmaci

Esistono in commercio delle molecole utilizzate per trattare alcune delle caratteristiche dell’ADHD.
Non tutte le persone decidono di assumerle, o comunque non optano per un trattamento in regime costante.
Il miglior consiglio è quello di informarsi con cognizione di causa nello scegliere o meno un trattamento farmacologico, parlandone con il proprio medico.
Ricordiamo di rivolgersi ad unə specialista espertə in ADHD nell’età adulta, che possa stilare un piano terapeutico che risponda alle caratteristiche e alle necessità della persona.
La scelta di non assumere farmaci è da rispettare tanto quanto lo è quella di assumerli, ognunə è diverso ed ha necessità differenti.

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Tape e Binder: come fasciarsi il petto

tape e binder

Una guida semplice su come ridurre la disforia

Cosa utilizzare? Tape, Binder, bende e altri rimedi

Che tu sia un neofita o un veterano, questa importante domanda ha assillato anche te.
Qui di seguito una piccola panoramica sui mezzi che hai a disposizione.

 

Tape Petto: come appiattire il seno senza binder

Il tape è un nastro simile ad un cerotto ospedaliero ma più elastico, generalmente dotato di una colla molto resistente. Viene utilizzato per fare pressione sul tessuto mammario ridistribuendone il grasso sottocutaneo in modo da appiattirlo il più possibile. Ne viene consigliato l’utilizzo alle coppe di medio-piccole dimensioni (di solito sotto una coppa C), perché spesso non garantisce una compressione sufficiente per taglie più grandi. Viene venduto anche online con misure diverse, che potete scegliere in base alle dimensioni del vostro petto o in base al modo in cui lo andrete ad applicare.
PRIMA di applicare il tape assicuratevi che la vostra cute sia pulita e intatta e coprite i capezzoli con del cerotto in modo che non siano a contatto diretto con la colla.

Come applicarlo

Per applicarlo consiglio di prendere prima le misure della sezione di nastro da tagliare e poi procedere a crearne i segmenti necessari. Per applicare il primo pezzo di tape di solito si procede paralleli alla linea intermammilare, che è la linea immaginaria che unisce i due capezzoli.
Sollevate parzialmente la linguetta di carta che protegge la parte con la colla e applicate il primo pezzettino di nastro più o meno al centro del vostro petto, leggermente più vicino alla parte da fasciare. Ora scollate un po’ per volta la parte in carta e fissate il cerotto al petto tirando gentilmente il nastro verso l’esterno mentre lo applicate. In questo modo da otterrete l’effetto contenitivo. Terminate l’applicazione fissando l’ultimo pezzo di nastro senza tirarlo, in modo da non essere scomodi. Potete applicare un secondo o anche un terzo pezzo di tape se necessario, sia parallelo al primo sia obliquo. Provate a fissarne un segmento nel modo qui descritto e di aggiungerne uno al di sopra, in obliquo di 45 gradi come se voleste collegare il primo strato con l’ascella.
Il consiglio più prezioso che sento di dare è però quello di provare: trovate il vostro modo. Ogni corpo è diverso e ogni petto è diverso, perciò il modo migliore di applicare il tape è quello che va bene per voi.

Pro e contro

I pro del tape sono che è pratico, non limita la respirazione e può essere portato anche per 3-4 giorni consecutivi. Di solito regge l’acqua quindi potete tranquillamente farvi una doccia tenendo il tape, ricordando di asciugarlo molto bene col phon una volta usciti per evitare qualsiasi danno alla pelle dato dal contatto costante con un tessuto umido.
Tra i contro, dovrete fare pratica nell’applicazione e nella rimozione. Utilizzate dell’olio e lasciate piano piano cedere la colla lasciando in posa circa venti minuti, staccando il tape magari sotto l’acqua calda. Non strappate! Inoltre attenzione alle reazioni allergiche alla colla, che possono sempre essere possibili.
Se siete soggetti allergici è consigliabile fare una prova di applicazione magari su una parte della pelle meno delicata.
Se avete problemi sensoriali con i tessuti potreste avvertire del prurito.

 

Cosa è un binder, dove comprare un binder, come fare un binder a casa

Il binder è una canotta contenitiva con la parte anteriore rinforzata. Se avete intenzione di comprare un binder prendete con cura le misure necessarie e confrontatele con le tabelle taglia presenti in ogni sito.
Evitate i binder con chiusura laterale o anteriore, spesso di scarsa qualità e per questo dannosi, in quando applicano una pressione mirata su alcuni punti della cassa toracica provocando importanti tensioni muscolari e costringendo il torace in una posizione innaturale.

Come applicarlo

Una volta arrivata la taglia corretta dovrete indossarlo: se è la prima volta pazientate, non andate nel panico! Essendo un tessuto rinforzata potreste metterci un po’ sia nell’indossarlo che nel toglierlo. Un’idea potrebbe essere quella di farvi aiutare da qualcuno di vostra fiducia le prime volte. Lo indossate dall’alto facendo attenzione che il tessuto non si arrotoli su sé stesso e poi con calma fate scendere prima un po’ la parte posteriore poi un po’ quella anteriore. Alternate i movimenti fino ad indossarlo correttamente. Prestate attenzione alla respirazione: se respirate con fatica il binder è troppo piccolo e potrebbe essere pericoloso. Un binder di taglia corretta dovrebbe permettervi una respirazione naturale e non inficiare la libertà di movimento quotidiana. Vivamente sconsigliato l’utilizzo di più di un sistema di fasciatura contemporaneamente (due binder o Tape e binder indossati uno sopra l’altro). Consigliate anche delle piccole pause mentre lo indossate togliendolo per qualche minuto e rindossandolo se necessario.

Pro e contro

I pro del binder sono la maggiore inclusività nelle taglie rispetto al tape, il non aderire direttamente alla pelle e il far “respirare” quotidianamente la pelle (perché si toglie più facilmente del tape).
Tra i contro, sicuramente c’è un maggior affaticamento del torace ed una maggiore difficoltà nella respirazione. Il binder copre anche la schiena (il che diventa problematico nella stagione calda), inoltre deve essere tolto dopo un massimo di otto ore di utilizzo, per consentire il riposo delle parti del corpo sotto pressione. Non è possibile dormire con il binder ancora indossato perché potrebbe compromettere la respirazione durante la notte.

 

Tape e binder: cosa fare nel mentre e come mettere il tape sul seno

Una buona abitudine è quella di assicurarsi un’idratazione sufficiente a funzionare. Quindi, in generale e soprattutto se avete fasciato il petto, bevete abbastanza acqua. Indossando alcuni tipi di binder è sconsigliata l’attività sportiva (informatevi durante l’acquisto o tramite il venditore). Cercate di mantenere una postura corretta per non gravare ulteriormente sulla cassa toracica, ed evitate tutte le altre attività dannose per la vostra salute (il fumo, il consumo di alcol, la sedentarietà, una dieta alimentare disregolata).
Da evitare i rimedi casalinghi, che pur essendo economici e veloci da arrabattare, non sono sicuri e possono danneggiare la salute di chi li usa.

Un ultimo appunto

Quando ci si fascia il petto, un errore comune sta nell’aspettativa, nel pensiero “io mi fascio il petto perché lo voglio piatto”. Ma non esistono essere umani fatti in questo modo, perché oltre alla ghiandola mammaria e all’accumulo di adipe (maggiore nelle persone AFAB), nel petto ci sono anche dei muscoli. Quindi non è necessario raggiungere uno standard di piattezza impossibile per la maggior parte di noi, ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di utilizzare i dispositivi sopra consigliati per ridurre la disforia nei limiti delle possibilità umane, della sicurezza e della salute.

 

 

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Asessualità: parliamone

Asessualità

Tutte le persone appartenenti ad una minoranza sanno quanto sia importante diffondere la conoscenza e la consapevolezza del proprio vissuto. Questo articolo nasce proprio con questo scopo: parliamo dell’asessualità con Fabrizio Bertini, persona asessuale ed attivista LGBTQIA+.

Cos’è l’asessualità?

L’asessualità è un orientamento sessuale definito dall’assenza di attrazione sessuale, cioè il desiderio istintivo di condividere un’attività sessuale di qualsivoglia genere.
L’asessualità è uno spettro in cui ogni persona ha il diritto di identificarsi dove e come crede, non è un tutto o nulla.
Alcune persone, ad esempio, riferiscono di provare attrazione sessuale più raramente o ad intensità minore della media (qui si parla di graysessualità), mentre le persone demisessuali provano attrazione sessuale ma prima di essa è presente un legame emotivo.

L’aromanticismo invece cos’è? Una persona asessuale è anche aromantica?

L’aromanticismo è un orientamento romantico (e non sessuale).
Le persone aromantiche non provano attrazione romantica. Questo non significa che disprezzino le relazioni umane in generale, semplicemente la loro mancanza di attrazione romantica può manifestarsi nel non desiderare una relazione.
Il movimento aro-ace (asessuale e aromantico) ha sfidato il tradizionale paradigma dell’inscindibilità dell’attrazione sessuale dall’attrazione romantica. Non per forza, infatti, gli orientamenti sessuali e quelli romantici procedono di pari passo.
Sembra inoltre che nel gruppo aro-ace ci sia una particolare indipendenza fra i due (solo il 20% delle persone asessuali si definisce anche aromantica).

Sex Positive, Neutral e Negative: di cosa si tratta?

Questi termini stanno ad indicare come le persone si pongono rispetto al sesso. Una persona asessuale infatti può possedere una libido, cioè il generico desiderio di intraprendere attività sessuale di qualsiasi genere.
Le persone asessuali Sex Positive possono provare piacere nel coinvolgersi in attività sessuali. Ciò può accadere per le ragioni più varie, ad esempio per vedere com’è, per divertimento, per scaricare lo stress ecc. ;
Le persone Sex Neutral si pongono in una posizione di indifferenza nei riguardi del rapporto sessuale; le persone Sex Negative evitano il sesso e possono arrivare ad avere repulsione per l’atto.
Nonostante ciò tuttə lə asessuali sono accomunatə dall’assenza di attrazione sessuale istintiva.

Tengo molto a specificare che nessunə deve spiegazioni su come vive queste dinamiche strettamente personali a meno che non scelga di farlo ed in quel caso è bene che ci si astenga dai giudizi perché è tutto legittimo finché non prevarica la libertà altrui di autodeterminazione e avviene tra persone adulte consenzienti.

L’asessualità e il desiderio ipoattivo sono la stessa cosa?

Il desiderio ipoattivo è una condizione clinica patologica che causa malessere alla persona interessata. La persona si sente a disagio nel non vivere il desiderio sessuale come vorrebbe.
Non può essere considerato in alcun modo sinonimo di asessualità in quanto quest’ultima è un orientamento sessuale, quindi non patologico. Il disagio provato da una persona asessuale nel vivere la sua identità è al massimo derivato da cause esterne, in primis dalla discriminazione sociale data da una cultura fortemente normativa e sessuocentrica.

Nel DDL ZAN articolo 1 comma c si legge: “per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi i sessi”.
Ciò esclude le persone asessuali. Qual è la tua opinione al riguardo?

È una grossa pecca il fatto che si escludessero lə asessuali.
Non sono tra lə più radicali che si sono dettə contentə che il decreto non sia passato, data l’esclusione della categoria. Penso sarebbe stato comunque un passo avanti per i diritti civili, una proposta sì incompleta ma eventualmente perfettibile una volta approvata.
Ma visto che è andata così spero si colga l’occasione per portare avanti qualcosa dal respiro universale la prossima volta.

A proposito di internet: quali sono i commenti che più spesso ricevi on line?

Ci sono persone che mi accusano di autoattribuzione ingiustificata dell’identità asessuale, nonché di aver scelto di astenermi dal sesso, come se l’orientamento sessuale fosse una scelta.
Ma è il comportamento sessuale ad essere una scelta, non l’orientamento. C’è chi ipotizza oscuri traumi reconditi e chi semplicemente ti taccia di “frigidità”.
Molti mi dicono che non ho trovato la persona giusta o che non sono in grado di eccitarmi, il che dimostra la totale ignoranza nella distinzione tra attrazione sessuale e libido.
C’è chi accusa gli asessuali di non essere in grado di innamorarsi o provare amore.
Succede che la gente si arroghi il diritto di dire che la tua è “solo” una relazione amicale, quasi a volerne minare l’importanza, come se amicizia e amore fossero cose nettamente distinte e il delta fosse dato solo dalla componente sessuale. Concezione della quale non discuto la validità per il vissuto di molte persone, ma che per me diventa molto rigida, omologante e conformistica.
Una problematica di quando si cerca di portare l’esperienza di un gruppo di individui (fosse anche quello statisticamente maggioritario) come verità assoluta, anziché riconoscere e di conseguenza valorizzare la variabilità individuale.
Tra i commenti più aberranti che ho letto rivolti alle persone asessuali c’è anche chi auspica (e in tristissimi casi concretizza) lo stupro riparatore.
Questa serie di commenti sono esemplificativi del concetto di afobia, l’avversione nei confronti dell’asessualità e delle persone che si identificano come asessuali.

Quali sono le discriminazioni che subisce la comunità asessuale?

La discriminazione maggiore che gli asessuali ricevono è il negazionismo.
Sono inoltre spesso accusate di “affamare” deliberatamente il partner, frustrandone egoisticamente i desideri. Assolutamente non vero, in ogni relazione bisogna definire i margini per potersi venire incontro sapendo che attrazione e comportamento sessuale sono cose differenti e che la comunicazione trasparente fa sempre la differenza.
Inoltre, è sempre giusto ribadire che il sesso anche in una relazione consolidata non è mai un diritto, bisogna sempre sincerarsi volta per volta che da parte dell’altra persona vi sia un consenso, che per altro è in qualsiasi momento revocabile.

L’asessualità è più diffusa tra persone di un genere specifico? È più difficile riconoscersi socialmente come asessuali se si è percepiti come uomini?

Per le persone genderqueer è possibile una sovrapposizione di unicità ma questo vale per tutte le persone della comunità LGBTQIA+ (se si varia lungo un asse può essere più probabile che si vari anche su altri, soprattutto se parliamo di dinamiche complesse come affettività e sessualità).
Si vocifera che ci siano più donne asessuali, però a questa stima sono molto forti le obiezioni che si basano sull’esistenza dei costrutti sociali di genere.

L’orientamento asessuale si pone in contrasto con la forte inclinazione alla sessualità selvaggia che si associa al genere maschile. Questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali gli uomini possono essere più restii a prendere consapevolezza di un eventuale orientamento asessuale, nonché a fare coming out.

È possibile fare un paragone tra la comunità transgender e la comunità asessuale. La comunità transgender subisce spesso una reazione dispregiativa da parte del grande pubblico, collegata anche al fatto che le persone trans vanno a scardinare il concetto di corrispondenza tra sesso assegnato e genere esperito. Allo stesso modo l’asessualità attenta alla normatività. Sei d’accordo?

Sì, molte delle reazioni destinate alla comunità asessuale sono di incredulità più che di genuina meraviglia, che seppur alla lunga irritante si potrebbe considerare come la risposta di primo acchito più umana di fronte a ciò che non si conosce.
Essendo la società in cui siamo immersi fortemente ipersessualizzata, non si concepisce l’idea che ci siano persone che sperimentano la realtà in modo diverso.
Tutto ciò che è differente può infatti suscitare “paura” e reazioni di intolleranza e rigetto da parte della maggioranza, che percepisce la differenza come minaccia alla validità dei propri schemi maggioritari.

Esistono etichette che definiresti superflue?

Le etichette non sarebbero necessarie se fosse validato qualunque vissuto purché non causi un danno allə prossimə, indipendentemente dalla sua frequenza statistica.
Purtroppo così non è e se una persona sente la necessità di porre le fondamenta per strutturare una propria identità le etichette possono essere il punto di partenza.
Non possono però essere un punto di arrivo, l’importante è che aprano orizzonti e non li limitino.
Solo alla persona spetta scegliere quale percorso seguire e di conseguenza come identificarsi.

In ultimo, come ti poni davanti agli stereotipi di genere e come si dovrebbe porre il mondo rispetto alle diversità?

Gli stereotipi di genere non scalfiscono minimamente l’integrità del mio essere, inteso nei termini del mio personale valore e dei miei personali valori.
Mi suscitano una “rabbia morale” perché li reputo una significativa ingiustizia della nostra società, perché subdola violazione dei diritti dell’individuo, nonché un’incredibile invalidazione di vissuti e di risorse.
Da un certo punto di vista, se il mio comportamento autodeterminato ha l’effetto di fare sberleffi di quello che la società si aspetterebbe da me, ben venga!

Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo bisogno di un paese che valorizzi le minoranze ancor più che un paese inclusivo, perché inclusione è a mio avviso un termine che esprime un approccio paternalisticamente asimmetrico che si concretizza in un’assimilazione nello schema maggioritario. Invece parlare di valorizzazione collima maggiormente con l’accoglienza dei vari spettri di diversità.
L’umanità, tuttavia, sembra non avere ancora imparato a generalizzare, traendo insegnamenti dai progressi compiuti in direzione antidiscriminatoria.
Non succede che con i passi avanti verso questa o quella minoranza si riesca a generalizzare sul fatto che la discriminazione alla fine non conviene a nessunə.
Ci si trova poi tuttə, indistintamente, a dover sostenere i costi della salute mentale e della discriminazione, dando un calcio alla possibilità di capitalizzare sulle risorse soggettive.

Per criteri assolutamente arbitrari e del tutto inutili si esclude una consistente fetta del potenziale apporto della variabilità umana. Anche volendo cinicamente tralasciare la dimensione etica, soffermandosi su quella prettamente utilitaristica, a che pro?
L’esclusione della diversità ostacola le persone nell’esprimersi e per questo limita il possibile apporto a favore della collettività di individui differenti.

 

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Pose: la serie tv che dà una casa alle persone transgender

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Pose è una serie televisiva statunitense dei registi Steven Canals, Ryan MurphyBrad Falchuk (se questi ultimi due nomi non vi sono nuovi, è perché li conoscete già: gli appassionati di horror e thriller li conosceranno per American Horror Story, mentre chi ama il musical li ricorderà per Glee).
La serie è ambientata a New York, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Qui, nei sobborghi di una città fatta di contrasti, in un periodo di espansione economica e possibilità, scendiamo i gradini che ci separano dalla magica e luccicante ball room.

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Nei primissimi minuti dell’episodio pilota vediamo le prove del Vogueing. Siamo immersi nel salotto di Casa Vandance, e conosciamo Candy, Lulu, Angel, Blanca e Madre Electra. Sono tutte donne transgender, che si aiutano a vicenda e condividono l’appartamento.
La sintonia in casa però sembra mancare: ci si scontra su quale sarà il tema da portare alla prossima ball.
Ma cos’è una Casa? Cos’è il Vogueing, ed una ball?

Pose: le case e la serie TV transgender

Appartenere alla comunità LGBT negli anni ’80 non è facile, ed esserne orgogliosi lo è anche meno. Per questo i giovani cacciati dalle loro case, ripudiati dalle loro famiglie, evitati e colpevolizzati dalla società e dallo stato per la diffusione di una malattia allora mortale (l’AIDS), non hanno più niente.
Non hanno un letto, non hanno cibo, non hanno un futuro. Ma alcune persone si ribellano: sono le Madri. Donne della comunità LGBT che accolgono giovani che hanno bisogno di aiuto, creando così una Casa, una vera e propria famiglia i cui componenti si appoggiano l’uno all’altro, dandosi quella sicurezza e quel sostegno che gli è stato negato dai loro genitori biologici.
Ma le Case, oltre ad essere un porto sicuro, sono anche dei palchi di prova per le ball.

Serie TV Pose: le ball e il Vogueing

Una ball è una grande competizione in cui si sfidano due o più case. Le sfide sono dirette da un commentatore e giudicate da un’apposita giuria. Esistono molte categorie per le quali partecipare, sfilando (ma anche ballando!) e dando il meglio di sé.
Alcune di queste categorie sono a tema, e si va a giudicare lo stile, l’abbigliamento, l’atteggiamento.
Per altre si può accedere in base a chi si è, come nelle categorie Butch Queen o Male Figure.
Altre ancora sono tematiche, come la categoria Business Man, che anche solo per una falcata in passerella dà la possibilità alle comunità svantaggiate ed escluse dalla vita borghese e privilegiata, di poterne vestire i panni.
E ovviamente, in alcune categorie si balla. È il caso del Vogueing, stile di danza nato negli anni ’60 ed ispirato alle pose dei modelli nelle copertine della rivista Vogue.
(Qui un avvertimento: una volta iniziata la serie, la canzone Vogue di Madonna rischia di diventare il vostro brano preferito, se non lo è già).

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Pose: le persone e i personaggi

Durante la serie incontriamo esponenti di tante minoranze.
Tra queste, bellissima è la rappresentazione della comunità lesbica e del movimento ACT UP, gruppo per la consapevolezza e il sostegno per le persone con HIV. Di grande impatto le ricostruzioni di alcune proteste e le rappresentazioni della sofferenza e della schiacciante ingiustizia riservata ai malati.
La comunità regina della serie però resta quella trans. Si stima che l’imponente ricerca di casting dedicato alla serie abbia incluso più di 50 personaggi transgender.

I premi, non solo delle ball

La serie viene premiata come miglior show LGBTQ dell’anno nei Dorian Awards del 2019, e l’attore Billy Porter vince per la miglior performance dell’anno in una serie tv.
L’attrice che interpreta Blanca, Michaela Antonia Jaé Rodriguez, è la prima persona transgender sia ad essere nominata come miglior attrice agli Emmy Awards, sia a vincere il Golden Globe del 2022 come Miglior attrice in una serie drammatica.

Questa serie è magica.
Se vi sentite solə.
Se essere voi stessə senza vergogna vi sembra difficile, alcuni giorni stremante.
Se non avete fatto coming out perché avete paura.
Guardatela, e non potrete far altro che partecipare anche voi ad una categoria,
e la categoria è: VIVI, SFOGGIA,POSA!

Moda foto creata da freepik – it.freepik.com

TikTok: uno strumento per la rappresentazione delle minoranze

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TikTok: cos’è?

TikTok è una piattaforma social creata nel 2016 con il nome di Musically, uno strumento che rappresenta anche le minoranze.
L’interfaccia del social appare molto diversa da quella delle altre piattaforme: appena aperta non troviamo nessuna bacheca ma veniamo catapultati in un contenuto, un video, dai 15 secondi ai 3 minuti che, il più delle volte, sfrutta degli audio di sottofondo in trend.

Una volta aperta l’applicazione possiamo scegliere se rimanere nei cosiddetti per te, in cui l’algoritmo consiglia video simili a contenuti con cui si ha già interagito, oppure passare in modalità seguiti, che mostrerà un solo video della cerchia di creator già seguiti.
Questi video sono creati direttamente dagli utenti e, nonostante i pregiudizi, possono rivelarsi davvero interessanti.

Punti di forza: rappresentazione e confronto

Esattamente come gli altri social (e, per i più nostalgici, anche come la televisione), TikTok è un contenitore. All’interno di questo specifico strumento si può caricare ciò che si vuole: da appetitosi video di cucina, a incredibili make-up tutorial, a recensioni di profumi, libri, locali. Fortissima è la rappresentazione delle minoranze.

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fonte: freepik

La grande forza del social è l’immediatezza con cui i contenuti arrivano da tutto il mondo: se si interagisce o si segue creator non-binary italiani, scorrendo i contenuti, ne saranno consigliati altri statunitensi, francesi, portoghesi, ecc…

Così accade anche per le disabilità e le neurodiversità: seguendo contenuti sull’ADHD o sullo Spettro Autistico, verranno consigliati argomenti simili.
Tutto questo amplifica enormemente l’audience raggiungibile dalle parole di una sola persona e permette di confrontare, con assoluta immediatezza, la propria realtà con quella del mondo.

 

TikTok per le minoranze: analisi delle criticità

Nonostante le grandi potenzialità del social, un uso continuativo e attento ne rivela alcune criticità.

Problema dell’advocacy

Si moltiplicano le attività di advocacy per le minoranze, dalle minoranze. Ma chi controlla l’attendibilità dei contenuti?

Essendo uno strumento alla portata di tutti, ognuno può caricare il proprio contenuto divulgativo. Spesso, però, i temi trattati sono complessi se non si è un professionista del settore e le polemiche non costruttive trovano terreno fertile.
Un esempio recente: la discussione sul definire le persone Asperger con questo nome. Alcuni divulgatori, infatti, asseriscono che Hans Asperger avesse legami con partiti di estrema destra.
Una polemica assolutamente sterile e anche dannosa per qualcuno che, in questo nome, riconosce parte della sua identità.
Un grosso problema è anche quello dei video con elenchi infiniti di sintomi.
Contenuti che, in una manciata di secondi, pretendono di definire disturbi, malattie o neurodiversità, ma il cui unico risultato è quello di confondere e destabilizzare chi li vede.
Più pericolosa di una mancanza di rappresentazione è la diffusione di una rappresentazione distorta.

Problema della “bolla”

I contenuti che ci verranno presentati nei per te, dopo un minimo di utilizzo, saranno legati alle preferenze che abbiamo espresso. Il risultato è che accederemo allo stesso side di TikTok a ogni login, vedendo sempre le stesse tipologie di contenuti.
Non è detto che questo campanilismo sia un male, perché ci permette di avere accesso a una bolla di persone e a contenuti a noi affini, il che può farci sentire meno soli e più rappresentati e, quindi, validi. 

L’isolamento nell’isola felice, però, è limitante e, alla lunga, più che aiutarci può ostacolarci. Anche se si ha la necessità di appartenere a una comunità online è necessario ricordare che c’è un mondo che va oltre la piattaforma digitale.

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fornita da freepik

Problema della rappresentazione

Cosa interessante: si è andato a sviluppare un fenotipo dominante a cui le persone non-binary dovrebbero tendere; bisognerebbe essere magrǝ, biancǝ, androginǝ e AFAB; un approccio all’espressione di genere non realistico e per alcuni, ovviamente, inarrivabile.

Tra i più giovani, esiste anche lo stereotipo degli interessi in comune verso animali o oggetti, come la fissazione per le rane, i funghi e tutto ciò che li richiama o li riproduce.
L’esistenza delle persone AMAB è poco riconosciuta, così come un’espressione di genere androgina sembra essere l’unica possibile per avere il passpartout alla non binarietà. Preferenza comune e legittima, ma non necessaria nel definire un’identità.

Nonostante la presenza di molte criticità, questo social rappresenta un megafono per le minoranze di ogni tipo, permettendo loro di parlare di se stesse da se stesse, di raggiungere un pubblico vastissimo e di dimostrare che, nonostante le piccole differenze, tutti noi siamo e rimaniamo, indiscutibilmente, umani.

 

Editing: Chiara Cremascoli

Sex Education: una serie anche nostra

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Sex Education è una serie televisiva britannica del 2019 arrivata alla terza stagione.
Nel corso degli episodi seguiamo le vicende dei due protagonisti, Otis e Mev, e dei lori amici e compagni del liceo Moordale. I ragazzi nel corso del tempo si troveranno ad esplorare la sessualità abbandonando la retorica della soppressione degli istinti e dei non detti, preferendo una narrazione più schietta, approfondita ed accogliente verso la diversità.


Sex Education e generi: il personaggio di Cal

Nella terza stagione incontriamo il personaggio di Cal, non binary che in lingua inglese adotta i pronomi They/Them. Cal fin da subito entra in conflitto con la politica restrittiva di una scuola che nemmeno concepisce il concetto di non binarietà.
Cercano di imporlə una divisa scolastica che non lə mette a suo agio, non sanno cosa fare quando la scelta di dividere il corridoio o le classi secondo i due generi maschile e femminile non può (e non deve) adattarsi a ləi.
Non solo, Cal si trova a dover difendere la sua identità anche nella vita privata, quando il suo ragazzo Jackson non lə comprende a fondo e ha difficoltà nel non considerarlə una femmina.
Di grande impatto anche una scena nel finale di stagione, quando Cal si trova ad insegnare l’uso di un binder ad unə compagnə di scuola anch’essə non binary, Layla, occupatə nel compiere i primi passi alla scoperta del suo vero io.
Molti di di noi sicuramente avrebbero voluto unə Cal accanto in questa fase della vita.
Come non citare in ultimo lo splendido dito medio alzato contro la preside, durante un saggio che avrebbe avuto come fulcro un anacronistico ritorno all’ortodossia educativa e che invece diventa un canto liberatorio celebrante la sessualità.

L’artista che interpreta il personaggio di Cal è Dua Saleh, musicista di Minneapolis originariə del Sudan. Anche nella vita reale Dua si identifica come persona non binaria, e così come il suo alter ego “rompe gli schemi e tutte le regole”, militando in associazioni LGBT fin da giovanissimə nonostante un ambiente familiare religioso e reticente ad accogliere la sua identità.

Genere e rappresentazione della comunità enby

Quanto è importante la rappresentazione della comunità non binary al grande pubblico?
Risposta breve: tanto.
Possiamo però arrischiarci nel fare qualche altra riflessione.
La rappresentazione nei media di massa di una comunità risulta fondamentale per palesare l’esistenza della comunità stessa. Se non si parla di qualcosa, quella cosa non esiste. In barba al pensiero tutto piccolo borghese, votato alla vergogna ed alla falsa modestia, che promette la libertà di poter fare tutto e di poter essere ciò che si è ma solo nel segreto delle proprie quattro mura, come se il mondo fosse una sfera sorda ed imperturbabile, da privare di quelle persone coraggiose che vogliono vivere la loro vera identità alla luce del sole.
Come se la nostra identità fosse un capriccio, una sciocca vanteria messa su per condire un’interiorità vuota. Incredibile doverlo dire, ma non è così.
Alle spalle di una persona che si distacca dal binarismo di genere c’è tanto coraggio, tanta consapevolezza, e purtroppo per molti di noi, tanta sofferenza.

Nella speranza che lə nostrə beniaminə ritorni più forte e più in gamba di prima nella quarta stagione, ci auguriamo che la rappresentazione della comunità abbia sempre più peso in futuro.