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asessualità

Asessualità: parliamone

Asessualità

Tutte le persone appartenenti ad una minoranza sanno quanto sia importante diffondere la conoscenza e la consapevolezza del proprio vissuto. Questo articolo nasce proprio con questo scopo: parliamo dell’asessualità con Fabrizio Bertini, persona asessuale ed attivista LGBTQIA+.

Cos’è l’asessualità?

L’asessualità è un orientamento sessuale definito dall’assenza di attrazione sessuale, cioè il desiderio istintivo di condividere un’attività sessuale di qualsivoglia genere.
L’asessualità è uno spettro in cui ogni persona ha il diritto di identificarsi dove e come crede, non è un tutto o nulla.
Alcune persone, ad esempio, riferiscono di provare attrazione sessuale più raramente o ad intensità minore della media (qui si parla di graysessualità), mentre le persone demisessuali provano attrazione sessuale ma prima di essa è presente un legame emotivo.

L’aromanticismo invece cos’è? Una persona asessuale è anche aromantica?

L’aromanticismo è un orientamento romantico (e non sessuale).
Le persone aromantiche non provano attrazione romantica. Questo non significa che disprezzino le relazioni umane in generale, semplicemente la loro mancanza di attrazione romantica può manifestarsi nel non desiderare una relazione.
Il movimento aro-ace (asessuale e aromantico) ha sfidato il tradizionale paradigma dell’inscindibilità dell’attrazione sessuale dall’attrazione romantica. Non per forza, infatti, gli orientamenti sessuali e quelli romantici procedono di pari passo.
Sembra inoltre che nel gruppo aro-ace ci sia una particolare indipendenza fra i due (solo il 20% delle persone asessuali si definisce anche aromantica).

Sex Positive, Neutral e Negative: di cosa si tratta?

Questi termini stanno ad indicare come le persone si pongono rispetto al sesso. Una persona asessuale infatti può possedere una libido, cioè il generico desiderio di intraprendere attività sessuale di qualsiasi genere.
Le persone asessuali Sex Positive possono provare piacere nel coinvolgersi in attività sessuali. Ciò può accadere per le ragioni più varie, ad esempio per vedere com’è, per divertimento, per scaricare lo stress ecc. ;
Le persone Sex Neutral si pongono in una posizione di indifferenza nei riguardi del rapporto sessuale; le persone Sex Negative evitano il sesso e possono arrivare ad avere repulsione per l’atto.
Nonostante ciò tuttə lə asessuali sono accomunatə dall’assenza di attrazione sessuale istintiva.

Tengo molto a specificare che nessunə deve spiegazioni su come vive queste dinamiche strettamente personali a meno che non scelga di farlo ed in quel caso è bene che ci si astenga dai giudizi perché è tutto legittimo finché non prevarica la libertà altrui di autodeterminazione e avviene tra persone adulte consenzienti.

L’asessualità e il desiderio ipoattivo sono la stessa cosa?

Il desiderio ipoattivo è una condizione clinica patologica che causa malessere alla persona interessata. La persona si sente a disagio nel non vivere il desiderio sessuale come vorrebbe.
Non può essere considerato in alcun modo sinonimo di asessualità in quanto quest’ultima è un orientamento sessuale, quindi non patologico. Il disagio provato da una persona asessuale nel vivere la sua identità è al massimo derivato da cause esterne, in primis dalla discriminazione sociale data da una cultura fortemente normativa e sessuocentrica.

Nel DDL ZAN articolo 1 comma c si legge: “per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi i sessi”.
Ciò esclude le persone asessuali. Qual è la tua opinione al riguardo?

È una grossa pecca il fatto che si escludessero lə asessuali.
Non sono tra lə più radicali che si sono dettə contentə che il decreto non sia passato, data l’esclusione della categoria. Penso sarebbe stato comunque un passo avanti per i diritti civili, una proposta sì incompleta ma eventualmente perfettibile una volta approvata.
Ma visto che è andata così spero si colga l’occasione per portare avanti qualcosa dal respiro universale la prossima volta.

A proposito di internet: quali sono i commenti che più spesso ricevi on line?

Ci sono persone che mi accusano di autoattribuzione ingiustificata dell’identità asessuale, nonché di aver scelto di astenermi dal sesso, come se l’orientamento sessuale fosse una scelta.
Ma è il comportamento sessuale ad essere una scelta, non l’orientamento. C’è chi ipotizza oscuri traumi reconditi e chi semplicemente ti taccia di “frigidità”.
Molti mi dicono che non ho trovato la persona giusta o che non sono in grado di eccitarmi, il che dimostra la totale ignoranza nella distinzione tra attrazione sessuale e libido.
C’è chi accusa gli asessuali di non essere in grado di innamorarsi o provare amore.
Succede che la gente si arroghi il diritto di dire che la tua è “solo” una relazione amicale, quasi a volerne minare l’importanza, come se amicizia e amore fossero cose nettamente distinte e il delta fosse dato solo dalla componente sessuale. Concezione della quale non discuto la validità per il vissuto di molte persone, ma che per me diventa molto rigida, omologante e conformistica.
Una problematica di quando si cerca di portare l’esperienza di un gruppo di individui (fosse anche quello statisticamente maggioritario) come verità assoluta, anziché riconoscere e di conseguenza valorizzare la variabilità individuale.
Tra i commenti più aberranti che ho letto rivolti alle persone asessuali c’è anche chi auspica (e in tristissimi casi concretizza) lo stupro riparatore.
Questa serie di commenti sono esemplificativi del concetto di afobia, l’avversione nei confronti dell’asessualità e delle persone che si identificano come asessuali.

Quali sono le discriminazioni che subisce la comunità asessuale?

La discriminazione maggiore che gli asessuali ricevono è il negazionismo.
Sono inoltre spesso accusate di “affamare” deliberatamente il partner, frustrandone egoisticamente i desideri. Assolutamente non vero, in ogni relazione bisogna definire i margini per potersi venire incontro sapendo che attrazione e comportamento sessuale sono cose differenti e che la comunicazione trasparente fa sempre la differenza.
Inoltre, è sempre giusto ribadire che il sesso anche in una relazione consolidata non è mai un diritto, bisogna sempre sincerarsi volta per volta che da parte dell’altra persona vi sia un consenso, che per altro è in qualsiasi momento revocabile.

L’asessualità è più diffusa tra persone di un genere specifico? È più difficile riconoscersi socialmente come asessuali se si è percepiti come uomini?

Per le persone genderqueer è possibile una sovrapposizione di unicità ma questo vale per tutte le persone della comunità LGBTQIA+ (se si varia lungo un asse può essere più probabile che si vari anche su altri, soprattutto se parliamo di dinamiche complesse come affettività e sessualità).
Si vocifera che ci siano più donne asessuali, però a questa stima sono molto forti le obiezioni che si basano sull’esistenza dei costrutti sociali di genere.

L’orientamento asessuale si pone in contrasto con la forte inclinazione alla sessualità selvaggia che si associa al genere maschile. Questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali gli uomini possono essere più restii a prendere consapevolezza di un eventuale orientamento asessuale, nonché a fare coming out.

È possibile fare un paragone tra la comunità transgender e la comunità asessuale. La comunità transgender subisce spesso una reazione dispregiativa da parte del grande pubblico, collegata anche al fatto che le persone trans vanno a scardinare il concetto di corrispondenza tra sesso assegnato e genere esperito. Allo stesso modo l’asessualità attenta alla normatività. Sei d’accordo?

Sì, molte delle reazioni destinate alla comunità asessuale sono di incredulità più che di genuina meraviglia, che seppur alla lunga irritante si potrebbe considerare come la risposta di primo acchito più umana di fronte a ciò che non si conosce.
Essendo la società in cui siamo immersi fortemente ipersessualizzata, non si concepisce l’idea che ci siano persone che sperimentano la realtà in modo diverso.
Tutto ciò che è differente può infatti suscitare “paura” e reazioni di intolleranza e rigetto da parte della maggioranza, che percepisce la differenza come minaccia alla validità dei propri schemi maggioritari.

Esistono etichette che definiresti superflue?

Le etichette non sarebbero necessarie se fosse validato qualunque vissuto purché non causi un danno allə prossimə, indipendentemente dalla sua frequenza statistica.
Purtroppo così non è e se una persona sente la necessità di porre le fondamenta per strutturare una propria identità le etichette possono essere il punto di partenza.
Non possono però essere un punto di arrivo, l’importante è che aprano orizzonti e non li limitino.
Solo alla persona spetta scegliere quale percorso seguire e di conseguenza come identificarsi.

In ultimo, come ti poni davanti agli stereotipi di genere e come si dovrebbe porre il mondo rispetto alle diversità?

Gli stereotipi di genere non scalfiscono minimamente l’integrità del mio essere, inteso nei termini del mio personale valore e dei miei personali valori.
Mi suscitano una “rabbia morale” perché li reputo una significativa ingiustizia della nostra società, perché subdola violazione dei diritti dell’individuo, nonché un’incredibile invalidazione di vissuti e di risorse.
Da un certo punto di vista, se il mio comportamento autodeterminato ha l’effetto di fare sberleffi di quello che la società si aspetterebbe da me, ben venga!

Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo bisogno di un paese che valorizzi le minoranze ancor più che un paese inclusivo, perché inclusione è a mio avviso un termine che esprime un approccio paternalisticamente asimmetrico che si concretizza in un’assimilazione nello schema maggioritario. Invece parlare di valorizzazione collima maggiormente con l’accoglienza dei vari spettri di diversità.
L’umanità, tuttavia, sembra non avere ancora imparato a generalizzare, traendo insegnamenti dai progressi compiuti in direzione antidiscriminatoria.
Non succede che con i passi avanti verso questa o quella minoranza si riesca a generalizzare sul fatto che la discriminazione alla fine non conviene a nessunə.
Ci si trova poi tuttə, indistintamente, a dover sostenere i costi della salute mentale e della discriminazione, dando un calcio alla possibilità di capitalizzare sulle risorse soggettive.

Per criteri assolutamente arbitrari e del tutto inutili si esclude una consistente fetta del potenziale apporto della variabilità umana. Anche volendo cinicamente tralasciare la dimensione etica, soffermandosi su quella prettamente utilitaristica, a che pro?
L’esclusione della diversità ostacola le persone nell’esprimersi e per questo limita il possibile apporto a favore della collettività di individui differenti.

 

Amore foto creata da freepik – it.freepik.com

Editorialə #1 – un saluto al 2021, che ci ha visto nascere

enbypost

Gentilissimə lettorə,

è la prima volta che prendo la parola come redattore nel magazine che ho fondato.
Di certo ci sono le pagine che spiegano la genesi del progetto e gli obiettivi, ma non vi ho mai raccontato cosa mi ha spinto a lanciare il progetto.

Tutto inizia tra la fine di maggio 2021 e l’inizio di giugno: ci stiamo avvicinando alle pride week, che grazie ai collegamenti in remoto mi hanno permesso di essere relatore per varie realtà di attivismo italiano, da Palermo a Varese.

L’avvicinarsi del Pride e le discussioni sul Ddl Zan avevano reso maggiormente “proattive” le realtà gender critical.
In quel periodo ero molto attivo con Progetto Genderqueer, che non era stato ancora hackerato, e avevo avuto l’idea di ricominciare da capo con un altro progetto, in quanto PGQ, in fondo, era nato nel 2009 come blog personale, di narrazione della soggettività non binaria, e con l’obiettivo di “indicizzare” in lingua italiana quelle parole che potevano dare “cittadinanza” alle identità e agli orientamenti non binari e non conformi.

La mia idea era partire con un progetto più legato al commento dell’attualità, da un punto di vista non binario. Non un progetto che parlasse “solo” di non binarismo, ma che ne parlasse “dal punto di vista” non binario. NB sono anche le mie iniziali, oltre ad essere l’acronimo di “Non Binary”, e così volevo creare qualcosa che si “accodasse” ai portali che hanno scelto “post” come suffisso, presentandosi come qualcosa a metà tra il giornalismo e il blogging (ilPost, HuffPost, Gaypost e persino il “gender critical” FeministPost).

Il grave hackeraggio subìto da Progetto Genderqueer in giugno mi ha allontanato dall’idea del blog, e così a settembre ho cambiato idea sul progetto EnbyPost.
Non volevo esserne autore, avrei continuato ad essere la voce di Progetto Genderqueer, mentre con EnbyPost mi sarebbe piaciuto guidare e formare una generazione di blogger, alcuni di loro giornalisti e pubblicisti, in modo da creare un fermo punto di riferimento online per mostrare un punto di vista non binario e, in questo modo, educare il pubblico.

A settembre, Progetto Genderqueer si è costituito come collettivo online, offrendo gruppi di autocoscienza ed eventi culturali, oltre a rimanere un blog d’informazione non binaria “ad unica voce” (e al momento sono anche impegnato come formatore per un corso di FormArci – Arciatea, che ha organizzato un “corso di rieducazione dell’adulto binario” in tre serate).

La trasformazione di Progetto Genderqueer mi ha permesso ancora di più di pensare liberamente ad EnbyPost come ad un progetto che mi vede “dietro le quinte”, dove posso mettere a disposizione la mia esperienza di seo copywriter per dare allə autorə le nozioni per rendere ben posizionati  e virali i loro articoli, e avvalermi della collaborazione di giornalisti per formare ancora di più lo staff.
Oltre che sulla forma, io posso aiutare molto anche sul contenuto, dando spunti sui temi da trattare, dando stimoli, e “ispirando” l’antibinarismo della redazione.

E’ la mia prima esperienza nella “direzione” di un blog multiautore, e credo che per me sia anche una grande occasione di imparare, dove mi porterò dietro l’esperienza dei quasi 10 anni di presidenza del Milk, che proprio quest’anno, dopo 4 anni dalla mia “dipartita”, ha chiuso, insieme alla rivista cartacea Il Simposio, col Milk gemellata.

Gli anni Dieci sono stati un bel laboratorio, ma gli anni Venti di questo secolo possono dare luce a nuovi progetti, più moderni, senza gli affitti di seminterrati e senza stampare su carta.
A soli 3 mesi dal suo avvio, EnbyPost vanta un ricco staff di 22 persone non binarie e persone cisgender contro il binarismo di genere, che hanno già partecipato ai corsi di formazione di Cinzia sul giornalismo ed ai miei corsi di SeoCopy. Sono persone appassionate che hanno scritto articoli su tanti temi: abilismo, body positivity, ageismo, binarismo e tanti altri temi affini.

E’ un progetto totalmente no profit, di volontariato e di attivismo, che ambisce a diventare una fucina culturale antibinaria e di permettere a tuttə noi di conoscere persone interessanti culturalmente.
E speriamo che la nostra famiglia antibinaria, nel 2022, possa crescere ancora di più

Nathan Bonnì
Fondatore