Non si va mai abbastanza lontano, quando si tratta di parlare d’amore. In questo caso, siamo arrivati in Cina, per trovare una storia che va conquistando un pubblico sempre più ampio e internazionale. Si tratta di Mo Dao Zu Shi, Il Grande Maestro della Coltivazione Demoniaca”. È nato come serie di romanzi ad opera dell’autrice Mò Xiāng Tóng Xiù nel 2015; è diventato una serie animata per WeTV nel 2018; nel 2019, la versione live action è comparsa su Netflix col titolo The Untamed. Ne esistono anche una trasposizione a fumetti e un radiodramma. Insomma, l’affetto del pubblico è comprovato.

Cos’è Mo Dao Zu Shi?

 

Mo Dao Zu Shi è uno Xiānxiá, ovvero di un fantasy che si ispira alla mitologia, al taoismo, alle arti marziali, alla medicina tradizionale e alla religiosità popolare cinesi. Ma rientra anche nel sottogenere del dānměi, ovvero è una storia romantica fra personaggi maschili. Di solito, questo tipo di produzione è scritta dalle donne per le donne. In Cina, incorre spesso in censure, per via dei contenuti erotici e omosessuali.

Di tutti gli Xiānxiá e i dānměi esistenti, Mo Dao Zu Shi ha guadagnato un consenso così ampio probabilmente per una serie di pregi. La trama è complessa e avvincente – certo, richiede notevole concentrazione per essere seguita, ma tant’è. È ricco di ingredienti: non c’è solo la storia sentimentale principale, ma anche molte altre forme d’amore, dipinte in tutte le loro sfumature, senza perdere né in delicatezza, né in forza. C’è un tocco di giallo, visto che i protagonisti indagano sui retroscena di alcuni fatti sanguinosi. Ci sono l’elemento fantasy e quello horror, quello avventuroso e quello marziale; tocca tematiche spirituali… Insomma, può catturare molte fasce di pubblico. Riesce anche a porre domande etiche non da poco: se si deve scegliere fra la propria reputazione e la propria coscienza, quale dei due deve avere la precedenza? Ed è possibile rimanere fedeli all’amicizia e all’amore, in un mondo d’intrighi che ostacolano entrambe? Cosa si cela veramente, dietro le pretese di rettitudine e ortodossia di coloro che si etichettano come “i migliori”?

A tutto questo devono rispondere i personaggi della serie, soprattutto i tre principali: Wèi Wúxiàn, Lán WàngJī e Jiāng Chéng.

Il primo è colui che dà il nome alla saga. È orfano, perciò è stato cresciuto dal capo del clan Jiāng, insieme ai suoi figli: l’erede Jiāng Chéng (appunto) e la sorella maggiore Jiāng YànLí. Essi fanno parte di uno dei diversi clan di “coltivatori” di questa Cina immaginaria, ovvero casati aristocratici dediti alla meditazione, alle arti marziali e alla magia. La “coltivazione” è un misto di queste tre. Wèi Wúxiàn, fin da bambino, si rivela essere un prodigio in tale campo, tanto da mettere in ombra il fratello adottivo. Ecco quindi che quest’ultimo cresce provando verso di lui un misto di profondo affetto e di duraturo rancore. Peraltro, né Jiāng Chéng, né Wèi Wúxiàn hanno altri amici… finché non entra in scena Lán WàngJī.

Lui è nato nel clan Lán (giustappunto), famoso per il rigore monastico e puritano della sua disciplina. Insieme al fratello, è considerato un modello di gentiluomo sotto ogni aspetto. Sembrerebbe essere l’esatto opposto di Wèi Wúxiàn, che è spavaldo e indisciplinato. Eppure, l’orfano “tutto genio e sregolatezza” sviluppa un forte interesse per Lán WàngJī. Inizialmente respinto, diventa il migliore amico del virtuoso rampollo, quando si trovano a schierarsi insieme contro le prepotenze di Wēn Cháo: un membro del clan Wēn, che mira a sottomettere le altre scuole aristocratiche di “coltivatori” alla propria autorità.

Peccato che il coraggio di Wèi Wúxiàn culmini in una rappresaglia disastrosa: l’intero clan Jiāng viene sterminato, ad eccezione di lui e dei fratelli adottivi, che riescono a fuggire. Più tardi, Wēn Cháo riesce a catturare Wèi Wúxiàn e a gettarlo nel bel mezzo dei Tumuli: un’area nella regione di Yiling che deve il suo nome al massacro di cui è stata teatro. I corpi degli uccisi non sono mai stati rimossi e il loro risentimento aleggia ancora nel luogo, rendendolo fatale ai corpi e alle anime. Nottetempo, i Tumuli sono addirittura percorsi da fantasmi e zombie. La fine sembrerebbe certa e dolorosa, per il nostro ribelle. Invece, proprio qui Wèi Wúxiàn subisce un cambiamento decisivo: impara a padroneggiare e sfruttare la rabbia e il dolore degli spiriti maligni, trasformandoli in un potere indomabile. È così che diviene il Gran Maestro della Coltivazione Demoniaca, detto “Patriarca di Yiling”.

Tutto questo, però, avrà un prezzo. I casati di coltivatori temono questo potentissimo ragazzo prodigio; il suo stesso rapporto fraterno con Jiāng Chéng s’incrina; in più, dopo la sconfitta del clan Wēn, Wèi Wúxiàn decide di proteggere i suoi superstiti vecchi e bambini dalle ritorsioni dei vincitori. Si giunge perciò a una guerra contro il Patriarca di Yiling; in prima fila tra i suoi nemici, c’è proprio il suo fratello adottivo. Ufficialmente, Wèi Wúxiàn muore durante lo scontro. Ma sono in due a non credere che la sua dipartita sia definitiva. Uno è Jiāng Chéng… e l’altro è Lán WàngJī. L’ “amico del cuore” di Wèi Wúxiàn non ha mai smesso di credere in lui, a costo di schierarsi contro tutti i “difensori dell’ortodossia” che additano il Patriarca di Yiling come “il male assoluto”. L’inconsolabile nostalgia del giovane gentiluomo comincia a rivelare la vera natura del sentimento che lo lega all’amico… e, quando il coltivatore demoniaco torna effettivamente in vita, proprio Lán WàngJī è il primo a riconoscerlo. Questa “strana coppia di opposti” comincia a indagare sui veri autori dei misfatti peggiori attribuiti al Patriarca di Yiling. Il mondo dei coltivatori ortodossi non è infatti così integro e puro come essi vorrebbero rappresentarlo.

Mo Dao Zu Shi: una storia complessa e profonda

 

            Riassumere in poche righe la storia di Wèi Wúxiàn e Lán WàngJī è impossibile. Sia la serie animata che quella Netflix, per quanto godibili, hanno dovuto tagliare diverse scene presenti nei romanzi, nei fumetti e nel radiodramma. Anche per ragioni di censura, si tratta proprio di quelle più appassionate ed esplicite.

I protagonisti non sono banalmente “opposti complementari”, come sembrerebbero a prima vista. Sono entrambi personaggi complessi, da conoscere al di là delle etichette che la loro stessa fama ha appioppato loro. Wèi Wúxiàn, l’indomabile solitario, nasconde in sé una capacità di devozione e auto-sacrificio impensabile. Lán WàngJī, il “ragazzo perbene”, è figlio di un matrimonio d’amore contrastato dal clan. Entrambi erano in cerca della “scintilla” che facesse esplodere quel che reprimevano: il primo desiderava un amore che non arrivasse mescolato con abusi e rancori, come avveniva invece nella sua famiglia adottiva; il secondo bramava spazi di libertà e di passione impensabili nella cerchia dei Lán. Anche nel campo degli stereotipi di genere, i due riservano sorprese. Wèi Wúxiàn, che si atteggia spesso a spaccone e sciupafemmine, finisce per rivelarsi bisognoso di protezione e di polso fermo, quando si trova col suo uomo. Lán WàngJī, nel cap. 4 dei romanzi, viene ritratto dall’amico con un fiore dietro l’orecchio, a mo’ di allusione alla sua “femminilità”; ma la protettività e l’autorità che dimostra verso l’amante lo avvicinano allo stereotipo del “marito”. Del resto, la sessualità è una zona d’ombra: i suoi fantasmi amano prendere forme diverse, spesso più autentiche di ciò che appare a prima vista.

Mo Dao Zu Shi esce dagli stereotipi stessi di qualsiasi racconto romantico od erotico per la ricchezza di tematiche che propone e per la compresenza di diversi generi narrativi. È probabilmente per questo che ha vittoriosamente eluso le censure ed ha conquistato un pubblico tanto vasto. La passione fra i protagonisti è indomabile e visibile anche nelle trasposizioni più castigate della storia; ma la vicenda può essere letta anche per le sue magie, i suoi intrighi e le sue battaglie. Perché l’amore non è un idillio isolato: è sempre parte di uno scenario vasto. Ma è anche così forte da divenirne il centro e il nucleo.

 

Erica “Eric” Gazzoldi

 

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