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Aborto e Gun Control negli USA: si muore quando si deve.

Aborto e Gun Control

Aborto e Gun Control negli USA: si muore quando si deve.

Negli Stati Uniti i bambini devono vivere per morire al momento opportuno.

Aborto e Gun Control: a pochi giorni dall’ultima strage consumatasi in America, nello specifico in Texas, avvenuta per mano di un ragazzo di 18 anni nella scuola elementare di Uvalda, l’opinione pubblica è tornata ad esprimersi sulla tematica e sul diritto, costituzionalmente garantito dal sistema statunitense, al possesso di armi da fuoco.

Il secondo emendamento è da anni e forse da sempre nel mirino di quella parte di politici, attivisti ed associazioni che rintracciano in detta norma, non l’unica, ma sicuramente la maggiore fonte e il più grande lasciapassare dei migliaia di episodi di violenza che devastano il Paese. Secondo uno studio del Gun Violence Archive, solamente durante l’anno in corso si sono registrate più di 200 stragi che coinvolgevano l’utilizzo di armi da fuoco, per un totale di più di 6000 vittime.

La realtà che si fotografa in America denunciata da molti, come dallo stesso ex presidente Obama in un suo discorso sul gun control nel 2016, è una realtà piegata alle lobby del commercio e della produzione delle armi.
Questa situazione è asservita però non unicamente al mercato economico, ma soprattutto al settore politico capeggiato dai conservatori, nella strenua difesa di quel diritto che si trasforma nella morte dei civili, nel caso, dei bambini.

Si muore andando a scuola, andando a lavoro. Si muore al momento considerato opportuno, da altri.
Si lascia la vita nel nome di interessi ed ideologie che non ci appartengono, che sono votate alla violenza e a “principi” di paura dell’altro e discriminazione che alimentano l’odio e la paura.

 

Aborto e Gun Control: pistole libere, corpi in gabbia.

Tutto questo negli USA si accompagna, come gli ultimi mesi hanno dimostrato, alla spinta di eguale violenza nel voler negare i diritti di salute e di autodeterminazione legati al corpo delle donne cisgender e transgender.
Se rimane vero (per ora) che l’aborto è pratica legale e tutelata dal diritto costituzionale negli Stati Uniti dal 1973, grazie alla sentenza della Corte Suprema “Roe vs. Wade”, è anche vero che enormi gruppi politici e non, si sono mossi affinché di tutto questo non resti che un ricordo confuso, una polaroid in un film di Nolan che ci racconta la nostra angoscia.

I conservatori americani, che ci ricordano nei modi e negli obiettivi forse qualche fazione nazionale, vogliono comprimere, nella migliore delle ipotesi, annullare, in quella che ci sembra purtroppo più verosimile, la possibilità di scelta, la libertà di decidere sui propri corpi.
Al grido di una difesa di bambini che rintracciano in un ovulo fecondato, si propongono di rendere illegali le pratiche abortive di qualsiasi tipo, con l’aggiuntiva possibilità di denunciare chiunque aiuti ad interrompere una gravidanza oltre le sei settimane.

Non serve (o forse sì) specificare che nel caso in cui il processo voluto da queste fazioni arrivasse a compimento, l’aborto rimarrebbe legale unicamente in alcuni Stati.
Tutto ciò avrebbe (come prima della legalizzazione) il risultato ultimo dell’esclusione non delle pratiche abortive, ma solo di quelle non clandestine, solo di quelle sicure.

 

Difendiamo i bambini dall’aborto, non dalle armi.

Il quesito che, sporco di rabbia, si è annidato ed è poi esploso nelle nostre coscienze è solo uno:
la vita che tanto vogliono proteggere, passando sopra i diritti e la salute delle donne cis e trans, il feto che deve sopravvivere, per quanto deve farlo?
Per quanto tempo rimane interesse di un puro ideale (come dipinto dai conservatori) la protezione di una vita? Forse fino alla prossima sparatoria in una strada, in un negozio, fino alla prossima lezione in classe con altri compagni, con altre vite.
I Pro-life, come altri meno palesi, vogliono i bambini vivi quel tanto che basta per morire al momento opportuno.

Alle donne americane “auguri e figli maschi”, magari bianchi, magari cisgender e con dei diritti.

Fino alla prossima strage.

 

Giovanna Conte

 

 

Per altri nostri articoli sull’aborto.

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Tape e Binder: come fasciarsi il petto

tape e binder

Una guida semplice su come ridurre la disforia

Cosa utilizzare? Tape, Binder, bende e altri rimedi 

Che tu sia un neofita o un veterano, questa importante domanda ha assillato anche te.
Qui di seguito una piccola panoramica sui mezzi che hai a disposizione.

Tape

Il tape è un nastro simile ad un cerotto ospedaliero ma più elastico, generalmente dotato di una colla molto resistente. Viene utilizzato per fare pressione sul tessuto mammario ridistribuendone il grasso sottocutaneo in modo da appiattirlo il più possibile. Ne viene consigliato l’utilizzo alle coppe di medio-piccole dimensioni (di solito sotto una coppa C), perché spesso non garantisce una compressione sufficiente per taglie più grandi. Viene venduto anche online con misure diverse, che potete scegliere in base alle dimensioni del vostro petto o in base al modo in cui lo andrete ad applicare.
PRIMA di applicare il tape assicuratevi che la vostra cute sia pulita e intatta e coprite i capezzoli con del cerotto in modo che non siano a contatto diretto con la colla.

Come applicarlo

Per applicarlo consiglio di prendere prima le misure della sezione di nastro da tagliare e poi procedere a crearne i segmenti necessari. Per applicare il primo pezzo di tape di solito si procede paralleli alla linea intermammilare, che è la linea immaginaria che unisce i due capezzoli.
Sollevate parzialmente la linguetta di carta che protegge la parte con la colla e applicate il primo pezzettino di nastro più o meno al centro del vostro petto, leggermente più vicino alla parte da fasciare. Ora scollate un po’ per volta la parte in carta e fissate il cerotto al petto tirando gentilmente il nastro verso l’esterno mentre lo applicate. In questo modo da otterrete l’effetto contenitivo. Terminate l’applicazione fissando l’ultimo pezzo di nastro senza tirarlo, in modo da non essere scomodi. Potete applicare un secondo o anche un terzo pezzo di tape se necessario, sia parallelo al primo sia obliquo. Provate a fissarne un segmento nel modo qui descritto e di aggiungerne uno al di sopra, in obliquo di 45 gradi come se voleste collegare il primo strato con l’ascella.
Il consiglio più prezioso che sento di dare è però quello di provare: trovate il vostro modo. Ogni corpo è diverso e ogni petto è diverso, perciò il modo migliore di applicare il tape è quello che va bene per voi.

Pro e contro

I pro del tape sono che è pratico, non limita la respirazione e può essere portato anche per 3-4 giorni consecutivi. Di solito regge l’acqua quindi potete tranquillamente farvi una doccia tenendo il tape, ricordando di asciugarlo molto bene col phon una volta usciti per evitare qualsiasi danno alla pelle dato dal contatto costante con un tessuto umido.
Tra i contro, dovrete fare pratica nell’applicazione e nella rimozione. Utilizzate dell’olio e lasciate piano piano cedere la colla lasciando in posa circa venti minuti, staccando il tape magari sotto l’acqua calda. Non strappate! Inoltre attenzione alle reazioni allergiche alla colla, che possono sempre essere possibili.
Se siete soggetti allergici è consigliabile fare una prova di applicazione magari su una parte della pelle meno delicata.
Se avete problemi sensoriali con i tessuti potreste avvertire del prurito.

Binder

Il binder è una canotta contenitiva con la parte anteriore rinforzata. Se avete intenzione di comprare un binder prendete con cura le misure necessarie e confrontatele con le tabelle taglia presenti in ogni sito.
Evitate i binder con chiusura laterale o anteriore, spesso di scarsa qualità e per questo dannosi, in quando applicano una pressione mirata su alcuni punti della cassa toracica provocando importanti tensioni muscolari e costringendo il torace in una posizione innaturale.

Come applicarlo

Una volta arrivata la taglia corretta dovrete indossarlo: se è la prima volta pazientate, non andate nel panico! Essendo un tessuto rinforzata potreste metterci un po’ sia nell’indossarlo che nel toglierlo. Un’idea potrebbe essere quella di farvi aiutare da qualcuno di vostra fiducia le prime volte. Lo indossate dall’alto facendo attenzione che il tessuto non si arrotoli su sé stesso e poi con calma fate scendere prima un po’ la parte posteriore poi un po’ quella anteriore. Alternate i movimenti fino ad indossarlo correttamente. Prestate attenzione alla respirazione: se respirate con fatica il binder è troppo piccolo e potrebbe essere pericoloso. Un binder di taglia corretta dovrebbe permettervi una respirazione naturale e non inficiare la libertà di movimento quotidiana. Vivamente sconsigliato l’utilizzo di più di un sistema di fasciatura contemporaneamente (due binder o Tape e binder indossati uno sopra l’altro). Consigliate anche delle piccole pause mentre lo indossate togliendolo per qualche minuto e rindossandolo se necessario.

Pro e contro

I pro del binder sono la maggiore inclusività nelle taglie rispetto al tape, il non aderire direttamente alla pelle e il far “respirare” quotidianamente la pelle (perché si toglie più facilmente del tape).
Tra i contro, sicuramente c’è un maggior affaticamento del torace ed una maggiore difficoltà nella respirazione. Il binder copre anche la schiena (il che diventa problematico nella stagione calda), inoltre deve essere tolto dopo un massimo di otto ore di utilizzo, per consentire il riposo delle parti del corpo sotto pressione. Non è possibile dormire con il binder ancora indossato perché potrebbe compromettere la respirazione durante la notte.

Cosa fare nel mentre

Una buona abitudine è quella di assicurarsi un’idratazione sufficiente a funzionare. Quindi, in generale e soprattutto se avete fasciato il petto, bevete abbastanza acqua. Indossando alcuni tipi di binder è sconsigliata l’attività sportiva (informatevi durante l’acquisto o tramite il venditore). Cercate di mantenere una postura corretta per non gravare ulteriormente sulla cassa toracica, ed evitate tutte le altre attività dannose per la vostra salute (il fumo, il consumo di alcol, la sedentarietà, una dieta alimentare disregolata).
Da evitare i rimedi casalinghi, che pur essendo economici e veloci da arrabattare, non sono sicuri e possono danneggiare la salute di chi li usa.

Un ultimo appunto

Quando ci si fascia il petto, un errore comune sta nell’aspettativa, nel pensiero “io mi fascio il petto perché lo voglio piatto”. Ma non esistono essere umani fatti in questo modo, perché oltre alla ghiandola mammaria e all’accumulo di adipe (maggiore nelle persone AFAB), nel petto ci sono anche dei muscoli. Quindi non è necessario raggiungere uno standard di piattezza impossibile per la maggior parte di noi, ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di utilizzare i dispositivi sopra consigliati per ridurre la disforia nei limiti delle possibilità umane, della sicurezza e della salute.

 

 

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“Trans, e basta”: visioni dal festival “Divergenti”

trans e basta

Dal 2 al 4 dicembre 2021, si è svolta l’undicesima edizione di “Divergenti – Festival Internazionale di Cinema Trans”. Il titolo dell’edizione è lapidario: “Trans, e basta”. Non allude solo all’esclusività dell’argomento, ma anche alla negazione della soggettività: le vite delle persone transgender sono state (e sono) segnate dalla continua cancellazione della loro reale identità. Questo è sottolineato anche dalla scelta del nero come colore del manifesto.

Il festival è stato progettato e realizzato dal M.I.T. – Movimento Identità Trans, con la direzione artistica di Nicole De Leo e Porpora Marcasciano. Le pellicole proposte sono considerate il meglio della cinematografia internazionale dedicata all’immaginario transgender. L’intento è quello di rappresentare l’identità transgender in continuo mutamento, sfidando gli stereotipi negativi e abbattendo i pregiudizi.

L’XI edizione di “Divergenti” ha visto (fra gli altri contributi) quello della Regione Emilia-Romagna, nonché il sostegno dell’UNAR. Ha collaborato la Cineteca di Bologna e ha dato il proprio patrocinio l’Ambasciata Argentina in Italia. L’evento è stato realizzato nell’ambito del Patto di collaborazione generale per la promozione e la tutela dei diritti delle persone e della comunità LGBTQI nella città di Bologna.

Il festival è stato suddiviso in due sezioni: una in presenza, al Cinema Lumière di Bologna, e l’altra on line, su Docacasa.it . Da quest’ultima sono stati tratti i film di cui parla questo articolo.

 

Caer: cadere e rialzarsi

 Il festival ha visto l’anteprima italiana di Caer, il cinedocumentario diretto da Nicola Mai. Esso è frutto della collaborazione con Transgrediendo Intercultural Collective, un’associazione che difende i diritti delle donne transgender sudamericane immigrate a Queens, uno dei più vasti borghi di New York e corrispondente all’omonima contea.

Il film, prima di tutto, è un tributo al lavoro e all’eredità morale di Lorena Borjas, la “mamma” delle donne transgender latine di Queens: è stata una delle prime vittime del Covid-19 a New York, deceduta il 30 marzo 2020.

Caer, oltre che un documentario d’argomento sociale, è un esperimento di metacinema. La vita delle protagoniste è narrata come se fosse un film, traendo spunto da biografie reali; a tratti, la ricostruzione cinematografica s’interrompe per mostrare lǝ sociǝ del collettivo intentǝ a osservare e commentare la pellicola. Nicola Mai ci mostra così il meccanismo narrativo alla base dell’opera, per permetterci di soppesare quanta realtà vi sia in quello che noi vediamo sullo schermo. Un film, per quanto documentario, non è mai spontaneo e senza filtri; ma le storie che scorrono sotto i nostri occhi sono accadute veramente. Le protagoniste non hanno quella faccia e quel nome, ma esistono. Sono ragazze che hanno dovuto affrontare non solo il disconoscimento della loro identità di genere, ma anche lo sfruttamento sessuale da parte dei compagni, l’impossibilità di trovare un lavoro “diurno”, i frequenti arresti e il moralismo sulla loro condizione. Debbono anche pensare a “regolarizzare la propria posizione” di immigrate, anche se questo non risolverà tutti i loro problemi. Vogliono avere la possibilità di vivere alla luce del sole, di uscire dal “ghetto” in cui la società le ha relegate; ma desiderano anche rimuovere lo stigma che pesa sul lavoro sessuale. Il titolo spagnolo, Caer, significa “cadere”: le protagoniste del film continuano a “cadere” in abusi e arresti, ma anche a rialzarsi e continuare a vivere. Arriverà un giorno in cui la loro strada sarà più piana?

Irreversibile: le ferite che non guariscono

 Irreversibile è un cortometraggio diretto da Matteo De Liberato. È la storia di un giovane clown di corsia che qualcuno direbbe “effeminato”. Di giorno, fa sorridere i bambini ricoverati in ospedale. La sera, si trasforma in una sensuale drag queen con il talento per la danza. Peccato che il padre di uno dei suoi pazienti preferiti sia fortemente omotransfobico. Il ragazzo che ha aiutato a guarire le ferite nell’anima di tanti piccoli ne riceverà in cambio altre, forse impossibili da cancellare.

La Donna Pipistrello: una vita per spezzare i pregiudizi

 Una donna pipistrello è… metà topa e metà uccello. È una battuta di gusto discutibile per riferirsi alle donne transgender. L’espressione è stata scelta per intitolare il documentario dedicato a Romina Cecconi, una delle prime donne transgender note al pubblico in Italia. Il film è del 2015 ed è stato diretto da Matteo Tortora e Francesco Belais.

La vicenda è narrata dalla protagonista stessa. La pellicola include materiali d’epoca.

Romina Cecconi nacque come Romano a Lucca, il 4 luglio 1941. Fin da giovanissima, ebbe la consapevolezza di essere donna e indossò abiti femminili. Peccato che questo fosse reato di travestimento in pubblico. Non parliamo poi dello stigma, che non ha bisogno di presentazioni.

Romina dovette andarsene da casa e raggiungere Firenze. Trovò posto al Gratta, un circo itinerante, dove ballava il bolero e si vestiva da Brigitte Bardot. Il suo numero fu però cancellato in quanto “scandaloso per i giovani”. Tentò la fortuna a Parigi, presso il locale “Chez Madame Arthur”. Cominciò qui la sua trasformazione fisica. Tornata a Firenze, raggiunse una certa fama. Le sue passeggiate notturne in abiti femminili le costarono continue multe. Per poterle pagare e risparmiare i soldi necessari al cambio di sesso, Romina cominciò a prostituirsi sul Lungarno, col nome d’arte “la bella Romanina”.

Subì imposizioni di “coprifuoco”, visite psichiatriche obbligate, incarcerazioni. Le toccarono anche tre anni di confino a Volturino di Foggia. Ma, nel 1972, scappò a Losanna, in Svizzera, dove aveva già preso appuntamento con un chirurgo per farsi operare. Lassù, fece anche conoscenze illustri. Questo non le evitò il suddetto confino, al suo ritorno in Italia. Scelse di presentarsi a Volturino in modo sexy ed eclatante, divenendo facilmente una celebrità nel foggiano.

A Firenze, ottenne finalmente il cambio di genere sui documenti e si sposò. Nel 1976, un suo amico giornalista l’aiutò a pubblicare la propria autobiografia, che ebbe un gran successo. Dopo l’epoca delle multe e della repressione, iniziò quella dell’attenzione morbosa: arrivarono interviste televisive e servizi fotografici osé. Tutta questa celebrità aprì però anche la strada al superamento della transfobia e alla legalizzazione della condizione transgender.

L’espressione “donna pipistrello” fu coniata proprio per Romina. Era un soprannome pruriginoso e volgarotto; ma, dopo l’esame della sua vita unica, travagliata e mai vittimistica, assume un sapore quasi mitologico.

Red Shoes: quando il figlio del boss è una ragazza

 Red Shoes. Il figlio del boss: sembrerebbe uno di quei film a sfondo mafioso tanto cari alla produzione nostrana. Effettivamente, c’entra la criminalità organizzata, perché la protagonista è la figlia (transgender) di un camorrista. È anche una persona realmente esistente: Daniela Lourdes Falanga, presidentessa di Antinoo Arcigay Napoli. Il documentario sulla sua vita è stato diretto da Isabella Weiss.

In famiglia, Daniela non respirò certo aria di parità di genere e accettazione delle persone LGBT. I modelli ricevuti erano (senza mezzi termini) violenti e maschilisti. La madre, per prima, faticò a riconoscere nel “figlio” una ragazza. Durante l’infanzia di Daniela, censurò qualsiasi suo atteggiamento e qualsiasi sua preferenza, pensando di dover “correggere la sua omosessualità”. Questo non impedì alla figlia di riconoscersi come donna e di trovare modelli femminili di riferimento. Quelle “scarpe rosse” del titolo, note come simbolo della violenza di genere, sono anche un segno della sua vera identità.

Oggi, Daniela non solo ha “rotto la tradizione” di presidenza maschile alla guida dell’Arcigay napoletana, ma ha anche un compagno transgender come lei. Pasticcere di mestiere, si è reso conto di quanto il passato dei ragazzi FtM venga più spesso invisibilizzato, rispetto a quello delle donne MtF. Con Daniela, fa progetti per il futuro: un figlio, forse?

Quanto a lei, suo padre è attualmente all’ergastolo. Daniela ha potuto quasi miracolosamente recuperare il rapporto con lui in età adulta, farsi raccontare il suo passato di carcerato precoce. Anche la madre, ora, la riconosce e la sostiene. Un lieto fine che attende un avvenire.

Erica “Eric” Gazzoldi

Adolescenti transgender e non binary

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Il 9 settembre 2021, la redazione del periodico Il Simposio ha tenuto l’evento on line Adolescenti transgender e non binary. La registrazione completa è disponibile su YouTube, sui canali di Antonia Monopoli e Progetto Genderqueer. Vale la pena di spender qualche parola anche qui, visto l’argomento.

L’idea dell’evento è nata dall’esigenza di rispondere a certa “TV spazzatura” che gioca sulle emozioni suscitate dai percorsi di transizione in età minorile. Il focus della conferenza era sugli adolescenti, perché è in questa età che si sviluppa la sessualità e si rafforza l’identità di genere.

A parlare per prima è stata Antonia Monopoli, attivista transgender. Il suo intervento ha sottolineato l’importanza di prendere coscienza presto della propria identità di genere. Anche l’ambiente familiare è decisivo: una famiglia che accetta e supporta il percorso di unǝ adolescente contribuisce a condurlo a buon fine. Viceversa, un ostinato rifiuto di riconoscere l’identità di genere di unǝ figliǝ lǝ rende ancor più difficile raggiungere un equilibrio esistenziale.

Circa i percorsi non medicalizzati, è intervenuto Nathan Bonnì: attivista transgender e coordinatore del gruppo di autocoscienza “Progetto Genderqueer” (oltre che di EnbyPost). Per quanto riguarda lǝ adolescenti non binary, il loro minimo comune denominatore è l’insofferenza verso gli stereotipi di genere. I percorsi che intraprenderanno saranno però differenti, anche col supporto di uno psicologo. Alcune di loro si riconosceranno come ragazze femministe e/o lesbiche; altri come ragazzi gay; altrǝ imboccheranno la via della transizione binaria (da femmina a maschio o da maschio a femmina); altrǝ non rientreranno in alcun genere canonico.

Sotto il profilo legale, l’unico percorso riconosciuto è quello binario e medicalizzato. Ottenere un cambio di documenti in altro modo è praticamente impossibile. In un’età così precoce, sarebbe anche poco augurabile optare per misure irreversibili. Questa è la posizione della dott.ssa Roberta Ribali, neuropsichiatra e consulente del Tribunale di Milano. Il suo intervento ha sottolineato la necessità di non esercitare alcun tipo di pressione. È normale che lǝ adolescenti siano in cerca della propria identità e cerchino di comprendere la propria sessualità in divenire. Non è strano neppure vederlǝ passare da un’espressione di genere maschile a una femminile e viceversa. Questo è parte della crescita di alcunǝ e forzarlǝ in una direzione o in un’altra sarebbe soltanto dannoso per il loro equilibrio psicofisico.

Ulteriormente complesso è l’aspetto giuridico. Se ne è occupato l’avv. Giuseppe Berti del Foro di Milano. I casi di transizione minorile per via legale sono aumentati significativamente a partire dalla fine degli anni ’90. Le sentenze pubblicate sono poche e si fa riferimento soprattutto a norme secondarie. Fra le sentenze, è stata particolarmente controversa una del Tribunale di Catania: considerando la transizione una scelta personalissima del soggetto, è stata respinta la domanda di cambio di documenti presentata dai suoi genitori. Insomma, la richiesta avrebbe dovuto partire dallǝ direttǝ interessatǝ maggiorenne.

La non binarietà di genere nell’adolescenza è inestricabilmente legata alla crescita, al fatto che la personalità è ancora in divenire. Ciò su cui si può concordare è che l’adolescente, nella definizione della propria identità di genere, deve trovare nell’adultǝ un sostegno esperto ed empatico, non unǝ tirannǝ.

Non esiste un percorso unico adatto a tuttǝ e qualsiasi forzatura comprometterebbe la formazione di una personalità solida e serena.

Erica “Eric” Gazzoldi