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All posts by Alessandra Gallia

Parlare d’identità di genere e sessualità a scuola: non è “teoria gender”

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Nell’ultimo periodo il famoso programma scolastico dal titolo Educazione gender ha generato molta preoccupazione e paura in tantissimi genitori. Tali preoccupazioni sono state subito sfruttate dai detrattori del ddl Zan per diffondere la bugia che a scuola verrà insegnato che il sesso biologico non è importante,  che la “teoria gender” spingerà ә giovani a diventare omosessuali o transgender.

Provate a cercare su un qualsiasi motore di ricerca le parole “gender” e “scuola”. Non a caso troverete innumerevoli articoli in difesa della famiglia tradizionale e sui presunti danni che la famigerata “teoria gender” provocherebbe allә bambinә. Cari genitori, non fatevi allarmare da chi non sa nemmeno di che cosa sta parlando. Non lasciatevi ingannare da chi sfrutta la vostra preoccupazione per ottenere la vostra visualizzazione alla propria pagina web.

Non esiste alcuna “teoria gender” e nessuno vuole imporre nulla nelle scuole. Tuttavia è vero che esistono delle linee guida del MIUR per la promozione della cultura del rispetto e dell’inclusione e per la lotta a pregiudizi, discriminazioni e violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. Proprio a questo scopo, l’art. 7 del ddl Zan istituiva una Giornata nazionale contro l’omobitransfobia sul modello della Giornata della Memoria. Si trattava dunque di un momento di commemorazione, informazione e riflessione “nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa”. Un momento che dunque non intaccava assolutamente il piano formativo e il normale svolgimento delle lezioni.

Teoria gender? No, si chiamano Gender Studies!

Dobbiamo innanzitutto capire che le espressioni “teoria gender” e “ideologia gender” hanno dietro un significato politico-ideologico. In ambito accademico, gli studi che analizzano il modo in cui gli eventi storici, culturali e sociali contribuiscono alla formazione dei ruoli tipicamente maschili e femminili nelle varie società sono chiamati Gender Studies.

I Gender Studies (o Studi di Genere) sono un approccio accademico interdisciplinare che riguarda i significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Pertanto abbracciano diversi aspetti della vita umana, soprattutto ciò che riguarda la produzione dell’identità e il rapporto tra individuo, società e cultura. Forniscono una nuova visione sui problemi attorno alla natura della sessualità, delle relazioni sociali e alla questione femminile. Una lettura “gender sensitive”, ovvero attenta agli aspetti di genere, è pertanto applicabile a qualunque branca sia delle scienze umanistiche, sia di quelle tradizionali. Inoltre sarebbe auspicabile e utile adottare quest’ottica anche negli insegnamenti scolastici (come già si fa in molte università!).

Teoria gender (dall’inglese Gender Theory) è invece una denominazione che indica una reinterpretazione complottistica e distorta dei Gender Studies. Il suo scopo è di delegittimare le istanze femministe e della comunità LGBTQ+. L’accusa che “l’ideologia gender” voglia indottrinare le giovani menti per eliminare le differenze tra uomini e donne proviene proprio da qui.

Educazione alla parità di genere

È ormai riconosciuto che il genere (il gender) è ciò che detta le opportunità e i limiti di una persona. Secondo la tradizione, gli uomini sarebbero forti e razionali, mentre le donne sarebbero deboli ed emotive. Di conseguenza, dai bambini ci aspettiamo che siano irrequieti, duri, coraggiosi, che amino lo sport, i giochi violenti e che preferiscano le materie scientifiche. Mentre dalle bambine ci aspettiamo che siano buone, che amino i giochi tranquilli, le faccende sentimentali, preferiscano le materie umanistiche e che non amino lo sport.

Sono infatti questi gli stereotipi culturali responsabili della concezione di mestieri tipicamente femminili (maestra, infermiera, badante, segretaria, modella ecc…) e di mestieri tipicamente maschili (medico, ingegnere, poliziotto, muratore ecc…). Per quanto riguarda le pari opportunità nell’istruzione, gli esperti parlano infatti di segregazione formativa. Si tratta del fenomeno che colloca le donne in aree di studio dalle scarse prospettive lavorative sul fronte STEM. Come leggiamo sul report di Save the Children:

“Non c’è un’adeguata valorizzazione del contributo delle donne alla scienza, con la conseguente assenza di modelli e di rappresentazione. Al contrario, la narrazione collettiva, anche dei media, è ancora troppo legata all’idea dello scienziato uomo autorevole e di successo.”

L’educazione alla parità di genere, l’abbattimento degli stereotipi e l’educazione non binaria hanno lo scopo di aiutare ә ragazzә a scegliere in modo consapevole la vita che desiderano per loro stessә. È infatti loro diritto fare qualsiasi mestiere e non rinunciare a niente in nome di normative sociali imposte dal patriarcato. Nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione, le linee guida del MIUR hanno l’obiettivo di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza dei diritti e dei doveri di una persona, per maturarne le competenze di cittadinanza. A tale scopo è fondamentale educare al rispetto e alla lotta contro ogni tipo di discriminazione.

Contro la violenza di genere

Nelle scuole è stato deciso di adottare materiali didattici che non solo aiutino a riconoscere gli stereotipi di genere, ma educhino anche al loro superamento. Inoltre sono state promosse iniziative che insegnino l’empatia, il riconoscimento delle emozioni e la risoluzione non violenta dei conflitti. Sono stati introdotti laboratori sul riconoscimento della violenza sulle donne, della violenza in base al genere e dell’omofobia. Gli studiosi affermano infatti che gli uomini che condividono e sostengono la cultura della superiorità maschile siano più inclini a diventare partner abusanti. E non solo: le donne che concepiscono se stesse con un ruolo passivo e sottoposto sono più inclini a subire violenza e a non denunciare.

Cos’è stato fatto a scuola finora?

Nonostante se ne parli solo da poco, in realtà è almeno dal 2013 che nelle scuole si parla d’identità di genere, comunità LGBTQ+ e si fa educazione sessuale. Come riporta il dossier dell’Associazione Pro Vita e Famiglia, da ben nove anni le singole scuole (e, si precisa, per iniziativa propria) si impegnano nell’inclusione, grazie all’attivazione di progetti e laboratori. Ad esempio, in molte scuole si è parlato di relazioni omosessuali, famiglie omogenitoriali, stereotipi di genere, identità non binarie, transizione di genere, empatia… Ma anche di sessualità e salute sessuale.

Sesso o sessualità?

La parola “sessualità” nel contesto scolastico genera molta ansia e preoccupazione, soprattutto se l’OMS consiglia di iniziare a parlarne già dall’asilo nido! Per questo motivo è essenziale imparare che “sesso” e “sessualità” non sono la stessa cosa e hanno significati diversi:

Il sesso è l’insieme delle caratteristiche biologiche che fanno di un essere umano una femmina o un maschio. Nel linguaggio comune questa parola indica anche l’attività sessuale.

La sessualità è invece un concetto più ampio che comprende l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, l’intimità e la riproduzione. Inoltre è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.

La sessualità è dunque un aspetto centrale dell’essere umano e ne regola la personalità, la comunicazione, i rapporti interpersonali. Soprattutto, la sessualità non è limitata a determinate fasce d’età, in quanto gli esseri umani nascono come esseri sessuali. Il che significa che anche ә bambinә hanno una sessualità. Quest’ultima affermazione vi avrà sicuramente fatto storcere il naso, ma tenete a mente la differenza spiegata prima tra sesso e sessualità. Ə bambinә, inoltre, hanno una sessualità diversa rispetto a quella degli adulti.

Lo sviluppo sessuale infantile ― non facciamoci spaventare dalla parola ― prevede quelle fasi che stanno alla base della costruzione dell’identità dellә bambinә. Ad esempio, queste fasi comprendono il desiderio di essere coccolatә, l’acquisizione di un’indipendenza limitata dalla figura genitoriale primaria, la consapevolezza del proprio corpo, capire che maschi e femmine sono diversә e hanno differenti ruoli di genere, fare domande sulla riproduzione (“da dove vengono i bambini?“), capire che esistono tabù.

L’importanza dell’educazione sessuale

Per timore che le menti dellә più giovani possano essere “traviate”, l’Italia è ancora uno dei pochi paesi europei a non prevedere l’educazione sessuale nelle scuole. A tal proposito, l’OMS consiglia di accompagnare lo sviluppo sessuale dellә bambinә fin dalla più tenera età, incoraggiando la collaborazione tra genitori e scuole. L’educazione sessuale deve essere naturalmente adeguata alle diverse fasce d’età. Ad esempio, nelle scuole dell’infanzia non verrà spiegato che cos’è un rapporto sessuale, bensì le differenze tra i corpi, come nascono ә bambinә, l’amore e l’affetto, dire sì o no e così via.

Questi insegnamenti hanno lo scopo di educare alla diversità, all’inclusione e al rispetto, di ritardare l’inizio dei rapporti sessuali e ridurre il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, oltre che di gravidanze indesiderate. Questo perché gli studi dimostrano che una maggiore conoscenza e consapevolezza sull’argomento offrono vantaggi maggiori rispetto a un’educazione fondata sull’astinenza, la paura e la proibizione. Dopotutto, lә adolescenti hanno svariate fonti dalle quali trarre informazioni sul sesso e una di quelle è, purtroppo, la pornografia. Un’educazione basata su proibizioni e tabù lә spingerà a cercare di nascosto le risposte alle loro domande, trovando molto spesso informazioni sbagliate, fuorvianti e degradanti soprattutto nei confronti delle donne.

L’amore per se stessә

Anche l’amore per se stessә fa parte della sfera della sessualità, così come il piacere e il desiderio, i quali comprendono tutto il bene che vogliamo per noi. L’innamoramento di sé è quel che Freud chiamava “investimento libidico primario”. Inoltre, nel saggio Il disagio della civiltà (1929) egli afferma quanto la civiltà sia costruita sulla rinuncia pulsionale, ovvero sul fatto che la propria libertà finisce dove comincia quella dell’altrә.

Anche la scuola esercita sullә alunnә questo tipo di pressione e può creare situazioni di disagio e malessere in tuttә ә ragazzә, che a volte vengono espresse con manifestazioni aggressive. Le iniziative promosse dalle scuole hanno infatti lo scopo di attenuare e prevenire i danni e i disagi all’interno del contesto scolastico. Non solo: educare all’ascolto delle proprie emozioni, al rispetto, all’inclusione, alla tolleranza, a riconoscere violenze e discriminazioni serve ad acquisire le fondamentali competenze di cittadinanza. Sì, anche questa è educazione civica!

Le proposte dal 2020

Nonostante i vari allarmismi sulla “teoria gender” nelle scuole, i reali progetti che di recente hanno interessato alcune scuole sono stati:

  • La proposta d’introduzione della Giornata nazionale contro l’omobitransfobia (bocciata).
  • L’organizzazione di incontri con personaggi di spicco della comunità LGBTQ+.
  • La lettura di autori LGBTQ+ (ad esempio romanzi, fiabe, film, opere teatrali).
  • L’attivazione di carriere alias.
  • L’adozione dell’asterisco (*) nelle circolari scolastiche.
  • L’installazione di bagni dal genere neutro (per le persone non binarie e transgender).
  • L’installazione di distributori d’assorbenti.
  • L’introduzione di giornate “gender swap”, cioè dedicate allo scambio di ruoli.

Ora, esaminando queste proposte, in che modo queste ultime vi arrecherebbero danno? Che ve ne importa se qualcunә vuole attivare una carriera alias o usare un altro bagno? Perché vietarlo? Non giocate la carta del “ci sono problemi più importanti”, perché non è giusto creare gerarchie. Vi ricordiamo che anche noi siamo cittadinә italianә, votiamo e paghiamo le tasse, pertanto abbiamo il diritto di essere ascoltatә. Quel che invece è illegittimo, è fare una distinzione tra cittadinә di serie A e cittadinә di serie B.

Dopo la bocciatura in Senato del luglio 2021, Simona Malpezzi, Monica Cirinnà e Alessandro Zan hanno ripresentato a palazzo Madama il ddl Zan. Così le piazze delle principali città italiane si sono riempite di tantissime persone che hanno manifestato dissenso e sdegno per la negazione del loro diritto di essere riconosciute. Ciononostante, per il centrodestra le priorità continuano a essere altre. È come se esistesse una sorta di gerarchia dei diritti umani (oltre che tra ә cittadinә). Così, un padre di famiglia è considerato più importante di chi riceve minacce di morte e pestaggi in base al suo orientamento sessuale. Non è ben chiaro perché in Senato alcune leggi vengano bocciate in base alla logica del “esistono problemi più gravi”… C’è forse un limite massimo al numero di leggi che il nostro Codice può contenere?

Schwa: cosa significa la petizione contro il suo uso?

schwa

In questi giorni il web si è infiammato dopo la petizione lanciata da Massimo Arcangeli, Ordinario di linguistica italiana dell’Università di Cagliari. La preoccupazione del professore è nata dopo un documento pubblicato dal Ministero dell’Università in cui sono presenti le desinenze inclusive -ә ed -з (es. professorә ). Lui la chiama “grammatica intermittente” perché nel testo l’uso degli schwa non risponde a regole chiare.

È vero che nel documento sono presenti casi di concordanza incoerente tra articoli, sostantivi e aggettivi (es. le candidatз). Tuttavia precisiamo che gli schwa non sono la soluzione definitiva, ma un modo per sperimentare una lingua più inclusiva. Sono tanti i miglioramenti che possono essere fatti ed è lecito avere dubbi. Peccato che, invece di proporre soluzioni alternative, Arcangeli abbia preferito porre fine alla questione lanciando una petizione contro lo schwa. A parer suo, l’uso della “e” capovolta sarebbe una pretesa avanzata da

“una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un’intera comunità di parlanti e scriventi”.

Inoltre, cercando di toccare il cuore delle persone più sensibili, il professore prende le parti delle persone neurodivergenti o con DSA. Secondo lui, l’uso di schwa in un testo potrebbe infatti causare loro “seri danni”… Peccato che la comunità di persone neurodivergenti l’abbia considerata una difesa non richiesta in una lettera aperta! Anzi, tale premura nei loro confronti è stata considerata soltanto una strumentalizzazione.

Lo schwa è un’imposizione?

Assolutamente no! Il tutto è partito per iniziativa del Ministero dell’Università che aveva semplicemente deciso di usare la desinenza in -ә per riferirsi allә destinatariә. Tuttavia troviamo curioso che il Prof. Arcangeli abbia deciso di difendere la libertà dellә parlanti con una petizione contro l’utilizzo di una possibilità linguistica a loro disposizione. Insomma, non riuscendo a uscirne vincitore in una discussione su Facebook, il professore ha pensato bene di servirsi del proprio potere e influenza per cercare di imbavagliare a sua volta lә “seguaci della neolingua” con un atto pubblico. Ma tuttә noi ci chiediamo: che cosa pensa di ottenere una volta raggiunte le 25.000 firme? Pensa forse di poter mettere al bando l’odiato fonema?

Come sicuramente le persone firmatarie sapranno, la lingua di un popolo non si cambia a suon di riforme. Non sparirono i prestiti stranieri dall’italiano durante Ventennio, figuriamoci lo schwa nell’era di internet. Per questo motivo non sarà certo una petizione contro la “e” capovolta a impedirne l’uso a chi vuole utilizzarla. L’obiettivo è forse vietare la variante nelle comunicazioni ufficiali delle istituzioni? Potrebbero riuscirci, per il momento… Ma in futuro chissà?

Il cambiamento fa paura

Nel testo della petizione leggiamo di “pericolosa deriva”, “riformare”, “promotori”, “politicamente corretto”, “danni” e “perbenismo”… Tutti termini che danno a questo atto di censura il sapore di una politica che pensa al ‘bene’ della maggioranza ai danni delle minoranze. Una politica che mette il bene di moltә davanti a quello di tuttә.

Come se non bastasse, nel testo di Arcangeli leggiamo persino che le proposte inclusive non sarebbero in realtà “motivate da reali richieste di cambiamento”. A questo punto ci chiediamo davvero su quale pianeta viva il professore. L’inclusione nella lingua è un tema che al momento sta interessando molti paesi nel mondo. Guardiamo ad esempio la Svezia, che aveva approvato ufficialmente l’uso del pronome agènere hen già nel 2014! (A tal proposito vi consigliamo l’intervista fatta a Cesco Reale, membro dell’Associazione Mondiale dei Poliglotti).

Citando le parole di Alessio Giordano:

“È evidente che non si è ancora riusciti a mostrare con sufficiente chiarezza che sempre più persone vivono quotidianamente il disagio, se non la frustrazione, di abitare una lingua che non offre loro la possibilità di parlare di sé”

Mentre il mondo della cultura si preoccupa di difendere il diritto a esprimersi, in Italia un gruppo di intellettuali è contrario e lancia una petizione. Tutto questo dimostra quanto il nostro paese sia ancora chiuso al cambiamento culturale.

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