Patrick Zaki è finalmente libero, ma purtroppo la sua libertà non basta.

La notizia della scarcerazione dell’attivista egiziano iscritto all’Università di Bologna è arrivata come un fulmine a ciel sereno martedì 7 dicembre, poco dopo mezzogiorno. Dopo quasi due anni, infatti, Patrick Zaki è uscito dal carcere e  ha potuto riabbracciare la sua famiglia. Ma – nonostante la sincera commozione della comunità internazionale – la libertà di Patrick non è abbastanza.

Chi è Patrick Zaki

Al momento del suo arresto – il 7 febbraio 2020 – Patrick Zaki aveva da poco iniziato il Master Erasmus Mundus GEMMA in Studi di Genere e delle Donne presso l’Università di Bologna. In Egitto, suo paese natale, collaborava come ricercatore per l’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), un’associazione non governativa nata nel 2002 che si occupa di tutelare le libertà fondamentali nel paese.

Nel settembre 2019, Zaki aveva denunciato l’aumento delle violazioni dei diritti umani nei confronti della comunità LGBTQIA+ in Egitto a partire dal 2017. In un suo articolo pubblicato su OpenDemocracy,  aveva infatti raccontato le rappresaglie della polizia contro coloro che avevano esposto bandiere arcobaleno al concerto della rock band libanese Mashrou’ Leila, il cui front man è gay dichiarato. Altro articolo importante del ricercatore – sempre datato 2019 – è quello che ritrae la situazione dei cristiani in Egitto perseguitati dall’ISIS, pubblicato sulla rivista on line Darraj.

Le accuse e l’arresto a Patrick Zaki

Proprio per il suo impegno a difesa dei diritti umani, sul ricercatore pendeva un mandato d’arresto in Egitto dal settembre 2019. Mandato del quale Zaki era del tutto ignaro.

Il 7 febbraio 2020 – appena atterrato all’aeroporto del Cairo – Patrick Zaki è stato così preso in custodia dalla polizia egiziana, la quale lo ha minacciato, picchiato e sottoposto a scosse elettriche. Infine la stessa polizia lo ha accusato di: istigazione alla violenza, alle proteste, al terrorismo, e gestione di un account social considerato contro la sicurezza pubblica.

Il ricercatore egiziano ha quindi passato 668 giorni giorni di reclusione nelle carceri di Mansura e Tora.  Quasi due anni senza poter ricevere visite da parte dei suoi familiari e in condizioni igieniche precarie, aggravatesi ulteriormente dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19.

Quando essere libero non basta

La notizia della liberazione dell’attivista egiziano dopo i 22 mesi di detenzione è stata accolta con urla di gioia da parte della famiglia, e con enorme sollievo da tutta la comunità internazionale.

Ma nonostante Patrick Zaki sia libero, questa libertà non basta.

Come hanno riferito i suoi avvocati al termine dell’udienza a Mansura, infatti, Zaki non è ancora stato assolto dalle accuse. Il primo febbraio 2022 si terrà un altro processo. Amr Abdelwahab – amico di Zaki e membro del movimento Patrick Libero – si dice preoccupato che possano arrestarlo nuovamente con ulteriori capi d’accusa.

Abdelwahab cita infatti il meccanismo della cosiddetta ‘porta girevole’. Questo termine si riferisce ad una pratica ampiamente denunciata da organizzazioni come Amnesty InternationalHuman Rights Watch, attraverso la quale la magistratura egiziana incarcera una persona poche ore dopo che è sopraggiunto il rilascio, l’assoluzione o il termine dei due anni di detenzione preventiva previsti dalla legge. Queste pratiche giudiziarie, afferma Abdelwahab, non sono altro che un modo per “imbavagliare e tenere dietro le sbarre le voci critiche contro il governo”.

Non è ancora finita

“Sappiamo bene che non è ancora finita”, commenta Giovanni Molari, rettore dell’Alma Mater di Bologna.

E ha ragione.

Finché l’attivista non sarà assolto da tutte le accuse e potrà godere pienamente di tutti i suoi diritti, la questione è solamente rimandata. In attesa di una decisione del nostro governo sull’ipotetica cittadinanza italiana a Patrick Zaki, è necessario continuare a lottare affinché la sua libertà sia effettiva, e non solamente fisica.

Al tempo stesso, è necessario portare avanti le istanze di tuttə ə altrə prigionierə di coscienza: difensorə dei diritti umani, giornalistə, avvocatə e attivistə politicə finitə in carcere solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti fondamentali. Secondo la International Federation of Journalists (IFJ), nel solo 2021 sono statə arrestatə 365 giornalistə in tutto il mondo, e 45 sono statə uccisə.

Non bisogna poi dimenticare poi chi ha incontrato la morte per essersi espostə troppo, e continuare a chiedere giustizia.

Sempre.

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Edited: Pamela Resta