Nel suo Paese (la Romania) è una figura di grande spicco; in Italia, è semisconosciuto – e meriterebbe una maggiore fama. Mihai Eminescu (Botoşani, 1850 – Bucarest, 1889) è uno dei più significativi autori romeni del tardo Ottocento. La sua poetica ha tratti romantici, decadenti e Sturm und Drang. Nei suoi racconti e nelle sue poesie, l’espressione dell’amore si unisce alle riflessioni storiche e a tematiche esoteriche. La sua vita fu tormentata come la sua opera e anche alquanto breve. Probabilmente, non è errato leggere nelle vicende dei suoi eroi molto di lui stesso. Soprattutto, nella sua narrativa, è indagato l’insondabile mistero dell’io, tantopiù scomposto in diverse identità quanto più vastamente scoperto. Il bagaglio culturale di Mihai Eminescu, per quanto non sistematico, è certamente immenso: spazia dalla letteratura antica al folklore, dall’Occidente all’Oriente. Tutto questo varrebbe di per sé a gettare luce sulla sua concezione androgina del mondo e dell’io.

La natura androgina dell’Io nella narrativa di Mihai Eminescu

Ormai introvabile in formato cartaceo, ma preziosa è la raccolta La mia ombra e altri racconti (Milano 2000, BUR). Essa esiste ancora in formato Kindle ed è consigliatissima a chiunque volesse leggere testi emineschiani tradotti in italiano. A renderla ancor più apprezzabile sono il saggio introduttivo L’isola di Euthanasius, firmato da Mircea Eliade, e la prefazione Amore e morte curata da Marin Mincu.

Proprio di quest’ultimo sono alcune considerazioni che vale la pena citare alla lettera:

 

“Possiamo avanzare l’idea che la ricerca di sé da parte del soggetto sia, per Eminescu, l’esito di una tensione gnoseologica, mirata alla scoperta della realtà interiore custodita «nella profondità dell’anima».

            Il soggetto si tormenta tanto più in questa analisi autoscopica quanto più vuole risolvere il dilemma della propria identità androginica: ogni metamorfosi, ogni viaggio è guidato allora dal mistero erotico.” (Op. cit., p. 24).

 

In altre parole, Mincu individua ciò che (peraltro) è evidente: nell’io dei personaggi (e dell’autore?), sono presenti sia l’uomo che la donna, uniti nella medesima persona e distinti solo attraverso l’autoanalisi. Nello stesso io, c’è una fortissima tensione erotica fra due diverse parti, che – nei racconti emineschiani – prendono la forma di un giovane delicato e di una donna dominante, uniti da un desiderio implacabile.

È quello che vediamo nella parte finale de Gli Avatāra del faraone Tlà, uno dei racconti presenti nella raccolta citata. Avatāra, in sanscrito, indica la manifestazione visibile di una divinità sulla terra. Sarebbe dunque uno dei vari aspetti assunti da un dio, ogni volta che decide di incarnarsi nella storia umana. Nel racconto, si tratta di ciascuna delle identità assunte dal faraone Tlà, nel suo attraversare i millenni alla ricerca del proprio perduto amore. Solo quando s’incarna nel giovane Angelo ritrova la reincarnazione della sua Rodope… ma, ormai, l’animo di lui è divenuto freddo e misogino. Per innamorarsi nuovamente, deve incontrare il demone stesso dell’amore: Cesar, o Cesara, come si preferisce chiamarlǝ. Perché lǝi è maschio, è femmina e nessuno dei due. In qualsiasi forma si presenti, è eguale la sua forza prepotente, la sua capacità di coinvolgere l’animo e il corpo fino ad assorbirli in una passione totalizzante.

In questo episodio, è evidente l’influsso del sapere esoterico tanto caro ad Eminescu: quello che vive del mito alchemico della Rebis, la “cosa duplice” che realizza l’unione perfetta di maschio e femmina, di sostanze apparentemente opposte. Ma c’è anche lo strazio umanissimo di chi ritrova (sotto volti diversi) lo stesso bisogno di un amore travolgente, che restituisce il desiderio di vivere nel momento stesso in cui la sua intensità mette a repentaglio serenità e salute. È un’esperienza che trascende sessi e orientamenti: donne, uomini, persone non binarie, gay, lesbiche, bi- e pansessuali… nessunǝ ne è immune.

In tutto questo, potrebbe esserci anche una personale fascinazione di Mihai Eminescu verso i tipi androgini, una sua reale pulsione bisessuale? Difficile dirlo, dato che il racconto non lo dichiara. Ma un’altra opera fa propendere per questa tesi.

 

Una relazione fra due uomini

Genio desolato (composto fra il 1868 e il 1870, pubblicato postumo nel 1904) viene narrato in prima persona da un anonimo che vuole immortalare la figura di Toma Nour, un poeta giovane e geniale, ma già spezzato dalla vita. Dalla sua morte prematura, nasce il desiderio del narratore di pubblicare le memorie di Toma. Curiosa e significativa coincidenza: anche il romanzo reale avrà la stessa sorte di questo manoscritto fittizio. Il “gioco degli alter ego” di Mihai Eminescu si fa sempre più complesso.

Nelle proprie ultime pagine, Toma Nour ricorda anche la sua intensissima amicizia con Ioan, un ragazzo di cui sono ricordate sia la bontà angelica che la bellezza femminea. Anche lui è morto tragicamente, durante la Rivoluzione Ungherese del 1848 in Transilvania: quella in cui gli ungheresi, per l’appunto, cercarono l’indipendenza dall’impero austro-ungarico, includendo anche la Transilvania nel nuovo Stato magiaro, senza tener conto dei sentimenti nazionali della conterranea comunità romena. La questione fu non solo complicata, ma anche sanguinosa. A noi, in questa sede, interessa soltanto per il ruolo che ha avuto nel rapporto fra Ioan e Toma.

I ragazzi si sono conosciuti nel periodo degli studi e sono stati subito accomunati dall’indole pensosa e malinconica. Sono anche legati dal fatto di aver amato due sorelle, Sofia e Poesis, e di averle entrambi perdute (sia pure in modi diversi). Per liberarsi dalla triste memoria di Sofia, Ioan scompare, senza dire alcunché della propria destinazione. Toma, dopo un tentativo di suicidio per motivi sentimentali, ritrova l’amico proprio nel bel mezzo dei combattimenti fra romeni e ungheresi in Transilvania. La situazione estrema non può che intensificare ulteriormente il legame emotivo fra i due. Ecco cosa narra Toma nelle proprie memorie:

 

            “Nel campo trovai i miei compagni, tra i quali Ioan. Com’era bello, quella sera… me lo ricordo come fosse ieri. Col mantello che gli copriva la nuca e aperto sul petto, candido sotto la camicia; il volto pallido e dolce, pieno di bontà, gli occhi azzurri e malinconici; i capelli lunghi e biondi sulle spalle, coperti da un gran cappello nero. Era splendido, e bello come una donna, così biondo, pallido, attraente.

 – Sembri una ragazza! gli dissi, stringendomelo al petto.

– E tu un ragazzo! ribatté, ridendo come un pazzo.”

 (M. Eminescu, Genio desolato, Bergamo 1989, Pierluigi Lubrina Editore, p. 82).

 

Nemmeno ai più ingenui può sfuggire il reale sentimento celato dietro l’amicizia. Nella descrizione di Ioan, pare di rivedere l’androginia di Cesar/Cesara, l’incarnazione stessa dell’eros. La relazione fra i due uomini è persino più reale di quelle che essi hanno con le ragazze. Il “genio desolato” e il suo amico – per quanto eroi romantici – sono personaggi a tutto tondo, con una biografia complessa e nomi realistici. Al contrario, le loro donne sono più ideali e sfuggenti, immagini di perfezione e bellezza, oltre che di dolore; hanno persino nomi greci fortemente allegorici: Sofia e Poesis, ovvero “Sapienza” e “Poesia”. Più che la storia di due coppie, Genio desolato narra un legame fra due uomini, accomunati dalle proprie passioni deludenti per due ideali.

Il momento più passionale e toccante viene raggiunto durante l’agonia di Ioan fra le braccia di Toma:

 

            “Gli slacciai la camicia sul petto e cercai la ferita. Non era che una piccola ferita mezza nera e mezza rosa, sotto le costole; non sanguinava e proprio perciò gli causava torpore. Avvicinai la bocca alla ferita e succhiai con forza, finché tutta la bocca mi si riempì di sangue. […] Lo guardavo, e non dicevo più niente; infine baciai quel volto celestiale con la bocca piena del sangue del suo cuore. Il volto rimaneva immobile, morto; soltanto il suo candore contrastava stranamente coi fiori di sangue dei miei baci.” (Op. cit., pp. 85-86).

 

Ioan si spegne, confortato da un sentimento che è grande come il cosmo in cui si è generato: il cosmo in cui l’amore convive con l’odio, il maschio con la femmina, la vita con la morte, in una danza di “opposti” la cui “contrapposizione” genera il continuo movimento dei desideri, la rigenerazione di forme e identità, senza soluzione di continuità. L’io, in quanto piccolo cosmo, è capace di comprendere a propria volta questa immensa fantasmagoria. Ecco perché gli eroi di Mihai Eminescu possono essere uomo e donna contemporaneamente e ritrovare il più sublime fra i sentimenti in un volto maschile così come in un volto femminile. Non c’è ombra di “colpa”, né di “scherzo della natura”, in tutto questo. Chi conosce l’animo umano, come questo grandissimo autore, non ha paura della natura multiforme dell’eros.

 

Erica “Eric” Gazzoldi

Foto: Wikimedia Commons