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Monthly Archives: Maggio 2022

Aborto e Gun Control negli USA: si muore quando si deve.

Aborto e Gun Control

Aborto e Gun Control negli USA: si muore quando si deve.

Negli Stati Uniti i bambini devono vivere per morire al momento opportuno.

Aborto e Gun Control: a pochi giorni dall’ultima strage consumatasi in America, nello specifico in Texas, avvenuta per mano di un ragazzo di 18 anni nella scuola elementare di Uvalda, l’opinione pubblica è tornata ad esprimersi sulla tematica e sul diritto, costituzionalmente garantito dal sistema statunitense, al possesso di armi da fuoco.

Il secondo emendamento è da anni e forse da sempre nel mirino di quella parte di politici, attivisti ed associazioni che rintracciano in detta norma, non l’unica, ma sicuramente la maggiore fonte e il più grande lasciapassare dei migliaia di episodi di violenza che devastano il Paese. Secondo uno studio del Gun Violence Archive, solamente durante l’anno in corso si sono registrate più di 200 stragi che coinvolgevano l’utilizzo di armi da fuoco, per un totale di più di 6000 vittime.

La realtà che si fotografa in America denunciata da molti, come dallo stesso ex presidente Obama in un suo discorso sul gun control nel 2016, è una realtà piegata alle lobby del commercio e della produzione delle armi.
Questa situazione è asservita però non unicamente al mercato economico, ma soprattutto al settore politico capeggiato dai conservatori, nella strenua difesa di quel diritto che si trasforma nella morte dei civili, nel caso, dei bambini.

Si muore andando a scuola, andando a lavoro. Si muore al momento considerato opportuno, da altri.
Si lascia la vita nel nome di interessi ed ideologie che non ci appartengono, che sono votate alla violenza e a “principi” di paura dell’altro e discriminazione che alimentano l’odio e la paura.

 

Aborto e Gun Control: pistole libere, corpi in gabbia.

Tutto questo negli USA si accompagna, come gli ultimi mesi hanno dimostrato, alla spinta di eguale violenza nel voler negare i diritti di salute e di autodeterminazione legati al corpo delle donne cisgender e transgender.
Se rimane vero (per ora) che l’aborto è pratica legale e tutelata dal diritto costituzionale negli Stati Uniti dal 1973, grazie alla sentenza della Corte Suprema “Roe vs. Wade”, è anche vero che enormi gruppi politici e non, si sono mossi affinché di tutto questo non resti che un ricordo confuso, una polaroid in un film di Nolan che ci racconta la nostra angoscia.

I conservatori americani, che ci ricordano nei modi e negli obiettivi forse qualche fazione nazionale, vogliono comprimere, nella migliore delle ipotesi, annullare, in quella che ci sembra purtroppo più verosimile, la possibilità di scelta, la libertà di decidere sui propri corpi.
Al grido di una difesa di bambini che rintracciano in un ovulo fecondato, si propongono di rendere illegali le pratiche abortive di qualsiasi tipo, con l’aggiuntiva possibilità di denunciare chiunque aiuti ad interrompere una gravidanza oltre le sei settimane.

Non serve (o forse sì) specificare che nel caso in cui il processo voluto da queste fazioni arrivasse a compimento, l’aborto rimarrebbe legale unicamente in alcuni Stati.
Tutto ciò avrebbe (come prima della legalizzazione) il risultato ultimo dell’esclusione non delle pratiche abortive, ma solo di quelle non clandestine, solo di quelle sicure.

 

Difendiamo i bambini dall’aborto, non dalle armi.

Il quesito che, sporco di rabbia, si è annidato ed è poi esploso nelle nostre coscienze è solo uno:
la vita che tanto vogliono proteggere, passando sopra i diritti e la salute delle donne cis e trans, il feto che deve sopravvivere, per quanto deve farlo?
Per quanto tempo rimane interesse di un puro ideale (come dipinto dai conservatori) la protezione di una vita? Forse fino alla prossima sparatoria in una strada, in un negozio, fino alla prossima lezione in classe con altri compagni, con altre vite.
I Pro-life, come altri meno palesi, vogliono i bambini vivi quel tanto che basta per morire al momento opportuno.

Alle donne americane “auguri e figli maschi”, magari bianchi, magari cisgender e con dei diritti.

Fino alla prossima strage.

 

Giovanna Conte

 

 

Per altri nostri articoli sull’aborto.

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Intervista ad una persona ADHD

Intervista ad una persona ADHD

Quando pensiamo all’ADHD cosa ci viene in mente? Potrebbe venirci in mente quella puntata dei Simpsons in cui qualcosa di molto simile viene diagnosticato a Bart, che imbottito di cure sperimentali scoprirà la cospirazione che c’è dietro al satellite per le partite di baseball.
In questo articolo di ADHD ne parliamo per davvero, cercando di lasciarci alle spalle stereotipi e credenze ed abbracciando quello che ci dice la scienza,  ə professionistə e le persone ADHD.

L’intervista qui di seguito è con Barbara Centrone, persona ADHD, Dottoressa Magistrale in Scienze della Formazione Primaria, attivistə e divulgatrice sia su Youtube che su Instagram con la pagina “Cose molto ADHD”.

Identity First

ADHD è l’acronimo che indica il disturbo da deficit di attenzione e Iperattività.
L’ADHD è una neurodivergenza, non una patologia né una malattia, anche se è frequente che persone ADHD si sentano dis-abilitate dai contesti socioculturali, strutturati sulla norma neurotipica. Insieme ad altre neurodivergenze (come l’autismo, i disturbi specifici dell’apprendimento, la disprassia…) definisce a livello neurologico il modo in cui le strutture cerebrali sono formate e collegate, e quindi il modo in cui il cervello funziona.
Per questa regione l’ADHD non è qualcosa che si ha, è qualcosa che si è.
Questo concetto è importante perché allontana le neurodivergenze dalle malattie: non c’è nulla da curare. C’è solo un modo diverso di esperire e vivere il mondo.

ADHD
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Caratteristiche dell’ADHD

I criteri che costituiscono una diagnosi clinica attualmente sono tre: inattenzione, iperattività ed impulsività.
Tuttavia ogni persona neurodivergente è diversa dall’altra, ed anche il modo in cui si presentano i suoi tratti ADHD è diverso.
Tra i tratti che caratterizzano l’ADHD possiamo trovare la disregolazione nei circuiti della motivazione. Ciò può portare ad essere molto focalizzati  (iperfocus) quando qualcosa interessa e ad avere difficoltà nell’agire rispetto ad altro che non interessa.
Un’altra caratteristica dell’ADHD può essere la disregolazione emotiva, cioè la difficoltà nel gestire il proprio vissuto emozionale senza che questo ci sovrasti.

Queste e altre caratteristiche dipendono dal fatto che nelle persone ADHD le funzioni esecutive lavorano in modo diverso.
Alcune persone ADHD hanno un ritmo circadiano invertito: vivono di notte e dormono di giorno.
Moltə praticano lo stimming: la manipolazione di oggetti, il ripetersi di movimenti o parole o frasi per sfogare l’energia repressa, migliorare la concentrazione e ridurre il sovraccarico sensoriale.

ADHD
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Ipersensibilità sensoriale, meltdown e shutdown

Le persone ADHD possono percepire alcuni stimoli sensoriali come più invadenti: una forte luce può diventare abbagliante, il clacson di un’auto può assordare ed un maglione di lana soffocare. Per non parlare del cibo! Anche le consistenze, gli odori o i sapori di alcuni alimenti possono essere percepiti come insopportabili.
Il cervello ADHD ricerca stimoli continui, ma ha difficoltà nel filtrarli e isolarli. Quando la persona è in un contesto in cui è esposta a tantissimi stimoli diversi e simultanei, può andare in sovraccarico sensoriale. Questo sovraccarico grava sul sistema nervoso, che può reagire con un meltdown o uno shutdown.

Il primo termine, preso in prestito dalla fisica, indica un’esplosione di energia repressa verso l’esterno.
Il secondo termine, preso in prestito dall’informatica, indica uno “spegnimento”. La persona si scarica da tutte le sue energie e non ha la forza di fare nulla.
Entrambe le condizioni non sono reversibili a comando: sono modi con cui il sistema nervoso tenta di proteggersi.

Diagnosi

Perché è importante?

Vivere senza consapevolezza di quello che si è e di come si “funziona” ci fa sentire alienə in questo mondo strutturato, che non tiene mai conto delle nostre peculiarità e necessità. Si ha la sensazione di non essere mai abbastanza, di dover costantemente performare e sforzarsi per essere accettatə ed amatə, di doversi limitare fisicamente e psicologicamente per essere inclusə.
Questo processo di nascondimento della propria neurodivergenza prende il nome di masking.
Fare masking per lunghi periodi di tempo è stressante e rappresenta un fattore di rischio per altre condizioni, portando a situazioni che in ambito clinico sono definite di “comorbidità”: ansia, depressione e altre condizioni che minano la qualità della vita di una persona.

Come ottenerla?

Ricevere una diagnosi di ADHD in Italia risulta ancora complesso: molti passi avanti sono stati fatti per le diagnosi nell’infanzia, dove la formazione deə operatorə e deə docentə ricopre un ruolo fondamentale nell’indirizzare i genitori ad un professionista competente.
Per l’età adulta, il classico scenario è quello del “diventare lə medicə di me stessə”.
Di solito infatti è la persona adulta a dover cercare e contattare lə professionistə (psicoterapeuta o psichiatra), dopo essersi informatə per molto tempo o dopo una diagnosi in famiglia di unə bambinə in età scolare.
Specialistə espertə in ADHD nell’età adulta, che non abbiano bias di genere o stereotipi sulle neurorivergenze sono purtroppo pochissimə.
Molti territori non possiedonpossono vantare dei centri specializzati, anzi, il più delle volte bisogna farsi un lungo viaggio in treno (ricordandosi di scendere alla fermata giusta!) e magari pernottare fuori per le proprie visite.
Quindi ottenere una diagnosi e la conseguente consapevolezza di sé rimane un privilegio che molte persone non possono permettersi.

Nella pratica, la diagnosi avviene dopo uno o più colloqui e la raccolta di un’anamnesi dei comportamenti nell’infanzia (ricordiamo che ADHD si nasce), nell’adolescenza e delle difficoltà e peculiarità del presente. Se possibile si richiede un incontro con la famiglia e/o con lə partner. Lə specialistə somministra una serie di test, alcuni specifici per l’ADHD e alcuni con il fine di escludere eventuali condizioni differenti o concomitanti.

Stereotipi e Gender Gap

L’ADHD si porta dietro moltissimi stereotipi.
L’essere svogliatə, disordinatə, disorganizzatə, pigrə, distrattə, esageratə.
Ed è ancora peggio se pensiamo a quanto l’educazione abbia plasmato lo stereotipo diagnostico che anni fa veniva considerato la norma nell’ADHD, cioè quello iperattivo.

A bambini socializzati come maschi, per ragioni socioculturali, viene rimproverata molto meno l’iperattività motoria.
“Si sa come sono i bambini: sono più fisici, aggressivi, scappano di qua e di là e non ha senso tentare di contenerli”.
A bambine socializzate come femmine l’iperattività motoria viene rimproverata, eccome.
“Si sa come devono essere le bambine: delle signorine, calme, tranquille, sorridenti ed accondiscendenti con gli adulti”. Per la maggior parte di loro, grazie ad un dispendioso lavoro di masking, l’iperattività motoria diventa così iperattività mentale: la bambina sembra tranquilla ma è un vulcano di pensieri.
Ma anche qui, per ragioni socioculturali, la distrazione, la testa tra le nuvole e quella che viene definita “frivolezza” sono caratteristiche di frequente associate al genere femminile.

Ed ecco una ragione per la quale le diagnosi sono molto più facili e frequenti per i bambini socializzati maschi: perché spesso si diagnostica un bambino perché è fastidioso per chi gli è intorno, e non perché lo si osserva o si ha voglia di aiutarlo.
Il bambino che distrugge l’ufficio in sede di diagnosi è più fastidioso della bambina invisibile. Gli stereotipi e le aspettative di genere causano uno squilibrio diagnostico notevole, il che influenza e rafforza i bias di genere presenti in ambito clinico: un cane che si morde la coda.

Farmaci

Esistono in commercio delle molecole utilizzate per trattare alcune delle caratteristiche dell’ADHD.
Non tutte le persone decidono di assumerle, o comunque non optano per un trattamento in regime costante.
Il miglior consiglio è quello di informarsi con cognizione di causa nello scegliere o meno un trattamento farmacologico, parlandone con il proprio medico.
Ricordiamo di rivolgersi ad unə specialista espertə in ADHD nell’età adulta, che possa stilare un piano terapeutico che risponda alle caratteristiche e alle necessità della persona.
La scelta di non assumere farmaci è da rispettare tanto quanto lo è quella di assumerli, ognunə è diverso ed ha necessità differenti.

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Parlare d’identità di genere e sessualità a scuola: non è “teoria gender”

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Nell’ultimo periodo il famoso programma scolastico dal titolo Educazione gender ha generato molta preoccupazione e paura in tantissimi genitori. Tali preoccupazioni sono state subito sfruttate dai detrattori del ddl Zan per diffondere la bugia che a scuola verrà insegnato che il sesso biologico non è importante,  che la “teoria gender” spingerà ә giovani a diventare omosessuali o transgender.

Provate a cercare su un qualsiasi motore di ricerca le parole “gender” e “scuola”. Non a caso troverete innumerevoli articoli in difesa della famiglia tradizionale e sui presunti danni che la famigerata “teoria gender” provocherebbe allә bambinә. Cari genitori, non fatevi allarmare da chi non sa nemmeno di che cosa sta parlando. Non lasciatevi ingannare da chi sfrutta la vostra preoccupazione per ottenere la vostra visualizzazione alla propria pagina web.

Non esiste alcuna “teoria gender” e nessuno vuole imporre nulla nelle scuole. Tuttavia è vero che esistono delle linee guida del MIUR per la promozione della cultura del rispetto e dell’inclusione e per la lotta a pregiudizi, discriminazioni e violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. Proprio a questo scopo, l’art. 7 del ddl Zan istituiva una Giornata nazionale contro l’omobitransfobia sul modello della Giornata della Memoria. Si trattava dunque di un momento di commemorazione, informazione e riflessione “nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa”. Un momento che dunque non intaccava assolutamente il piano formativo e il normale svolgimento delle lezioni.

Teoria gender? No, si chiamano Gender Studies!

Dobbiamo innanzitutto capire che le espressioni “teoria gender” e “ideologia gender” hanno dietro un significato politico-ideologico. In ambito accademico, gli studi che analizzano il modo in cui gli eventi storici, culturali e sociali contribuiscono alla formazione dei ruoli tipicamente maschili e femminili nelle varie società sono chiamati Gender Studies.

I Gender Studies (o Studi di Genere) sono un approccio accademico interdisciplinare che riguarda i significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Pertanto abbracciano diversi aspetti della vita umana, soprattutto ciò che riguarda la produzione dell’identità e il rapporto tra individuo, società e cultura. Forniscono una nuova visione sui problemi attorno alla natura della sessualità, delle relazioni sociali e alla questione femminile. Una lettura “gender sensitive”, ovvero attenta agli aspetti di genere, è pertanto applicabile a qualunque branca sia delle scienze umanistiche, sia di quelle tradizionali. Inoltre sarebbe auspicabile e utile adottare quest’ottica anche negli insegnamenti scolastici (come già si fa in molte università!).

Teoria gender (dall’inglese Gender Theory) è invece una denominazione che indica una reinterpretazione complottistica e distorta dei Gender Studies. Il suo scopo è di delegittimare le istanze femministe e della comunità LGBTQ+. L’accusa che “l’ideologia gender” voglia indottrinare le giovani menti per eliminare le differenze tra uomini e donne proviene proprio da qui.

Educazione alla parità di genere

È ormai riconosciuto che il genere (il gender) è ciò che detta le opportunità e i limiti di una persona. Secondo la tradizione, gli uomini sarebbero forti e razionali, mentre le donne sarebbero deboli ed emotive. Di conseguenza, dai bambini ci aspettiamo che siano irrequieti, duri, coraggiosi, che amino lo sport, i giochi violenti e che preferiscano le materie scientifiche. Mentre dalle bambine ci aspettiamo che siano buone, che amino i giochi tranquilli, le faccende sentimentali, preferiscano le materie umanistiche e che non amino lo sport.

Sono infatti questi gli stereotipi culturali responsabili della concezione di mestieri tipicamente femminili (maestra, infermiera, badante, segretaria, modella ecc…) e di mestieri tipicamente maschili (medico, ingegnere, poliziotto, muratore ecc…). Per quanto riguarda le pari opportunità nell’istruzione, gli esperti parlano infatti di segregazione formativa. Si tratta del fenomeno che colloca le donne in aree di studio dalle scarse prospettive lavorative sul fronte STEM. Come leggiamo sul report di Save the Children:

“Non c’è un’adeguata valorizzazione del contributo delle donne alla scienza, con la conseguente assenza di modelli e di rappresentazione. Al contrario, la narrazione collettiva, anche dei media, è ancora troppo legata all’idea dello scienziato uomo autorevole e di successo.”

L’educazione alla parità di genere, l’abbattimento degli stereotipi e l’educazione non binaria hanno lo scopo di aiutare ә ragazzә a scegliere in modo consapevole la vita che desiderano per loro stessә. È infatti loro diritto fare qualsiasi mestiere e non rinunciare a niente in nome di normative sociali imposte dal patriarcato. Nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione, le linee guida del MIUR hanno l’obiettivo di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza dei diritti e dei doveri di una persona, per maturarne le competenze di cittadinanza. A tale scopo è fondamentale educare al rispetto e alla lotta contro ogni tipo di discriminazione.

Contro la violenza di genere

Nelle scuole è stato deciso di adottare materiali didattici che non solo aiutino a riconoscere gli stereotipi di genere, ma educhino anche al loro superamento. Inoltre sono state promosse iniziative che insegnino l’empatia, il riconoscimento delle emozioni e la risoluzione non violenta dei conflitti. Sono stati introdotti laboratori sul riconoscimento della violenza sulle donne, della violenza in base al genere e dell’omofobia. Gli studiosi affermano infatti che gli uomini che condividono e sostengono la cultura della superiorità maschile siano più inclini a diventare partner abusanti. E non solo: le donne che concepiscono se stesse con un ruolo passivo e sottoposto sono più inclini a subire violenza e a non denunciare.

Cos’è stato fatto a scuola finora?

Nonostante se ne parli solo da poco, in realtà è almeno dal 2013 che nelle scuole si parla d’identità di genere, comunità LGBTQ+ e si fa educazione sessuale. Come riporta il dossier dell’Associazione Pro Vita e Famiglia, da ben nove anni le singole scuole (e, si precisa, per iniziativa propria) si impegnano nell’inclusione, grazie all’attivazione di progetti e laboratori. Ad esempio, in molte scuole si è parlato di relazioni omosessuali, famiglie omogenitoriali, stereotipi di genere, identità non binarie, transizione di genere, empatia… Ma anche di sessualità e salute sessuale.

Sesso o sessualità?

La parola “sessualità” nel contesto scolastico genera molta ansia e preoccupazione, soprattutto se l’OMS consiglia di iniziare a parlarne già dall’asilo nido! Per questo motivo è essenziale imparare che “sesso” e “sessualità” non sono la stessa cosa e hanno significati diversi:

Il sesso è l’insieme delle caratteristiche biologiche che fanno di un essere umano una femmina o un maschio. Nel linguaggio comune questa parola indica anche l’attività sessuale.

La sessualità è invece un concetto più ampio che comprende l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, l’intimità e la riproduzione. Inoltre è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.

La sessualità è dunque un aspetto centrale dell’essere umano e ne regola la personalità, la comunicazione, i rapporti interpersonali. Soprattutto, la sessualità non è limitata a determinate fasce d’età, in quanto gli esseri umani nascono come esseri sessuali. Il che significa che anche ә bambinә hanno una sessualità. Quest’ultima affermazione vi avrà sicuramente fatto storcere il naso, ma tenete a mente la differenza spiegata prima tra sesso e sessualità. Ə bambinә, inoltre, hanno una sessualità diversa rispetto a quella degli adulti.

Lo sviluppo sessuale infantile ― non facciamoci spaventare dalla parola ― prevede quelle fasi che stanno alla base della costruzione dell’identità dellә bambinә. Ad esempio, queste fasi comprendono il desiderio di essere coccolatә, l’acquisizione di un’indipendenza limitata dalla figura genitoriale primaria, la consapevolezza del proprio corpo, capire che maschi e femmine sono diversә e hanno differenti ruoli di genere, fare domande sulla riproduzione (“da dove vengono i bambini?“), capire che esistono tabù.

L’importanza dell’educazione sessuale

Per timore che le menti dellә più giovani possano essere “traviate”, l’Italia è ancora uno dei pochi paesi europei a non prevedere l’educazione sessuale nelle scuole. A tal proposito, l’OMS consiglia di accompagnare lo sviluppo sessuale dellә bambinә fin dalla più tenera età, incoraggiando la collaborazione tra genitori e scuole. L’educazione sessuale deve essere naturalmente adeguata alle diverse fasce d’età. Ad esempio, nelle scuole dell’infanzia non verrà spiegato che cos’è un rapporto sessuale, bensì le differenze tra i corpi, come nascono ә bambinә, l’amore e l’affetto, dire sì o no e così via.

Questi insegnamenti hanno lo scopo di educare alla diversità, all’inclusione e al rispetto, di ritardare l’inizio dei rapporti sessuali e ridurre il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, oltre che di gravidanze indesiderate. Questo perché gli studi dimostrano che una maggiore conoscenza e consapevolezza sull’argomento offrono vantaggi maggiori rispetto a un’educazione fondata sull’astinenza, la paura e la proibizione. Dopotutto, lә adolescenti hanno svariate fonti dalle quali trarre informazioni sul sesso e una di quelle è, purtroppo, la pornografia. Un’educazione basata su proibizioni e tabù lә spingerà a cercare di nascosto le risposte alle loro domande, trovando molto spesso informazioni sbagliate, fuorvianti e degradanti soprattutto nei confronti delle donne.

L’amore per se stessә

Anche l’amore per se stessә fa parte della sfera della sessualità, così come il piacere e il desiderio, i quali comprendono tutto il bene che vogliamo per noi. L’innamoramento di sé è quel che Freud chiamava “investimento libidico primario”. Inoltre, nel saggio Il disagio della civiltà (1929) egli afferma quanto la civiltà sia costruita sulla rinuncia pulsionale, ovvero sul fatto che la propria libertà finisce dove comincia quella dell’altrә.

Anche la scuola esercita sullә alunnә questo tipo di pressione e può creare situazioni di disagio e malessere in tuttә ә ragazzә, che a volte vengono espresse con manifestazioni aggressive. Le iniziative promosse dalle scuole hanno infatti lo scopo di attenuare e prevenire i danni e i disagi all’interno del contesto scolastico. Non solo: educare all’ascolto delle proprie emozioni, al rispetto, all’inclusione, alla tolleranza, a riconoscere violenze e discriminazioni serve ad acquisire le fondamentali competenze di cittadinanza. Sì, anche questa è educazione civica!

Le proposte dal 2020

Nonostante i vari allarmismi sulla “teoria gender” nelle scuole, i reali progetti che di recente hanno interessato alcune scuole sono stati:

  • La proposta d’introduzione della Giornata nazionale contro l’omobitransfobia (bocciata).
  • L’organizzazione di incontri con personaggi di spicco della comunità LGBTQ+.
  • La lettura di autori LGBTQ+ (ad esempio romanzi, fiabe, film, opere teatrali).
  • L’attivazione di carriere alias.
  • L’adozione dell’asterisco (*) nelle circolari scolastiche.
  • L’installazione di bagni dal genere neutro (per le persone non binarie e transgender).
  • L’installazione di distributori d’assorbenti.
  • L’introduzione di giornate “gender swap”, cioè dedicate allo scambio di ruoli.

Ora, esaminando queste proposte, in che modo queste ultime vi arrecherebbero danno? Che ve ne importa se qualcunә vuole attivare una carriera alias o usare un altro bagno? Perché vietarlo? Non giocate la carta del “ci sono problemi più importanti”, perché non è giusto creare gerarchie. Vi ricordiamo che anche noi siamo cittadinә italianә, votiamo e paghiamo le tasse, pertanto abbiamo il diritto di essere ascoltatә. Quel che invece è illegittimo, è fare una distinzione tra cittadinә di serie A e cittadinә di serie B.

Dopo la bocciatura in Senato del luglio 2021, Simona Malpezzi, Monica Cirinnà e Alessandro Zan hanno ripresentato a palazzo Madama il ddl Zan. Così le piazze delle principali città italiane si sono riempite di tantissime persone che hanno manifestato dissenso e sdegno per la negazione del loro diritto di essere riconosciute. Ciononostante, per il centrodestra le priorità continuano a essere altre. È come se esistesse una sorta di gerarchia dei diritti umani (oltre che tra ә cittadinә). Così, un padre di famiglia è considerato più importante di chi riceve minacce di morte e pestaggi in base al suo orientamento sessuale. Non è ben chiaro perché in Senato alcune leggi vengano bocciate in base alla logica del “esistono problemi più gravi”… C’è forse un limite massimo al numero di leggi che il nostro Codice può contenere?

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