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Tape e Binder: come fasciarsi il petto

tape e binder

Una guida semplice su come ridurre la disforia

Cosa utilizzare? Tape, Binder, bende e altri rimedi 

Che tu sia un neofita o un veterano, questa importante domanda ha assillato anche te.
Qui di seguito una piccola panoramica sui mezzi che hai a disposizione.

Tape

Il tape è un nastro simile ad un cerotto ospedaliero ma più elastico, generalmente dotato di una colla molto resistente. Viene utilizzato per fare pressione sul tessuto mammario ridistribuendone il grasso sottocutaneo in modo da appiattirlo il più possibile. Ne viene consigliato l’utilizzo alle coppe di medio-piccole dimensioni (di solito sotto una coppa C), perché spesso non garantisce una compressione sufficiente per taglie più grandi. Viene venduto anche online con misure diverse, che potete scegliere in base alle dimensioni del vostro petto o in base al modo in cui lo andrete ad applicare.
PRIMA di applicare il tape assicuratevi che la vostra cute sia pulita e intatta e coprite i capezzoli con del cerotto in modo che non siano a contatto diretto con la colla.

Come applicarlo

Per applicarlo consiglio di prendere prima le misure della sezione di nastro da tagliare e poi procedere a crearne i segmenti necessari. Per applicare il primo pezzo di tape di solito si procede paralleli alla linea intermammilare, che è la linea immaginaria che unisce i due capezzoli.
Sollevate parzialmente la linguetta di carta che protegge la parte con la colla e applicate il primo pezzettino di nastro più o meno al centro del vostro petto, leggermente più vicino alla parte da fasciare. Ora scollate un po’ per volta la parte in carta e fissate il cerotto al petto tirando gentilmente il nastro verso l’esterno mentre lo applicate. In questo modo da otterrete l’effetto contenitivo. Terminate l’applicazione fissando l’ultimo pezzo di nastro senza tirarlo, in modo da non essere scomodi. Potete applicare un secondo o anche un terzo pezzo di tape se necessario, sia parallelo al primo sia obliquo. Provate a fissarne un segmento nel modo qui descritto e di aggiungerne uno al di sopra, in obliquo di 45 gradi come se voleste collegare il primo strato con l’ascella.
Il consiglio più prezioso che sento di dare è però quello di provare: trovate il vostro modo. Ogni corpo è diverso e ogni petto è diverso, perciò il modo migliore di applicare il tape è quello che va bene per voi.

Pro e contro

I pro del tape sono che è pratico, non limita la respirazione e può essere portato anche per 3-4 giorni consecutivi. Di solito regge l’acqua quindi potete tranquillamente farvi una doccia tenendo il tape, ricordando di asciugarlo molto bene col phon una volta usciti per evitare qualsiasi danno alla pelle dato dal contatto costante con un tessuto umido.
Tra i contro, dovrete fare pratica nell’applicazione e nella rimozione. Utilizzate dell’olio e lasciate piano piano cedere la colla lasciando in posa circa venti minuti, staccando il tape magari sotto l’acqua calda. Non strappate! Inoltre attenzione alle reazioni allergiche alla colla, che possono sempre essere possibili.
Se siete soggetti allergici è consigliabile fare una prova di applicazione magari su una parte della pelle meno delicata.
Se avete problemi sensoriali con i tessuti potreste avvertire del prurito.

Binder

Il binder è una canotta contenitiva con la parte anteriore rinforzata. Se avete intenzione di comprare un binder prendete con cura le misure necessarie e confrontatele con le tabelle taglia presenti in ogni sito.
Evitate i binder con chiusura laterale o anteriore, spesso di scarsa qualità e per questo dannosi, in quando applicano una pressione mirata su alcuni punti della cassa toracica provocando importanti tensioni muscolari e costringendo il torace in una posizione innaturale.

Come applicarlo

Una volta arrivata la taglia corretta dovrete indossarlo: se è la prima volta pazientate, non andate nel panico! Essendo un tessuto rinforzata potreste metterci un po’ sia nell’indossarlo che nel toglierlo. Un’idea potrebbe essere quella di farvi aiutare da qualcuno di vostra fiducia le prime volte. Lo indossate dall’alto facendo attenzione che il tessuto non si arrotoli su sé stesso e poi con calma fate scendere prima un po’ la parte posteriore poi un po’ quella anteriore. Alternate i movimenti fino ad indossarlo correttamente. Prestate attenzione alla respirazione: se respirate con fatica il binder è troppo piccolo e potrebbe essere pericoloso. Un binder di taglia corretta dovrebbe permettervi una respirazione naturale e non inficiare la libertà di movimento quotidiana. Vivamente sconsigliato l’utilizzo di più di un sistema di fasciatura contemporaneamente (due binder o Tape e binder indossati uno sopra l’altro). Consigliate anche delle piccole pause mentre lo indossate togliendolo per qualche minuto e rindossandolo se necessario.

Pro e contro

I pro del binder sono la maggiore inclusività nelle taglie rispetto al tape, il non aderire direttamente alla pelle e il far “respirare” quotidianamente la pelle (perché si toglie più facilmente del tape).
Tra i contro, sicuramente c’è un maggior affaticamento del torace ed una maggiore difficoltà nella respirazione. Il binder copre anche la schiena (il che diventa problematico nella stagione calda), inoltre deve essere tolto dopo un massimo di otto ore di utilizzo, per consentire il riposo delle parti del corpo sotto pressione. Non è possibile dormire con il binder ancora indossato perché potrebbe compromettere la respirazione durante la notte.

Cosa fare nel mentre

Una buona abitudine è quella di assicurarsi un’idratazione sufficiente a funzionare. Quindi, in generale e soprattutto se avete fasciato il petto, bevete abbastanza acqua. Indossando alcuni tipi di binder è sconsigliata l’attività sportiva (informatevi durante l’acquisto o tramite il venditore). Cercate di mantenere una postura corretta per non gravare ulteriormente sulla cassa toracica, ed evitate tutte le altre attività dannose per la vostra salute (il fumo, il consumo di alcol, la sedentarietà, una dieta alimentare disregolata).
Da evitare i rimedi casalinghi, che pur essendo economici e veloci da arrabattare, non sono sicuri e possono danneggiare la salute di chi li usa.

Un ultimo appunto

Quando ci si fascia il petto, un errore comune sta nell’aspettativa, nel pensiero “io mi fascio il petto perché lo voglio piatto”. Ma non esistono essere umani fatti in questo modo, perché oltre alla ghiandola mammaria e all’accumulo di adipe (maggiore nelle persone AFAB), nel petto ci sono anche dei muscoli. Quindi non è necessario raggiungere uno standard di piattezza impossibile per la maggior parte di noi, ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di utilizzare i dispositivi sopra consigliati per ridurre la disforia nei limiti delle possibilità umane, della sicurezza e della salute.

 

 

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Schwa: cosa significa la petizione contro il suo uso?

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In questi giorni il web si è infiammato dopo la petizione lanciata da Massimo Arcangeli, Ordinario di linguistica italiana dell’Università di Cagliari. La preoccupazione del professore è nata dopo un documento pubblicato dal Ministero dell’Università in cui sono presenti le desinenze inclusive -ә ed -з (es. professorә ). Lui la chiama “grammatica intermittente” perché nel testo l’uso degli schwa non risponde a regole chiare.

È vero che nel documento sono presenti casi di concordanza incoerente tra articoli, sostantivi e aggettivi (es. le candidatз). Tuttavia precisiamo che gli schwa non sono la soluzione definitiva, ma un modo per sperimentare una lingua più inclusiva. Sono tanti i miglioramenti che possono essere fatti ed è lecito avere dubbi. Peccato che, invece di proporre soluzioni alternative, Arcangeli abbia preferito porre fine alla questione lanciando una petizione contro lo schwa. A parer suo, l’uso della “e” capovolta sarebbe una pretesa avanzata da

“una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un’intera comunità di parlanti e scriventi”.

Inoltre, cercando di toccare il cuore delle persone più sensibili, il professore prende le parti delle persone neurodivergenti o con DSA. Secondo lui, l’uso di schwa in un testo potrebbe infatti causare loro “seri danni”… Peccato che la comunità di persone neurodivergenti l’abbia considerata una difesa non richiesta in una lettera aperta! Anzi, tale premura nei loro confronti è stata considerata soltanto una strumentalizzazione.

Lo schwa è un’imposizione?

Assolutamente no! Il tutto è partito per iniziativa del Ministero dell’Università che aveva semplicemente deciso di usare la desinenza in -ә per riferirsi allә destinatariә. Tuttavia troviamo curioso che il Prof. Arcangeli abbia deciso di difendere la libertà dellә parlanti con una petizione contro l’utilizzo di una possibilità linguistica a loro disposizione. Insomma, non riuscendo a uscirne vincitore in una discussione su Facebook, il professore ha pensato bene di servirsi del proprio potere e influenza per cercare di imbavagliare a sua volta lә “seguaci della neolingua” con un atto pubblico. Ma tuttә noi ci chiediamo: che cosa pensa di ottenere una volta raggiunte le 25.000 firme? Pensa forse di poter mettere al bando l’odiato fonema?

Come sicuramente le persone firmatarie sapranno, la lingua di un popolo non si cambia a suon di riforme. Non sparirono i prestiti stranieri dall’italiano durante Ventennio, figuriamoci lo schwa nell’era di internet. Per questo motivo non sarà certo una petizione contro la “e” capovolta a impedirne l’uso a chi vuole utilizzarla. L’obiettivo è forse vietare la variante nelle comunicazioni ufficiali delle istituzioni? Potrebbero riuscirci, per il momento… Ma in futuro chissà?

Il cambiamento fa paura

Nel testo della petizione leggiamo di “pericolosa deriva”, “riformare”, “promotori”, “politicamente corretto”, “danni” e “perbenismo”… Tutti termini che danno a questo atto di censura il sapore di una politica che pensa al ‘bene’ della maggioranza ai danni delle minoranze. Una politica che mette il bene di moltә davanti a quello di tuttә.

Come se non bastasse, nel testo di Arcangeli leggiamo persino che le proposte inclusive non sarebbero in realtà “motivate da reali richieste di cambiamento”. A questo punto ci chiediamo davvero su quale pianeta viva il professore. L’inclusione nella lingua è un tema che al momento sta interessando molti paesi nel mondo. Guardiamo ad esempio la Svezia, che aveva approvato ufficialmente l’uso del pronome agènere hen già nel 2014! (A tal proposito vi consigliamo l’intervista fatta a Cesco Reale, membro dell’Associazione Mondiale dei Poliglotti).

Citando le parole di Alessio Giordano:

“È evidente che non si è ancora riusciti a mostrare con sufficiente chiarezza che sempre più persone vivono quotidianamente il disagio, se non la frustrazione, di abitare una lingua che non offre loro la possibilità di parlare di sé”

Mentre il mondo della cultura si preoccupa di difendere il diritto a esprimersi, in Italia un gruppo di intellettuali è contrario e lancia una petizione. Tutto questo dimostra quanto il nostro paese sia ancora chiuso al cambiamento culturale.

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3 Webinar per capire il NON binarismo di genere

NON binarismo di genere

Ci sono ancora tante persone che ignorano il significato di binarismo di genere, ma che  hanno una mentalità basata su questo. Non ti nascondo che le prime volte anche a me questo vocabolo suonava stranissimo,  quasi impossibile da associare all’essere umano.

Però qualcosa mi diceva che il binarismo può essere negativo! Infatti, perché dobbiamo ragionare sempre secondo un metodo binario? Bello o brutto, abile o disabile, eterosessuale o omosessuale. Ma veramente le persone sono classificabili in 2 modi a prescindere da tutto?

Il vocabolario on-line Treccani riporta questa definizione:

binarismo s. m. [der. dell’agg. binario; cfr. il fr. binarisme]. – In linguistica, teoria che riconduce i sistemi fonologici di una lingua a un numero limitato (circa una dozzina) di opposizioni fonologiche binarie, e che consente quindi che ogni forma sia definibile in funzione del principio binario (presenza o assenza di un tratto o carattere distintivo pertinente, come, per es., vocalico, consonantico, nasale, ecc.).

Perché non dovremmo vivere in un mondo NON binario? Se anche  tu non fossi a tuo agio, rimane il fatto che molte cose stanno cambiando in senso contrario; finanche alla declinazione dei sostantivi di professione per dare spazio all’inclusività.

È altamente probabile che sia solo il tuo bisogno di conoscere. Dipende dalla dominante concezione di sesso e genere nettamente distinti e classificati secondo femminile e mascolino: perché non dovresti affrancarti dal dualismo?

Ecco perché ti invito caldamente a seguire gli imminenti 3 Webinar  della miniserie “Non è mai troppo tardi – Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto binario”, organizzato da ArciAtea con la preziosa collaborazione di Progetto Genderqueer.

Il titolo è decisamente irriverente, ma gli incontri vogliono guidare i partecipanti verso riflessioni profonde. Lo scopo dell’iniziativa è traghettare i nativi binari nel dialogo e nella conoscenza delle tematiche LGBT+.

Intanto voglio proporti  un assaggio di ciò che ti aspetta lungo il cammino, riportando una breve intervista agli esponenti degli enti promotori, ArciAtea e Progetto Genderqueer.

ArciAtea e la religione sul NON binarismo

Per offrirti  un gustoso aperitivo in attesa dei Webinar  mi sono fatto aiutare da Giancarlo Striani di ArciAtea, uno dei fondatori e componente dell’Ufficio di Presidenza di ARCI Milano – Lodi – Monza e Brianza. Una persona risoluta e  amante del pensiero critico, pronta a rispondere alle mie poche, spinose domande sul NON binarismo.

Riccardo: Statisticamente è assodato che la concezione binaria della persona sia base di lancio perfetta per il missile della discriminazione di genere. Secondo ArciAtea quanto un aumento della laicità della società civile può contrastare il fenomeno?

Giancarlo: In Italia la partecipazione quali-quantitativa ai riti dei fedeli cattolici è in costante calo, ma non la presenza politica e mediatica della chiesa, come si è visto nello stop al ddl Zan. Dobbiamo quindi mobilitarci per affermare il principio che nella sfera privata siamo tutti diversi, ma nella sfera pubblica dobbiamo essere considerati tutti liberi e uguali, capaci di autodeterminarci.

Essere laici oggi significa rispettare tutte le credenze, religiose o meno, che però devono restare nella sfera privata, non pretendere di orientare la sfera pubblica: lo Stato deve essere laico, cioè non basarsi su principi indiscutibili imposti da qualcuno, tranne il principio di libertà e uguaglianza, fondamento della nostra Costituzione repubblicana.

Ma il significato del termine laicità è stato deformato, soprattutto dalla chiesa cattolica, che si è inventata che esisterebbe una laicità cattiva, “escludente”, e una laicità buona, “inclusiva”, guarda caso quella che consente i suoi privilegi e i suoi condizionamenti sulla società. In realtà la laicità della modernità si basa sull’etsi deus non daretur, indica che la società deve essere gestita “come se dio non fosse dato”, cioè su libere scelte, non su dogmi del tipo: “Dio lo vuole”, “la Natura lo vuole”, “il Capo lo vuole”, ecc.

Riccardo: Il passare del tempo porta le generazioni ad essere sempre più laiche ed agnostiche: in che modo questo può influire sulla tolleranza “del diverso”?

Giancarlo: Tutte le ricerche, anche quelle commissionate dalla Conferenza Episcopale, indicano che aumentano atei e agnostici (soprattutto tra i giovani), aumenta il pluralismo religioso (soprattutto per le migrazioni), la religione è vissuta più superficialmente anche dalla maggior parte di chi si dichiara ancora credente (religione a bassa intensità); inoltre, in tutte le confessioni religiose c’è chi si “radicalizza” e pretende di imporre agli altri la sua visione del mondo.

Per questi ultimi, oggi è più difficile sostenere che dobbiamo comportarci in un certo modo per ordine di una divinità; allora preferiscono dire che ce lo prescrive la “Natura”, intesa come essenza, come assoluto, quindi immodificabile. Invece la natura dovrebbe essere intesa come relazioni, come ambiente storicamente determinato, che ha sedimentato schemi cognitivi e comportamentali, spesso molto radicati e condizionanti, ma pur sempre modificabili con la lotta.

Non dobbiamo accontentarci della tolleranza nei confronti dei “diversi”. La libertà, l’uguaglianza, i diritti, o sono universali o non sono; altrimenti diventerebbero solo privilegi per alcuni. Le discriminazioni colpiscono più direttamente i “diversi” ma riguardano tutti, anche chi preferisce adottare comportamenti “tradizionali”; e i vari “diversi” devono giustamente rivendicare le loro specifiche identità, ma senza chiudersi in bolle autoreferenziali, senza auto-ghettizzarsi.

Riccardo: In quali termini i principi fondanti di ArciAtea sono contigui a quelli su cui si basa la mission del Progetto Genderqueer?

Giancarlo: ArciAtea aderisce al progetto teorico e politico dell’illuminismo, centrato sull’autodeterminazione dell’umanità, da cui discende il pensiero liberale (siamo formalmente liberi e uguali) e socialista (dobbiamo essere effettivamente liberi e uguali); ArciAtea promuove il razionalismo scientifico e la lotta intersezionale contro tutte le forme di oppressione.

Le diversità sono una ricchezza quando sono scelte, non quando ci vengono imposte. Per ArciAtea sostenere che dobbiamo comportarci “come se il sesso biologico non fosse dato” (etsi sexus non daretur) è un aspetto particolare del più generale principio di laicità. “Non si capisce” perché nascere con un pene o una vagina dovrebbe imporci dei ruoli; o meglio, abbiamo capito che richiederà tempo e fatica, ma lottando potremo spezzare questi stereotipi sedimentati da discriminazioni e oppressioni millenarie.

La democrazia non è solo una procedura elettorale e non è esportabile (come abbiamo drammaticamente visto in Iraq ed Afghanistan). La democrazia è partecipazione, è educazione reciproca, è una pedagogia circolare. Molti nativi binari, pur simpatizzando per il movimento LGBT+, hanno bisogno di conoscere meglio queste tematiche, di educarsi. Contribuire a farlo è un interesse reciproco di Progetto Genderqueer e di ArciAtea, e non è mai troppo tardi.

L’evoluzione NON binaria per Progetto Genderqueer

Ora vengo alle parole di Nathan Bonnì per Progetto Genderqueer, fondatore della piattaforma culturale dedicata ai percorsi dei transgender non medicalizzati e noto attivista di lungo corso, saggista e autore. Quale migliore interlocutore per discutere di mondo circostante.

Riccardo: Come pensi che sia cambiata nel corso degli ultimi decenni la tolleranza sociale nei confronti delle persone NON binarie? Ritieni che le forme di apertura della Chiesa nei confronti dell’identità di genere “non standard” stia alleviando lo stigma sociale?

Nathan: È un periodo ambivalentedo ambivalente: negli anni ’70 e ’80 c’era stata un’apertura verso i ruoli di genere non binari, e anche la moda e il costume si aprivano all’androginia.  Negli anni 90 c’è stato un periodo di retroguardia.

Non seguo molto ciò che dice la Chiesa Cattolica sulle persone transgender. So che ha contrastato fortemente il ddl Zan, causandone in buona parte il fallimento. Gli ultimi decenni, però, sono serviti ad un avanzamento non piccolo dei diritti LGBT e della conoscenza delle soggettività non eterosessuali e non cisgender, anche, banalmente, tramite le serie Tv di netflix e tramite i social media.

Sicuramente, le soggettività non binary sono ancora oppresse, e anche coloro che vogliono uscire dal binarismo, pur non essendo transgender o enby, non hanno poi, di fatto, questa grande libertà d’espressione. E’ ancora difficile, per un uomo, uscire dal modello di “maschile tossico” senza che ciò comporti l’identificazione come gay, né per una donna è ancora possibile uscire di casa con le gambe non depilate, ad esempio.

E anche nel mondo transgender, hanno cittadinanza, e ancora con grande difficoltà, solo coloro che percorrono l’iter canonico indicato nella legge 164/82.

Riccardo: Ultimamente la comunicazione commerciale è sempre più orientata all’accettazione di ciò che non è statisticamente maggioritario: astuzia di mercato o vera voglia di contribuire al cambiamento?

Nathan: Ci sono dei mercati di nicchia, ma questo non deve entusiasmare. Faccio un esempio: su Amazon è possibile comprare un Binder, tuttavia è difficilissimo trovare binder che vada bene ad una persona “curvy”.

E la moda strizza l’occhio all’androginia, ma è sempre un’androginia giovane, magra, priva di peli. E invece il non binarismo comprende tutti i tipi di corpi, giovani, vecchi, magri, grassi, pelosi e glabri, tatuati o non tatuati, ma anche corpi disabili. E la moda veicola una visione distorta e “sterile” di non binarismo.

Come partecipare ai Webinar

Il ciclo di Webinar per i nativi binari che vogliono dialogare e conoscere meglio le tematiche LGBT+ si compone di tre appuntamenti on-line.

Il primo incontro si terrà venerdì 17 dicembre 2021, alle ore 21, e affronterà il tema degli stereotipi di genere. Gli altri seguiranno con un intervallo di tre settimane circa.

È una occasione di incontro rivolta a tutti e tutte, anzi a tuttə! Non mancare di collegarti in diretta tramite Zoom, oppure in differita nel canale YouTube di ArciAtea.

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/86579489141?pwd=VXJub1RxN3ZZdjZTaGhTdDVoeXZvQT09

ID riunione: 865 7948 9141
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Come declinare i sostantivi di professione: linee guida per un corretto uso della lingua italiana moderna

sostantivi-di-professione

Premessa sui sostantivi di professione

Questo articolo non vuole sostituire alcun manuale di grammatica, per quelli vi basta andare in libreria e acquistarne uno, o in biblioteca e prenderlo in prestito. Piuttosto, vuole provare a dare una risposta da un punto di vista socio-culturale. Come si declinano correttamente i sostantivi di professione? Non avrete di certo difficoltà a indicare il femminile dei termini cassiere, maestro, e attore. Ma se doveste declinare il femminile di avvocato?

Avvocato, che domande!”, direbbero alcunə.

Avvocata!”, per altrə.

“No no, state sbagliando tuttə. Si dice avvocatessa”.

Un problema che sembra riguardare esclusivamente le soggettività binarie. Se una persona non si rispecchia né nel genere maschile né in quello femminile, qual è la declinazione corretta da utilizzare? Dubbi e incertezze si fanno spazio nella mente, tanto da far salire un gran mal di testa che ci fa dire “Basta, ci rinuncio”. E invece no, io non ci rinuncio, voglio trovare una soluzione alla declinazione dei sostantivi di professione valida per tuttə e una volta per tutte.

 

Andiamo per ordine

La grammatica italiana parla chiaro: il femminile di direttore è direttrice, così come il femminile di redattore è redattrice, e infine il femminile di avvocato è avvocata o avvocatessa. Sono corrette entrambe le opzioni, quindi qual è il motivo per cui nella maggior parte dei casi si utilizza il maschile anche per indicare il genere femminile? In questo caso proprio il genere femminile sarebbe avvantaggiato. Oppure no.

Il “problema” dell’uso dei femminili è stato anche oggetto di interesse di numerosə linguistə: nel 2013 Cecilia Robustelli, linguista e accademica, cura “Infermiera sì, ingegnera no”, un tema di discussione sul sito dell’Accademia della Crusca in cui parla delle resistenze all’uso del femminile. Robustelli sottolinea il più grande errore comune quando si parla di sostantivi di professione, ovvero l’idea che l’utilizzo del femminile sia dovuto a linguisticə, quando in realtà il problema alla base è di tipo culturale. Utilizzare i femminili, secondo la linguista, è indispensabile affinché i ruoli ricoperti dalle donne vengano riconosciuti a pieno titolo all’interno di una società che per secoli ha alimentato il patriarcato.

Anche la social-linguista Vera Gheno è giunta alla conclusione che solo utilizzando i sostantivi femminili è possibile dare visibilità e riconoscimento alle donne, le quali molto spesso hanno dovuto sentir dire che alcuni sostantivi di professione al femminile “non vanno bene, suonano male”. Eppure la lingua è fatta di suoni, e a questi ci si può facilmente abituare (d’altronde la lingua ha subito, nel corso dei secoli, numerose variazioni a cui ci siamo pian piano abituati).

Succede che ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone. […] Le questioni linguistiche non sono mai velleitarie, perché attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero, la nostra essenza stessa di esseri umani, ciò che siamo e ciò che vogliamo essere.[1]

 

Cosa fare se si è in dubbio sulla declinazione corretta dei sostantivi di professione?

Può sembrare scontato dirlo, ma da quando i vocabolari vengono consultati quasi esclusivamente online, sembrano aver assunto un po’ lo stesso valore di Wikipedia – tutti sappiamo, però, che non è così. Fidiamoci dei dizionari della lingua italiana, scegliamone uno aggiornato e abbastanza moderno che sia capace di testimoniare la lingua nel presente storico. In questo modo non incapperemo in errori e una volta per tutte saremo fuori da quelle che Umberto Eco ha definito “legioni di imbecilli”.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” [2]

 

Due recenti eventi sono stati sotto i riflettori e oggetto di critiche sotto un punto di vista linguistico oltre che culturale

Mi riferisco all’elezione della rettrice dell’Università La Sapienza di Roma, Antonella Polimeni, e a Stéphanie Frappart che il 2 dicembre 2020 ha arbitrato la partita di Champions League Juve vs. Dinamo Kiev. Sono eventi di cui parla anche Vera Gheno ne parla in questo articolo  per dare risposta alle numerose obiezioni contro l’utilizzo dei termini “rettrice” e “arbitra”. Si tratta di termini assolutamente corretti, confermati anche dal dizionario della lingua italiana Zingarelli. Inoltre, i due lemmi non rappresentano dei neologismi, ma sono coppie di parole presenti già nella lingua latina nelle forme rector/rectrix e arbiter/arbitra, e poco conta che questi termini abbiano subito delle variazioni semantiche, ovvero il loro significato è cambiato. Insomma, il latino è una lingua morta, ma mica tanto oserei dire.

 

Ci sono casi in cui le donne rifiutano la declinazione al femminile dei sostantivi di professione

Il direttore d’orchestra Beatrice Venezi ha sollevato un’importante polemica durante il Festival di Sanremo 2021: rifiuta il femminile direttrice preferendo la declinazione al maschile.

“Quello che per me conta è il talento e la preparazione e soprattutto il ruolo, in un contesto molto tradizionalista e conservatore come quello della direzione d’orchestra e della musica classica. È fondamentale per una donna che non venga discriminata e chiamarla direttrice è quasi una discriminazione perché vuol dire che non ti mettono nello stesso insieme di tutti i direttori d’orchestra, è questa la verità.

Rifiutare il femminile non è una scelta legata alla grammatica, che come ho detto prima parla chiarissimo. Si tratta, piuttosto, di una scelta legata a motivi sociali e culturali.

Beatrice Venezi non è la prima e non sarà, ahimè, l’ultima. Di recente ho discusso la mia tesi di laurea magistrale presentando i risultati ottenuti da un questionario che aveva l’obiettivo di osservare l’attitudine delle persone di fronte alle tematiche di genere. Tra le varie domande, due di queste sono:

  1. Qual è la tua professione?
  2. Qual è il femminile corretto del termine avvocato tra “avvocato, avvocata, avvocatessa”?

Dall’analisi è emerso che alcune donne che hanno risposto al questionario hanno indicato la propria professione con il termine avvocato, ma alla seconda domanda hanno risposto con avvocata. Mi sono chiesta, quindi, quale fosse la ragione per cui sono stati utilizzati due termini con declinazioni differenti. Come se il maschile fosse più professionale del femminile e, riportando le parole del direttore Beatrice Venezi, meno discriminatorio.

Anche nel mondo dell’architettura alcune donne rifiutano la declinazione architetta (per un approfondimento vi rimando a questo articolo) e sollevano un enorme polverone fatto di polemiche, misoginia, patriarcato e chi più ne ha più ne metta.

 

Soluzioni inclusive contro il binarismo di genere

Eccoci arrivati al fulcro del problema. Abbiamo visto che esiste il maschile, e abbiamo visto che esiste anche il femminile (quindi, per favore, usatelo). Qual è la soluzione per i sostantivi di professione in riferimento a professionistə e persone no binary? C’è chi sostiene che bisognerebbe utilizzare ancora il maschile sovraesteso, cioè un termine con desinenza maschile per indicare tutti i generi. Più o meno quello che succede adesso, ma il problema resta.

Se possiamo scegliere di utilizzare il maschile così come il femminile, perché non poter scegliere anche un neutro? Si tratta di un problema “tutto italiano”, perché la nostra lingua non ha di per sé un genere neutro come ad esempio la lingua tedesca. Ma alcune soluzioni sono attuabili fin da subito.

Mentre per il mondo dell’architettura un compromesso potrebbe essere il termine Arch., per gli altri settori professionali si potrebbero utilizzare soluzioni inclusive come la schwa (ə). “E come si pronuncia?”, direte voi. Come suggerisce Giulia Blasi nel suo saggio “Rivoluzione Z”,

è il suono dopo l’apostrofo quando Don Pietro Savastano, in “Gomorra”, dice «Ce ripigliamm’ tutt’ chell’ che è ‘o nuost’»

E se la schwa non piace (non ditemi che non sapete pronunciarla, perché vi sento cantare le canzoni napoletane in macchina), allora perché non creare neologismi che rendano felicə tuttə? Basta solo un po’ di volontà e niente è impossibile.

 

Note

[1] Gheno V., Femminili Singolari, cit., p. 15.

[2] Nicoletti Gianluca, Eco Umberto: Con i social parola a legioni di imbecilli, “La Stampa”, 11 giugno 2015

TikTok: uno strumento per la rappresentazione delle minoranze

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TikTok: cos’è?

TikTok è una piattaforma social creata nel 2016 con il nome di Musically, uno strumento che rappresenta anche le minoranze.
L’interfaccia del social appare molto diversa da quella delle altre piattaforme: appena aperta non troviamo nessuna bacheca ma veniamo catapultati in un contenuto, un video, dai 15 secondi ai 3 minuti che, il più delle volte, sfrutta degli audio di sottofondo in trend.

Una volta aperta l’applicazione possiamo scegliere se rimanere nei cosiddetti per te, in cui l’algoritmo consiglia video simili a contenuti con cui si ha già interagito, oppure passare in modalità seguiti, che mostrerà un solo video della cerchia di creator già seguiti.
Questi video sono creati direttamente dagli utenti e, nonostante i pregiudizi, possono rivelarsi davvero interessanti.

Punti di forza: rappresentazione e confronto

Esattamente come gli altri social (e, per i più nostalgici, anche come la televisione), TikTok è un contenitore. All’interno di questo specifico strumento si può caricare ciò che si vuole: da appetitosi video di cucina, a incredibili make-up tutorial, a recensioni di profumi, libri, locali. Fortissima è la rappresentazione delle minoranze.

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fonte: freepik

La grande forza del social è l’immediatezza con cui i contenuti arrivano da tutto il mondo: se si interagisce o si segue creator non-binary italiani, scorrendo i contenuti, ne saranno consigliati altri statunitensi, francesi, portoghesi, ecc…

Così accade anche per le disabilità e le neurodiversità: seguendo contenuti sull’ADHD o sullo Spettro Autistico, verranno consigliati argomenti simili.
Tutto questo amplifica enormemente l’audience raggiungibile dalle parole di una sola persona e permette di confrontare, con assoluta immediatezza, la propria realtà con quella del mondo.

 

TikTok per le minoranze: analisi delle criticità

Nonostante le grandi potenzialità del social, un uso continuativo e attento ne rivela alcune criticità.

Problema dell’advocacy

Si moltiplicano le attività di advocacy per le minoranze, dalle minoranze. Ma chi controlla l’attendibilità dei contenuti?

Essendo uno strumento alla portata di tutti, ognuno può caricare il proprio contenuto divulgativo. Spesso, però, i temi trattati sono complessi se non si è un professionista del settore e le polemiche non costruttive trovano terreno fertile.
Un esempio recente: la discussione sul definire le persone Asperger con questo nome. Alcuni divulgatori, infatti, asseriscono che Hans Asperger avesse legami con partiti di estrema destra.
Una polemica assolutamente sterile e anche dannosa per qualcuno che, in questo nome, riconosce parte della sua identità.
Un grosso problema è anche quello dei video con elenchi infiniti di sintomi.
Contenuti che, in una manciata di secondi, pretendono di definire disturbi, malattie o neurodiversità, ma il cui unico risultato è quello di confondere e destabilizzare chi li vede.
Più pericolosa di una mancanza di rappresentazione è la diffusione di una rappresentazione distorta.

Problema della “bolla”

I contenuti che ci verranno presentati nei per te, dopo un minimo di utilizzo, saranno legati alle preferenze che abbiamo espresso. Il risultato è che accederemo allo stesso side di TikTok a ogni login, vedendo sempre le stesse tipologie di contenuti.
Non è detto che questo campanilismo sia un male, perché ci permette di avere accesso a una bolla di persone e a contenuti a noi affini, il che può farci sentire meno soli e più rappresentati e, quindi, validi. 

L’isolamento nell’isola felice, però, è limitante e, alla lunga, più che aiutarci può ostacolarci. Anche se si ha la necessità di appartenere a una comunità online è necessario ricordare che c’è un mondo che va oltre la piattaforma digitale.

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fornita da freepik

Problema della rappresentazione

Cosa interessante: si è andato a sviluppare un fenotipo dominante a cui le persone non-binary dovrebbero tendere; bisognerebbe essere magrǝ, biancǝ, androginǝ e AFAB; un approccio all’espressione di genere non realistico e per alcuni, ovviamente, inarrivabile.

Tra i più giovani, esiste anche lo stereotipo degli interessi in comune verso animali o oggetti, come la fissazione per le rane, i funghi e tutto ciò che li richiama o li riproduce.
L’esistenza delle persone AMAB è poco riconosciuta, così come un’espressione di genere androgina sembra essere l’unica possibile per avere il passpartout alla non binarietà. Preferenza comune e legittima, ma non necessaria nel definire un’identità.

Nonostante la presenza di molte criticità, questo social rappresenta un megafono per le minoranze di ogni tipo, permettendo loro di parlare di se stesse da se stesse, di raggiungere un pubblico vastissimo e di dimostrare che, nonostante le piccole differenze, tutti noi siamo e rimaniamo, indiscutibilmente, umani.

 

Editing: Chiara Cremascoli

Moda genderless: la libertà d’espressione affronta gli stereotipi di genere

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Sono giorni nei quali è impossibile non provare un senso di rabbia e frustrazione. La “tagliola” approvata dal Senato per il ddl Zan suscita inevitabilmente un sentimento di sconforto placato unicamente dalla speranza e dalla volontà di lottare fino alla fine per la difesa dei diritti di tuttǝ noi. Diritti che negli ultimi anni hanno fortunatamente assistito al loro riconoscimento da un numero sempre maggiore di settori che offrono il loro contributo in tema di inclusività introducendo nella vita quotidiana degli atteggiamenti che mirano a esaltare e difendere la libertà d’espressione. Il termine genderless si diffonde con una frequenza sempre maggiore nei campi più disparati e tra questi non resta esclusa la moda. 

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Moda Genderless di Giulia Rosa

Moda genderless: dalle lontane origini al Roma Film Fest 2021!

Ai più sarà noto il termine unisex per indicare quegli abiti adatti indistintamente a uomini e donne. Da tempo, invece, si è affermato l’impiego della parola genderless, letteralmente “che non ha genere”.

Il principio della moda genderless è quello di proporre dei capi d’abbigliamento in grado di oltrepassare i limiti imposti dall’identificazione di genere. Offrire, quindi, un modo nuovo di esprimersi anche attraverso gli abiti. 

Le origini sono da collocare cronologicamente al XVIII secolo, il secondo dopoguerra ha poi mostrato ulteriori atti d’emancipazione rappresentati, ad esempio, dal lancio della giacca Armani, un capo né maschile né femminile nato dall’affermarsi di una diffusa volontà delle donne di smettere di “vestirsi da donne” e degli uomini “da uomini”.

 Un principio, quest’ultimo, che trova tra i suoi iniziatori personaggi come David Bowie e che non smette di essere ribadito da personaggǝ pubblicǝ che colgono le occasioni proposte dalla vita mondana per porsi come difensorǝ di una cultura inclusiva. 

Nel settore della moda, negli ultimi anni colossi come H&M e Zara hanno dato il via a un fenomeno accolto dai più illustri esponenti del settore. Fu Gucci nel 2015 a proporre uno stile genderless tramite il quale affrontare gli stereotipi, ma non solo. 

Sangiovanni e i Maneskin a sostegno del gender fluid!

Il Roma Film Fest tenutosi di recente è soltanto una delle manifestazioni che può fare d’esempio a quanto fino ad ora esposto. La comparsa sul red carpet di Sangiovanni, voce finalista della scorsa edizione di Amici,  ha attirato particolare attenzione. Il giovane cantante ha sfoggiato una lunga gonna nera che si fa simbolo della necessità di difendere uno stile genderless. Sin dall’esordio, il cantante ha manifestato la sua sensibilità nei confronti del tema mostrando smalti e abiti i cui colori sarebbero tradizionalmente considerati “femminili”. 

I Maneskin, poi, con il loro debutto al Festival di Sanremo hanno dato il via a un percorso, già anticipato, di esaltazione della libertà individuale proponendo outfit fluidi attraverso i quali ognuno dei membri della band manifesta la propria personalità senza necessariamente portare con se un’etichetta.

La loro carriera in continua ascesa, che in questi ultimi giorni vede addirittura la partecipazione al Tonight Show di Jimmy Fallon, appare incentrata su concetti che in Italia, purtroppo, sembrano essere venuti meno. 

Impossibile non considerare tragicomico che in Italia siano settori come lo spettacolo, il beauty e la moda a offrire sostegno a dei valori fondamentali come la difesa dei diritti civili, come la libertà d’espressione; a sostenere la possibilità e il diritto di essere ciò che si è, senza filtri imposti da categorizzazioni imposte da una società poco inclusiva, in momenti nei quali la politica esulta alla vittoria dell’odio.

Sex Education: una serie anche nostra

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Sex Education è una serie televisiva britannica del 2019 arrivata alla terza stagione.
Nel corso degli episodi seguiamo le vicende dei due protagonisti, Otis e Mev, e dei lori amici e compagni del liceo Moordale. I ragazzi nel corso del tempo si troveranno ad esplorare la sessualità abbandonando la retorica della soppressione degli istinti e dei non detti, preferendo una narrazione più schietta, approfondita ed accogliente verso la diversità.


Sex Education: il personaggio di Cal

Nella terza stagione incontriamo il personaggio di Cal, non binary che in lingua inglese adotta i pronomi They/Them. Cal fin da subito entra in conflitto con la politica restrittiva di una scuola che nemmeno concepisce il concetto di non binarietà.
Cercano di imporlə una divisa scolastica che non lə mette a suo agio, non sanno cosa fare quando la scelta di dividere il corridoio o le classi secondo i due generi maschile e femminile non può (e non deve) adattarsi a ləi.
Non solo, Cal si trova a dover difendere la sua identità anche nella vita privata, quando il suo ragazzo Jackson non lə comprende a fondo e ha difficoltà nel non considerarlə una femmina.
Di grande impatto anche una scena nel finale di stagione, quando Cal si trova ad insegnare l’uso di un binder ad unə compagnə di scuola anch’essə non binary, Layla, occupatə nel compiere i primi passi alla scoperta del suo vero io.
Molti di di noi sicuramente avrebbero voluto unə Cal accanto in questa fase della vita.
Come non citare in ultimo lo splendido dito medio alzato contro la preside, durante un saggio che avrebbe avuto come fulcro un anacronistico ritorno all’ortodossia educativa e che invece diventa un canto liberatorio celebrante la sessualità.

L’artista che interpreta il personaggio di Cal è Dua Saleh, musicista di Minneapolis originariə del Sudan. Anche nella vita reale Dua si identifica come persona non binaria, e così come il suo alter ego “rompe gli schemi e tutte le regole”, militando in associazioni LGBT fin da giovanissimə nonostante un ambiente familiare religioso e reticente ad accogliere la sua identità.

La rappresentazione della comunità enby

Quanto è importante la rappresentazione della comunità non binary al grande pubblico?
Risposta breve: tanto.
Possiamo però arrischiarci nel fare qualche altra riflessione.
La rappresentazione nei media di massa di una comunità risulta fondamentale per palesare l’esistenza della comunità stessa. Se non si parla di qualcosa, quella cosa non esiste. In barba al pensiero tutto piccolo borghese, votato alla vergogna ed alla falsa modestia, che promette la libertà di poter fare tutto e di poter essere ciò che si è ma solo nel segreto delle proprie quattro mura, come se il mondo fosse una sfera sorda ed imperturbabile, da privare di quelle persone coraggiose che vogliono vivere la loro vera identità alla luce del sole.
Come se la nostra identità fosse un capriccio, una sciocca vanteria messa su per condire un’interiorità vuota. Incredibile doverlo dire, ma non è così.
Alle spalle di una persona che si distacca dal binarismo di genere c’è tanto coraggio, tanta consapevolezza, e purtroppo per molti di noi, tanta sofferenza.

Nella speranza che lə nostrə beniaminə ritorni più forte e più in gamba di prima nella quarta stagione, ci auguriamo che la rappresentazione della comunità abbia sempre più peso in futuro.