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“Don’t Say Gay”: in Florida la sessualità è un tabù nelle scuole

Don't Say Gay

La controversa legislazione “Don’t Say Gay” vieta nelle scuole della Florida l’insegnamento della sessualità e dell’identità di genere

Il disegno di legge “Don’t Say Gay” – ancora non firmato – è al centro di numerose discussioni e manifestazioni in Florida. Il governatore repubblicano Ron DeSantis ha affermato che firmerà la nuova legge e che sarà ufficialmente vietato parlare di orientamento sessuale e identità di genere allə bambinə sotto i 10 anni. Ma già dal preambolo il disegno di legge è poco chiaro, infatti lo scopo della legge sarebbe quella di vietare le discussioni riguardo l’orientamento sessuale e l’identità di genere nelle scuole. Allo stesso tempo, nelle parti successive della legge non si parla di divietò, bensì di possibilità.

Proteggere lə bambinə. Ma da cosa esattamente?

Secondo i repubblicani, l’idea alla base di questa legislazione è proteggere lə bambinə da eventuali problemi che non sono capaci di elaborare in tenera età. Conoscere gli orientamenti sessuali e le identità di genere, però, non ci sembra essere un problema, piuttosto lo sarebbe non apprendere la diversità. Immaginate unə ragazzə che all’età di 14 anni – in piena pubertà – inizia a scoprire tramite i social più utilizzati dai teenagers che la realtà è diversa da quella che ha sempre appreso a scuola. Come reagirebbe? Possiamo immaginare per grandi linee due opzioni:

  • Chiede allə insegnanti di dare una spiegazione per capire meglio di cosa si tratta;
  • Rifiuta categoricamente la diversità perché non rientra nei suoi insegnamenti.

Entrambi i casi appena descritti possono essere causati da paura così come da curiosità. Per questo motivo il ruolo di unə insegnante è fondamentale, soprattutto se i genitori non sono in grado – per una serie di motivi differenti – di rispondere adeguatamente a determinate richieste da parte dellə figliə. È proprio in questo caso che entra in gioco la scuola, considerata da moltə una seconda casa proprio perché vi si trascorre più della metà della propria adolescenza.

Don’t Say Gay: rafforzare i diritti dei genitori

Il governatore repubblicano evidenzia anche la necessità di rendere più forti i diritti dei genitori, tanto che il nome effettivo della nuova legge sarebbe “Diritti dei genitori nell’istruzione”. Se le scuole non dovessero rispettare tali diritti, potranno senza alcun problema essere citate in giudizio. Lə numerosə attivistə hanno ribattezzato la legislazione con il nome “Don’t Say Gay”, proprio per questo Brandon Wolf, segretario di Equity Florida, continua a sostenere l’importanza di dover dare voce e valore alle famiglie LGBTQIA+.

Disney in sciopero contro la legge

I dipendenti della Walt Disney Company hanno dato il via ad una giornata di sciopero in tutti gli Stati Uniti contro la legislazione “Don’t Say Gay”. L’obiettivo era quello di attirare l’attenzione del colosso Disney, il quale, il seguito allo sciopero, ha rilasciato una dichiarazione sostenendo la comunità LGBTQIA+.

Disney+ stands by our LGBTQIA+ employees, colleagues, families, storytellers, and fans, and we strongly denounce all legislation that infringes on the basic human rights of people in the LGBTQIA+ community – especially legislation that targets and harms young people and their families. We strive to create a service that reflects the world in which we live, and our hope is to be a source for inclusive, empowering, and authentic stories that unite us in our shared humanity.

La dichiarazione, però, non risulta essere all’altezza della minaccia messa in atto dal disegno di legge. Per questo motivo, i dipendenti hanno pianificato una serie di brevi scioperi di 15 minuti per invitare la leadership di Walt Disney Company a prendere una posizione più forte. Con una lettera aperta, i dipendenti hanno dato voce alla loro comunità sottolineando due punti:

  • la necessità di fermare le donazioni politiche ad alcuni politici della Florida – in riferimento anche al governatore DeSantis;
  • attuare un piano di protezione della comunità LGBTQIA+ in merito alla legislazione.

Il disegno di legge non è ancora stato firmato, ma dal momento che il governatore DeSantis ha espresso la volontà di portarlo avanti, “Don’t Say Gay” potrebbe essere approvata e diventare legge a tutti gli effetti.

Leggi anche: Nomi unisex e neutri per persone non-binary: la lingua italiana chiede aiuto

 

Nomi unisex e neutri per persone non-binary: la lingua italiana chiede aiuto

nomi unisex

Il momento più critico prima della nascita di unə bambinə è la scelta del nome da attribuire. Nella maggior parte dei casi vengono scelti nomi sulla base del sesso dellə nasciturə, è vero però che esiste anche una percentuale – minore – della popolazione con un nome unisex.

Servono più nomi unisex, quelli di origine italiana sono davvero pochi

Poter scegliere un nome unisex fra quelli italiani non è molto semplice, in quanto non vi è una vasta scelta rispetto ai nomi che potremmo pensare in relazione al sesso maschile e/o femminile. Considerando quanto detto, è chiaro che la scelta da parte di un genitore o tutore ricadrà su un nome prettamente maschile o femminile e – soltanto in pochi casi – su un nome neutro. Occorrerebbe ampliare la lista di nomi unisex così da non dover ricorrere necessariamente ai soliti cinque nomi e rischiare di chiamarci tutti allo stesso modo. Tra l’altro, all’estero i nomi unisex sono molti di più rispetto a quelli che abbiamo a disposizione in Italia.

Alcuni nomi li conosciamo già, altri invece sono meno utilizzati e in italiano vengono per lo più attribuiti – per consuetudine – al sesso maschile piuttosto che a quello femminile. Andrea è sicuramente il nome italiano più utilizzato, ma non è sempre stato così semplice attribuire tale nome ad una figlia di sesso femminile. Infatti, in passato, il nome Andrea in questo caso doveva essere affiancato necessariamente da un nome marcatamente femminile. Comprendere il non-binarismo di genere è il primo passo fondamentale per mettere in atto sostanziali modifiche – burocratiche e sociali –  quando si parla di nomi unisex.

Perché è importante avere un nome neutro fin dalla nascita

Le persone non binary italiane lo sanno, è tutta questione di una burocrazia infinita. Chi vuole cambiare il proprio nome anagrafico deve ricorrere ad un atto amministrativo e scegliere finalmente il nome che più desidera per se stessə. Il regolamento per la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile (DPR 396 del 3/11/2000 modificato dal DPR n.54/2012) disciplina il cambio di nome in Italia. Per poter cambiare nome (o anche cognome) occorre rivolgersi alla Prefettura del proprio comune e compilare un modulo di richiesta. Sarà il Prefetto a decidere se la richiesta può essere accettata, e quindi la persona avrà diritto al cambio nome, oppure verrà rifiutata. In sostanza, cambiare nome non solo è una pratica che richiede tempo, ma in più non è per tutti!

L’anagrafe accetta raramente i nomi abbreviati come Roby, Vale, Lory e altri. Sarebbe, quindi, opportuno avere una scelta più ampia di nomi neutri, così come la possibilità di cambiare il proprio con più facilità. Forse scegliere nomi stranieri come Cameron, Leslie o Andy può andar bene? La risposta, purtroppo, è negativa. Anche i nomi stranieri potrebbero non essere accettati dalla Prefettura. Cambiare nome è quindi più difficile di un terno al Lotto.

 

A Berlino un memoriale per ricordare le vittime gay dei nazisti, di fronte al monumento in memoria della Shoah

memoriale vittime omosessuali nazismo

Denkmal für die im Nationalsozialismus verfolgten Homosexuellen, in tedesco. Per chi arriva nei pressi del Tiergarten non può di certo passare inosservato un memoriale così importante. Anzi, due. Il monumento berlinese – sempre aperto al pubblico e ad accesso libero – vuole ricordare tuttə coloro che tra il 1933 e il 1945 sono statə vittime delle atrocità commesse dai nazionalsocialisti.

Un parallelepipedo di cemento che si impone nel paesaggio berlinese

Una grande stele di cemento, un parallelepipedo per l’esattezza, alta quasi quattro metri e larga quasi due, è il progetto dal danese Michael Elmgreen e dal norvegese Ingar Dragset. Su di essa una targa commemorativa, scritta in inglese e in tedesco, ci ricorda che le persecuzioni degli omosessuali non sono terminate con la caduta del nazismo, ma sono perdurate nella Repubblica Federale e nella DDR. Una vicenda che sembra non vedere la fine e che la storia non riesce a riportarci numericamente: ad oggi, infatti, è ancora indefinito il numero di vittime omosessuali morte all’interno dei campi di concentramento.
Ciò che attira i visitatori è una piccola finestra incastrata sul parallelepipedo grigio. Chi incuriosito porgerà il suo sguardo all’interno, potrà osservare la proiezione – continua – di un video in cui persone dello stesso sesso si baciano appassionatamente.

Il sindaco di Berlino Klaus Wowereit inaugura il memoriale nel 2008

Era il 27 maggio 2008 quando Klaus Wowereit, allora sindaco della capitale tedesca, ha inaugurato il memoriale. Ad affiancarlo in un momento così importante, non solo per l’intera comunità lgbt mondiale, il ministro della Cultura Bernd Neumann e alcuni rappresentanti della comunità ebraica e tzigana. Wowereit è passato alla storia per aver inaugurato un monumento di tale portata, ma soprattutto perché prima della nomina a sindaco si è dichiarato omosessuale.
“Ich bin schwul, und das ist auch gut so!”
Sono omosessuale e va bene anche così! Queste le parole del sindaco tedesco in carica dal 2001 al 2014, un passo importante per la comunità lgbt internazionale.

Nessun sopravvissuto è stato presente all’inaugurazione

L’ultimo testimone sopravvissuto alle persecuzioni dei nazisti era il francese Pierre Seel, morto nel 2005. È stato autore di un’autobiografia dal titolo Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel pubblicata nel 1994. Seel ha raccontato la tragica storia attraverso gli occhi di un diciassettenne. Deportato e costretto a guardare con che atrocità i nazisti hanno tolto la vita al suo amante allora diciottenne: ancora vivo, divorato dai cani.  Gli omosessuali non venivano uccisi immediatamente, ma erano vittime di abusi e maltrattamenti continui. Inoltre, costretti a indossare come simbolo di riconoscimento un triangolo rosa. Fisicamente sfruttati per provare esperimenti medici: iniezioni ormonali, lobotomie e castrazioni erano solo alcuni dei maltrattamenti a cui erano sottoposti.
Quello di Berlino non è l’unico monumento in memoria delle vittime omosessuali
Tanti altri sono stati realizzati in Europa e oltre oceano. Sul sito internet di Arcigay è possibile trovare una lista di monumenti dedicati alle persone vittime di discriminazioni omofobe e persecuzioni – non soltanto durante il periodo nazista.

Come raggiungere il memoriale delle persone omosessuali a Berlino

È possibile raggiungere il monumento dalla stazione U-Bahn e S-Bahn di Brandenburger Tor o dalla stazione U-Bahn e S-Bahn di Potsdamer Platz.

 

 

Come declinare i sostantivi di professione: linee guida per un corretto uso della lingua italiana moderna

sostantivi-di-professione

Premessa sui sostantivi di professione

Questo articolo non vuole sostituire alcun manuale di grammatica, per quelli vi basta andare in libreria e acquistarne uno, o in biblioteca e prenderlo in prestito. Piuttosto, vuole provare a dare una risposta da un punto di vista socio-culturale. Come si declinano correttamente i sostantivi di professione? Non avrete di certo difficoltà a indicare il femminile dei termini cassiere, maestro, e attore. Ma se doveste declinare il femminile di avvocato?

Avvocato, che domande!”, direbbero alcunə.

Avvocata!”, per altrə.

“No no, state sbagliando tuttə. Si dice avvocatessa”.

Un problema che sembra riguardare esclusivamente le soggettività binarie. Se una persona non si rispecchia né nel genere maschile né in quello femminile, qual è la declinazione corretta da utilizzare? Dubbi e incertezze si fanno spazio nella mente, tanto da far salire un gran mal di testa che ci fa dire “Basta, ci rinuncio”. E invece no, io non ci rinuncio, voglio trovare una soluzione alla declinazione dei sostantivi di professione valida per tuttə e una volta per tutte.

 

Andiamo per ordine

La grammatica italiana parla chiaro: il femminile di direttore è direttrice, così come il femminile di redattore è redattrice, e infine il femminile di avvocato è avvocata o avvocatessa. Sono corrette entrambe le opzioni, quindi qual è il motivo per cui nella maggior parte dei casi si utilizza il maschile anche per indicare il genere femminile? In questo caso proprio il genere femminile sarebbe avvantaggiato. Oppure no.

Il “problema” dell’uso dei femminili è stato anche oggetto di interesse di numerosə linguistə: nel 2013 Cecilia Robustelli, linguista e accademica, cura “Infermiera sì, ingegnera no”, un tema di discussione sul sito dell’Accademia della Crusca in cui parla delle resistenze all’uso del femminile. Robustelli sottolinea il più grande errore comune quando si parla di sostantivi di professione, ovvero l’idea che l’utilizzo del femminile sia dovuto a linguisticə, quando in realtà il problema alla base è di tipo culturale. Utilizzare i femminili, secondo la linguista, è indispensabile affinché i ruoli ricoperti dalle donne vengano riconosciuti a pieno titolo all’interno di una società che per secoli ha alimentato il patriarcato.

Anche la social-linguista Vera Gheno è giunta alla conclusione che solo utilizzando i sostantivi femminili è possibile dare visibilità e riconoscimento alle donne, le quali molto spesso hanno dovuto sentir dire che alcuni sostantivi di professione al femminile “non vanno bene, suonano male”. Eppure la lingua è fatta di suoni, e a questi ci si può facilmente abituare (d’altronde la lingua ha subito, nel corso dei secoli, numerose variazioni a cui ci siamo pian piano abituati).

Succede che ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone. […] Le questioni linguistiche non sono mai velleitarie, perché attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero, la nostra essenza stessa di esseri umani, ciò che siamo e ciò che vogliamo essere.[1]

 

Cosa fare se si è in dubbio sulla declinazione corretta dei sostantivi di professione?

Può sembrare scontato dirlo, ma da quando i vocabolari vengono consultati quasi esclusivamente online, sembrano aver assunto un po’ lo stesso valore di Wikipedia – tutti sappiamo, però, che non è così. Fidiamoci dei dizionari della lingua italiana, scegliamone uno aggiornato e abbastanza moderno che sia capace di testimoniare la lingua nel presente storico. In questo modo non incapperemo in errori e una volta per tutte saremo fuori da quelle che Umberto Eco ha definito “legioni di imbecilli”.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” [2]

 

Due recenti eventi sono stati sotto i riflettori e oggetto di critiche sotto un punto di vista linguistico oltre che culturale

Mi riferisco all’elezione della rettrice dell’Università La Sapienza di Roma, Antonella Polimeni, e a Stéphanie Frappart che il 2 dicembre 2020 ha arbitrato la partita di Champions League Juve vs. Dinamo Kiev. Sono eventi di cui parla anche Vera Gheno ne parla in questo articolo  per dare risposta alle numerose obiezioni contro l’utilizzo dei termini “rettrice” e “arbitra”. Si tratta di termini assolutamente corretti, confermati anche dal dizionario della lingua italiana Zingarelli. Inoltre, i due lemmi non rappresentano dei neologismi, ma sono coppie di parole presenti già nella lingua latina nelle forme rector/rectrix e arbiter/arbitra, e poco conta che questi termini abbiano subito delle variazioni semantiche, ovvero il loro significato è cambiato. Insomma, il latino è una lingua morta, ma mica tanto oserei dire.

 

Ci sono casi in cui le donne rifiutano la declinazione al femminile dei sostantivi di professione

Il direttore d’orchestra Beatrice Venezi ha sollevato un’importante polemica durante il Festival di Sanremo 2021: rifiuta il femminile direttrice preferendo la declinazione al maschile.

“Quello che per me conta è il talento e la preparazione e soprattutto il ruolo, in un contesto molto tradizionalista e conservatore come quello della direzione d’orchestra e della musica classica. È fondamentale per una donna che non venga discriminata e chiamarla direttrice è quasi una discriminazione perché vuol dire che non ti mettono nello stesso insieme di tutti i direttori d’orchestra, è questa la verità.

Rifiutare il femminile non è una scelta legata alla grammatica, che come ho detto prima parla chiarissimo. Si tratta, piuttosto, di una scelta legata a motivi sociali e culturali.

Beatrice Venezi non è la prima e non sarà, ahimè, l’ultima. Di recente ho discusso la mia tesi di laurea magistrale presentando i risultati ottenuti da un questionario che aveva l’obiettivo di osservare l’attitudine delle persone di fronte alle tematiche di genere. Tra le varie domande, due di queste sono:

  1. Qual è la tua professione?
  2. Qual è il femminile corretto del termine avvocato tra “avvocato, avvocata, avvocatessa”?

Dall’analisi è emerso che alcune donne che hanno risposto al questionario hanno indicato la propria professione con il termine avvocato, ma alla seconda domanda hanno risposto con avvocata. Mi sono chiesta, quindi, quale fosse la ragione per cui sono stati utilizzati due termini con declinazioni differenti. Come se il maschile fosse più professionale del femminile e, riportando le parole del direttore Beatrice Venezi, meno discriminatorio.

Anche nel mondo dell’architettura alcune donne rifiutano la declinazione architetta (per un approfondimento vi rimando a questo articolo) e sollevano un enorme polverone fatto di polemiche, misoginia, patriarcato e chi più ne ha più ne metta.

 

Soluzioni inclusive contro il binarismo di genere

Eccoci arrivati al fulcro del problema. Abbiamo visto che esiste il maschile, e abbiamo visto che esiste anche il femminile (quindi, per favore, usatelo). Qual è la soluzione per i sostantivi di professione in riferimento a professionistə e persone no binary? C’è chi sostiene che bisognerebbe utilizzare ancora il maschile sovraesteso, cioè un termine con desinenza maschile per indicare tutti i generi. Più o meno quello che succede adesso, ma il problema resta.

Se possiamo scegliere di utilizzare il maschile così come il femminile, perché non poter scegliere anche un neutro? Si tratta di un problema “tutto italiano”, perché la nostra lingua non ha di per sé un genere neutro come ad esempio la lingua tedesca. Ma alcune soluzioni sono attuabili fin da subito.

Mentre per il mondo dell’architettura un compromesso potrebbe essere il termine Arch., per gli altri settori professionali si potrebbero utilizzare soluzioni inclusive come la schwa (ə). “E come si pronuncia?”, direte voi. Come suggerisce Giulia Blasi nel suo saggio “Rivoluzione Z”,

è il suono dopo l’apostrofo quando Don Pietro Savastano, in “Gomorra”, dice «Ce ripigliamm’ tutt’ chell’ che è ‘o nuost’»

E se la schwa non piace (non ditemi che non sapete pronunciarla, perché vi sento cantare le canzoni napoletane in macchina), allora perché non creare neologismi che rendano felicə tuttə? Basta solo un po’ di volontà e niente è impossibile.

 

Note

[1] Gheno V., Femminili Singolari, cit., p. 15.

[2] Nicoletti Gianluca, Eco Umberto: Con i social parola a legioni di imbecilli, “La Stampa”, 11 giugno 2015

Testi scolastici e linguaggio di genere: una lotta contro il sessismo della lingua italiana

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Che la lingua italiana fosse ricca di stereotipi sessisti lo aveva già appurato Alma Sabatini, linguista italiana che nel 1987 ha pubblicato le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Si tratta di una serie di linee guida il cui intento è quello di suggerire alternative per eliminare definitivamente le differenze di genere nel linguaggio e dare maggiore visibilità ad aspetti della lingua che fanno riferimento alle donne.
La lingua, però, non viene fatta soltanto da regole ben scritte come nei testi scolastici, ma sono i parlanti a renderla tale. Essa subisce delle modifiche perché sono i parlanti stessi a cambiare abitudini, atteggiamenti e pensieri in base a ciò che li circonda. Basti pensare ai neologismi consolidati in seguito alla nascita di strumenti tecnologici. Per cambiare queste abitudini linguistiche è necessario indagare le strutture linguistiche e semantiche che si trovano alla base della costruzione di un immaginario sociale e culturale.

Qual è il primo approccio che noi esseri umani abbiamo con la realtà raccontata da un’istituzione diversa dalla famiglia? 

Impariamo a scrivere e a leggere intorno all’età di sei anni alle scuole elementari, perfezionando in seguito quanto abbiamo appreso. Quale migliore strumento di apprendimento, quindi, può essere un testo scolastico che ci insegna a comunicare con il mondo?
L’obiettivo principale di ciascun testo è stato da sempre quello di influire nella costruzione di un immaginario collettivo e sociale che potesse rispecchiare, quanto il più possibile, la società del momento. Se pensiamo che nel periodo fascista la casa editrice Mondadori era l’unica a detenere i diritti di pubblicazione e distribuzione del testo unico (il cosiddetto sussidiario su cui alcunə di noi hanno studiato), l’idea è molto più chiara.

Ricordiamo inoltre che, dal punto di vista linguistico, il linguaggio viene appreso per imitazione. Fin dalla tenera età, infatti, l’atteggiamento dellə bambinə è quello di imitare il comportamento degli adulti dello stesso sesso.

Le case editrici oggi si impegnano a riscrivere i propri testi scolastici in ottica di genere.

Non è così facile come possa sembrare, poiché non si tratta esclusivamente di usare la schwa (ə) o altre forme di inclusione. Smascherare i fondamenti sessisti di cui i testi scolastici sono colmi significa indagare gli stereotipi di carattere psicologico-comportamentali e quelli in ambito socio-professionale e familiare. Ad esempio, l’idea che i maschi non piangono e che le donne, al contrario, sono fragili. O ancora la madre dedita alle faccende domestiche e il padre impegnato al sostentamento economico della famiglia. Un gender gap ancora evidente nella società.

Questi stereotipi danno origine ad una dicotomia tra i due sessi, mettendo in luce l’impossibilità di poter scambiare i ruoli all’interno della società o della famiglia. Quest’ultimo luogo in cui bambinə apprendono i ruoli sessuali patriarcali fin da piccoli. I libri di testo danno per scontato questa separazione fra sessi e non si propongono di modificarla, perché sembra essere più importante eliminare ciò che può essere identificato come “elemento in comune” tra maschi e femmine, ed esaltare invece ciò che rende i due sessi differenti l’uno dall’atro.

Non è un caso, quindi, che i testi di storia e geografia non mettono in risalto i successi femminili, ma piuttosto quelli maschili. Questo evento contribuisce a innescare nell’immaginario dellə più piccolə la convinzione che le donne non abbiano, se non poco, contribuito alla storia e all’evoluzione del genere umano. Tuttə lə bambinə hanno il diritto di imparare a costruire un mondo senza stereotipi di alcun genere, e di conseguenza è solo in questo modo che potranno mettere in pratica un corretto uso della lingua italiana.

Testi scolastici: le tempistiche non sono il nostro forte.

Nonostante il primo codice di autoregolamentazione (il Progetto POLITE) sia nato nel 1998 con l’obiettivo di migliorare gli strumenti scolastici in relazione alle tematiche dell’identità di genere, è solo di recente che si avverte un’aria di cambiamento.
Le case editrici Zanichelli e Rizzoli Education hanno realizzato due progetti col medesimo obiettivo: promuovere la parità di genere nei testi scolastici, restituendo la pluralità di una società che si sta sempre più evolvendo, e permettendo a ciascun individuo di costruire la propria identità libera da stereotipi di genere. Il loro decalogo non rappresenta, però, un progetto concluso, quanto una continua evoluzione e progressione verso testi e strumenti indirizzati a docenti e alunnə.

La scuola rappresenta bambini e bambine allo stesso modo, senza distinzione di genere.

Per questo motivo è opportuno che tale rappresentazione univoca parta dai testi utilizzati dalle classi per studiare. Le case editrici di scolastica hanno compiuto enormi passi avanti, soprattutto da quando le politiche di genere interessano le istituzioni scolastiche. Ad esempio, se nei testi scolastici di scienze si parlasse dell’astronauta Samantha Cristoforetti, le bambine avrebbero l’esempio di una donna che ha rotto le barriere degli stereotipi di genere.
Di conseguenza aumenterebbe la probabilità che le facoltà tecnico-scientifiche in università sarebbero frequentate da una percentuale di donne più alta rispetto a quella odierna. Supportare questo sviluppo linguistico significa incentivare la realizzazione di una maggiore consapevolezza da parte delle future generazioni che vogliono concretizzare i propri desideri.